02/06/2026
Messaggio del Capo di Casa Savoia, Gran Maestro degli Ordini Dinastici, S.A.R. Emanuele Filiberto, in occasione degli 80 anni del Referendum istituzionale.
Italiani,
Vi sono momenti in cui il corso della storia esige una sosta, un istante di riflessione che sappia elevarsi al di sopra del rumore di fondo della quotidianità politica. L’ottantesimo anniversario del 2 giugno 1946 rappresenta uno di questi momenti. Ottant’anni non sono soltanto una ricorrenza sul calendario della memoria; sono il tempo della maturità storica, la distanza necessaria affinché il bilancio della nostra Nazione possa essere tracciato con la serenità.
In questa giornata di profonda riflessione, il mio pensiero e il mio cuore non possono che volgersi a mio nonno, S.M. il Re Umberto II. In quel drammatico giugno di ottant'anni fa, di fronte a un verdetto referendario sul quale gli storici continuano legittimamente a sollevare interrogativi mai del tutto chiariti, il Re compì la scelta più alta, dolorosa e lungimirante. Per non alimentare le divisioni in un Paese già lacerato, per risparmiare all'Italia il rischio di una nuova guerra civile a pochi mesi dalla fine del conflitto mondiale, Umberto II scelse la via dell'esilio. Quel gesto non fu una resa, ma l'estremo e nobile atto di amore di un Sovrano che seppe mettere l'incolumità e la pace del suo popolo al di sopra della propria stessa Corona, incarnando la quintessenza dell'idea monarchica: il sacrificio personale in nome dell'unità della Patria.
Egli mostrò visibilmente ciò che la complessa realtà della nostra storia rappresenta, non una pagina ingiallita come si è voluto far credere. Così, ogni volta che questo nostro meraviglioso e fragile Paese attraversa una crisi, riemerge puntuale nel popolo il bisogno profondo di figure, di simboli e di riferimenti che sappiano incarnare l’unità nazionale al di sopra delle divisioni.
Guardando all'Italia di oggi, si avverte infatti un paradosso sottile ma costante. Da otto decenni la Repubblica celebra se stessa come il superamento definitivo della Monarchia; eppure, con una regolarità che non smette di colpire, essa continua ad attingere alle sorgenti simboliche, ai valori e persino al vocabolario che furono della Corona. L’unità nazionale, il profondo senso dello Stato, la continuità delle istituzioni nei momenti di tempesta, il servizio disinteressato alla comunità: sono tutti principi nati, custoditi e fioriti sotto la Monarchia costituzionale italiana, e che oggi lo Stato rivendica come propri pilastri fondamentali.Non è un caso che parole come "dovere", "fedeltà" e "senso dello Stato" conservino nell’immaginario collettivo una sfumatura che evoca la nostra più antica tradizione. La stessa Repubblica, del resto, abita i palazzi ereditati dal Regno, ne ripropone il protocollo, ne adotta gli ordini cavallereschi e affida al Capo dello Stato una funzione arbitrale e di garanzia che ricalca fedelmente quella del Sovrano costituzionale.
Usa nei momenti celebrativi gli apparati della Corona che diventano corollario cerimoniale della Repubblica: i Corazzieri del Quirinale, la Parata Militare, le Alti Uniformi.
È un fenomeno che nelle grandi ed evolute democrazie europee, a partire dal Regno Unito, viene compreso e valorizzato da secoli. In quei Paesi sanno bene che la Corona non è semplicemente una forma di stato o un meccanismo costituzionale, ma un patrimonio culturale e morale che sopravvive alle inevitabili contingenze della politica. La Corona rappresenta ciò che resta quando i governi passano; è il filo d'oro che unisce il passato profondo al futuro dei nostri figli.
Vi è tuttavia una differenza che, con un pizzico di ironia istituzionale, potremmo definire non del tutto trascurabile. Un Re non viene scelto dai partiti politici tra i propri rappresentanti, né siede sul trono per virtù di una transazione parlamentare. Per sua stessa natura e definizione, il Re appartiene alla Nazione intera, e mai a una sua frazione. È forse questo il motivo per cui la Corona continua a garantire la massima stabilità in molti dei Paesi più avanzati del pianeta: essa non compete con la politica, ma la trancende; non governa, ma garantisce; non divide, ma unisce.
Le democrazie mature non hanno paura della storia né delle domande, anzi, ne vivono. La questione che oggi poniamo non riguarda la nostalgia, né il desiderio di volgere lo sguardo all'indietro. Riguarda il valore della continuità in un secolo, il ventunesimo, caratterizzato da mutamenti vertiginosi. Una Nazione non rinasce da zero ogni cinque anni con una nuova maggioranza parlamentare. Esiste una dimensiona più profonda della vita pubblica che attiene alla memoria, al senso di appartenenza e alla responsabilità verso le generazioni future.
Questi sono i valori che la mia Casa ha custodito per secoli e che l'istituzione monarchica continua a garantire nel mondo. Si può, per decreto, abolire una forma istituzionale; molto più difficile, se non impossibile, è abolire l’idea di servizio e di unità nazionale che la Monarchia rappresenta. Ed è per questo che, dopo ottant’anni, l’Italia continua, forse inconsciamente, a cercare nella Monarchia ciò che dice di aver superato, e la Repubblica continua a parlare la lingua della Corona.
Viva l’Italia!