10/10/2026
Adriano Olivetti, l’industriale che entrava in fabbrica senza sapere se il suo sogno sarebbe sopravvissuto
L’ultima mattina, sul treno per la Svizzera
Il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti salì a Milano sul treno diretto a Losanna. Aveva cinquantotto anni e continuava a viaggiare mentre la sua impresa cresceva sui mercati internazionali. Poco dopo il confine si sentì male; a Aigle, quando il convoglio si fermò, era ormai senza vita. A Ivrea la notizia raggiunse gli stabilimenti e migliaia di operai uscirono dai reparti. Tutti conoscevano il proprietario, ma molti lo avevano visto comportarsi come se la fabbrica non appartenesse soltanto a lui.
Per anni quel modo di dirigere era stato giudicato troppo costoso, paternalista, perfino utopistico. La domanda lasciata da quel treno non riguardava soltanto il futuro della Olivetti: poteva davvero un’impresa produrre profitti senza chiedere alle persone di lasciare la propria dignità fuori dai cancelli?
Il padre lo mandò tra gli operai
Nel 1918 Adriano aveva diciassette anni quando suo padre Camillo, fondatore della fabbrica di macchine per scrivere, lo fece entrare in officina. Non gli assegnò una scrivania né un incarico da erede. Lo mise accanto agli operai, in tuta, tra trapani, lime e macchine utensili. Adriano avrebbe ricordato quella esperienza come un lavoro faticoso e ripetitivo: trascorreva le giornate eseguendo operazioni che altri avevano deciso per lui.
Camillo era un imprenditore severo, socialista e anticonformista. Voleva che il figlio conoscesse la fabbrica dal punto di vista di chi obbediva al ritmo della produzione. Tra i due non mancavano contrasti: il padre diffidava delle gerarchie troppo numerose, mentre Adriano, dopo la laurea e un viaggio negli Stati Uniti nel 1925, tornò convinto che l’organizzazione industriale dovesse cambiare radicalmente.
Propose nuovi metodi, una rete commerciale più moderna e una produzione razionalizzata. Camillo non accettò tutto immediatamente, ma gli lasciò spazio. Adriano intervenne sui tempi e sull’organizzazione senza dimenticare ciò che aveva provato alla macchina utensile: l’efficienza non poteva essere ottenuta trattando un uomo come una parte sostituibile dell’ingranaggio.
Una fuga clandestina e il prezzo delle proprie idee
Nel dicembre 1926 Adriano partecipò all’espatrio clandestino di Filippo Turati, perseguitato dal fascismo. Con Carlo Rosselli, Sandro Pertini, Ferruccio Parri e altri antifascisti contribuì a portarlo fino in Corsica. Non era un gesto simbolico: chi aiutava un oppositore del regime rischiava l’arresto e conseguenze anche per la propria famiglia e per l’azienda.
Dopo la fuga, Rosselli e Pertini furono catturati. Adriano riuscì a evitare la condanna, ma rimase sorvegliato. Negli anni successivi continuò a lavorare nella società, mentre il fascismo imponeva le proprie regole alla vita economica italiana. Nel 1943 fu arrestato e incarcerato a Roma per la sua attività antifascista. Liberato, nel 1944 riparò in Svizzera.
Lì non smise di pensare alla fabbrica. Scrisse e sviluppò il progetto politico che avrebbe chiamato “Comunità”: un’organizzazione nella quale lavoro, territorio, cultura e responsabilità pubblica non fossero mondi separati. Quando tornò in Italia, quelle pagine non rimasero soltanto un programma. Diventarono edifici, servizi sociali, biblioteche e decisioni aziendali che costavano denaro reale.
In fabbrica arrivarono libri, medici e case
Alla Olivetti il salario non era l’unica cosa che entrava nella vita di un dipendente. L’azienda organizzò assistenza sanitaria, mense, asili nido, colonie per i figli, trasporti e sostegno alla maternità. Le lavoratrici potevano contare su congedi più lunghi di quelli previsti dalla legge. Nelle biblioteche aziendali i libri erano accessibili anche durante le pause; scrittori, sociologi, psicologi e artisti lavoravano accanto a tecnici e dirigenti.
Adriano non affidò tutto a comunicati celebrativi. Girava nei reparti, parlava con i dipendenti e pretendeva che gli edifici avessero luce, spazio e una forma rispettosa di chi li occupava. Chiamò architetti come Luigi Figini e Gino Pollini per progettare fabbriche e abitazioni, ma dovette anche difendere spese che molti industriali consideravano estranee alla produzione.
Non tutte le relazioni furono semplici. Il suo progetto conservava un’impronta personale molto forte e i sindacati guardavano con sospetto a un’impresa che offriva servizi mentre cercava una propria rappresentanza politica. Nel 1952 alcuni operai vicini al Partito comunista furono trasferiti in un reparto separato, subito soprannominato “confino”. Anni dopo Olivetti riconobbe pubblicamente l’errore e quel reparto venne chiuso. La comunità che immaginava non eliminava il conflitto, né rendeva automaticamente giusta ogni sua scelta.
A Pozzuoli, davanti al mare
Quando decise di costruire uno stabilimento nel Mezzogiorno, Adriano scelse Pozzuoli. La fabbrica, inaugurata nel 1955 e progettata da Luigi Cosenza, si apriva verso il golfo con grandi vetrate, terrazze e giardini. Non voleva che gli operai lavorassero in un edificio chiuso e ostile solo perché il terreno e la manodopera costavano meno.
Nel discorso inaugurale rivolse ai lavoratori una domanda insolita per un proprietario: «Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?». Poi indicò una risposta concreta: oltre la fabbrica esistevano la vita delle famiglie, il territorio, la giustizia e la possibilità di non ridurre il lavoro a una condanna quotidiana.
Pozzuoli non fu un regalo senza contropartita. Doveva produrre, rispettare tempi e competere. Proprio per questo la sua architettura contava: mostrava che disciplina industriale e condizioni umane non erano necessariamente nemiche. Gli operai vedevano il mare dalle postazioni di lavoro. Quell’immagine, spesso trasformata in leggenda, nasceva da una decisione verificabile, pagata e costruita mattone dopo mattone.
Quello che rimase ai cancelli
Il giorno dei funerali, Ivrea si fermò. Dietro il feretro camminarono operai, impiegati, cittadini e persone arrivate dai paesi vicini. Non piangevano un uomo privo di contraddizioni. Avevano conosciuto anche riorganizzazioni, richieste severe e scelte contestate. Ma sapevano che, per decenni, qualcuno aveva provato a considerare la loro salute, i figli, le case e il tempo fuori dal turno come questioni interne alla fabbrica.
Sul treno per Losanna Adriano Olivetti lasciò un’impresa lanciata verso l’elettronica ma esposta a costi e tensioni enormi. Il suo sistema non sopravvisse intatto alla sua morte. Eppure la domanda pronunciata a Pozzuoli non rimase con lui in quella carrozza.
Quando gli operai uscirono dai reparti e si raccolsero ai cancelli, diedero la risposta che nessun bilancio avrebbe potuto registrare: non stavano salutando soltanto il proprietario della fabbrica, ma l’uomo che aveva tentato, riuscendoci e sbagliando, di non separarli mai dalla loro vita.