16/06/2026
16 giugno 1944, il giorno in cui Genova p***e i suoi operai
Sono trascorsi 82 anni dalla più grande deportazione di lavoratori mai avvenuta in un solo giorno in Italia. In poche ore 1.500 uomini vennero strappati alle fabbriche del ponente genovese e mandati a morire nei campi di lavoro forzato del Terzo Reich.
Erano le due del pomeriggio di venerdì 16 giugno 1944.
Alla San Giorgio di Sestri Ponente gli operai stavano rientrando dalla mensa, qualcuno si attardava ancora al tavolo tra le chiacchiere, cercando la normalità nei gesti quotidiani.
In pochi minuti, quel venerdì si trasformò in un incubo.
Reparti della Divisione Alpina tedesca, affiancati dalla Guardia Nazionale Repubblicana e dalla polizia politica della questura, circondarono di sorpresa quattro grandi stabilimenti del ponente genovese: la San Giorgio e il Cantiere Navale Ansaldo a Sestri Ponente, la SIAC a Cornigliano e la Piaggio. Le uscite furono bloccate, i cancelli presidiati, gli operai radunati nei piazzali e selezionati uno per uno.
Nel giro di poche ore, quel pomeriggio, oltre 1.480 lavoratori (le fonti oscillano tra i 1.448 e i 1.500, e per questo si parla convenzionalmente di 1.500 operai) furono caricati su camion e autobus e condotti alla stazione di Genova Campi. Ad attenderli trovarono i vagoni merci su cui vennero caricati come bestie prima di partire, quella sera stessa, per la Germania.
Stava avvenendo la più grande deportazione di civili compiuta dai nazifascisti in Italia in un’unica giornata.
Quello che accadde il 16 giugno non fu un fulmine a ciel sereno. Genova era da giorni in agitazione: dal 10 giugno le grandi fabbriche del ponente avevano dato vita a una serie di scioperi contro l'aggravarsi delle condizioni di vita in città, in un clima di crescente tensione tra il movimento operaio, tra i protagonisti più attivi della Resistenza italiana con sabotaggi e rallentamenti nella produzione bellica, e l'apparato di occupazione.
La risposta non tardò. Quello stesso 10 giugno Carlo Emanuele Basile, prefetto di Genova, ordinò la serrata degli stabilimenti in sciopero. Lo stesso giorno un primo blitz all'Ansaldo Meccanico di Sampierdarena portò al rastrellamento di 64 operai, caricati su un camion e fatti sparire.
Gli storici concordano su una doppia matrice di quella rappresaglia. Da un lato c'era una motivazione strettamente politica, quella spezzare definitivamente la spina dorsale del movimento operaio genovese, che proprio in quei giorni aveva rialzato la testa. Dall'altro una motivazione economica e militare, perché il Reich, sempre più in affanno sul fronte orientale, aveva un bisogno crescente di manodopera coatta da destinare alle fabbriche tedesche, e gli appelli al lavoro volontario non avevano dato i risultati sperati. La regia dell'operazione, secondo gli atti che la città ha ricordato anche in questi giorni, fu dello stesso prefetto Basile, lo stesso nome che tornerà, sedici anni più tardi, legato ai sanguinosi scontri del 30 giugno 1960 a Genova.
Per la maggior parte dei deportati, la prima destinazione fu il campo di concentramento di Mauthausen, in Austria. Da lì, gli uomini furono smistati nei sottocampi del sistema di lavoro forzato del Reich: Gusen, Linz, Ebensee, Langenstein.
Le condizioni di detenzione erano quelle tipiche dei lager nazisti: turni di lavoro fino a dodici ore con appena trenta minuti di pausa, un'unica gamella di acqua calda e una razione di pane nero di pochi grammi per sostenere un'intera giornata di fatica.
Non tutti arrivarono a destinazione nello stesso modo. Durante il trasferimento alcuni operai tentarono la fuga lanciandosi dai vagoni in corsa; alcuni morirono nel tentativo, altri furono colpiti a morte dai militari di scorta. Chi riuscì a sopravvivere al viaggio si trovò di fronte a mesi, in molti casi anni, di lavoro forzato in condizioni disumane.
Le testimonianze raccolte negli anni successivi, come quella di Pierino Villa, operaio della San Giorgio che raccontò la propria esperienza nel libro Ricordi di un deportato nel Terzo Reich, restituiscono il senso di un'intera generazione di lavoratori genovesi catapultata, nel giro di poche ore, dalla quotidiana vita di fabbrica all'inferno dei campi di lavoro del Terzo Reich.
Il bilancio finale fu pesantissimo: più di 180 di quei lavoratori non tornarono mai a casa. Morirono di fame, di stenti, di malattia, di violenza, nei campi a cui vennero destinati. I loro nomi, le date e i luoghi di nascita e di morte sono oggi raccolti in archivi e tabelle consultabili, frutto del lavoro paziente di associazioni e istituti di ricerca che negli anni hanno ricostruito, famiglia per famiglia, il destino di ciascuno.
A più di ottant'anni di distanza, la storia del 16 giugno 1944 resta una delle pagine meno conosciute ella Resistenza italiana, eppure una delle più imponenti per numero di persone coinvolte in un'unica azione repressiva. È la storia di una città che pagò un prezzo altissimo per il proprio coraggio, per la testa alta di quegli operai genovesi che avevano scioperato, avevano rallentato la produzione di guerra, avevano detto no.
Ricordare quei 1.500 nomi significa restituire loro la dignità di cui furono privati con la violenza. Significa anche, per chi cammina oggi per le strade di Sestri Ponente, di Cornigliano, ma anche della Genova operaia e non solo, sapere che per quelle strade, ottantadue anni fa, un'intera comunità fu spezzata in un solo pomeriggio. E che la libertà di lavorare, di scioperare, di dissentire, che oggi si da troppo spesso per scontata, è stata pagata, anche a Genova, con un prezzo altissimo.