Stefano Lai

Stefano Lai Ho creato questa pagina perché nel mio profilo privato ho raggiunto il limite delle 5000 amicizie e voglio dare più spazio ai miei contatti. Stefano Lai

Vi farò partecipi di tutti i progetti in corso d’opera, anche per mettere le basi per l’attivazione di nuove sinergie. Mi pongo come obiettivo il creare impresa, soprattutto per incrementare posti di lavoro, utilizzando, e riqualificando tutto ciò che territorio ci mette a disposizione. Credo fortemente nei principi di collaborazione e di comunità, li ritengo indispensabili e fondamentali per favo

rire lo sviluppo di relazioni dalle basi solide, portano alla nascita di rapporti di amicizia e di collaborazione che confluiscono in un aumento della redditività delle attività. La Sardegna ha tutte le risorse necessarie per crescere economicamente e raggiungere autosufficienza finanziaria. Ogni giovane emigrante costretto a lasciare la sua per mancanza di lavoro rappresenta una sconfitta per ognuno di noi.

Il sabato sera mi capita spesso, quando finalmente  la giornata lavorativa sta per finire, di farmi una passeggiata.Part...
08/08/2026

Il sabato sera mi capita spesso, quando finalmente la giornata lavorativa sta per finire, di farmi una passeggiata.
Parto dal mio ufficio e arrivo fino a Piazza Garibaldi, passando per via Manno e via Garibaldi. Lo faccio perché ho bisogno di camminare un po', perché incontro sempre qualcuno con cui scambiare due parole, ma anche per una mia deformazione professionale e personale: mi piace osservare la città.
Guardo le attività commerciali, quelle che aprono e quelle che chiudono, i locali pieni e quelli vuoti, come cambiano le strade, come si muovono le persone. Una sorta di piccolissima e certamente poco scientifica analisi sociale del territorio. 😊
E il sabato sera c'è una cosa che difficilmente passa inosservata: gruppi, a volte numerosissimi, di ragazzini e ragazzine giovanissimi, alcuni che sembrano avere 12, 13, 14 anni, che girano per il centro fino a tardi.
Corrono, urlano, si provocano, qualche volta litigano, usano un linguaggio che farebbe arrossire persino qualche vecchio scaricatore di porto. E naturalmente non sono tutti così. Sarebbe ingiusto e stupido generalizzare.
Ma ogni tanto, guardandoli, mi faccio una domanda molto semplice: possibile che a quell'età si possa essere lasciati completamente soli per strada fino a tarda sera?
Non lo dico con il dito puntato e tantomeno con nostalgia per i “bei tempi andati”. Ogni generazione ha fatto le proprie sciocchezze. Noi compresi, probabilmente più di qualcuna.
Credo però che ci sia una differenza enorme tra concedere libertà e rinunciare alla responsabilità.
Un ragazzo ha bisogno di sperimentare, sbagliare, confrontarsi con gli altri e conquistare progressivamente la propria autonomia. Ma proprio perché è un ragazzo ha bisogno anche di qualcuno che, quando serve, sappia pronunciare una parola diventata terribilmente impopolare: NO.
Un NO spiegato, possibilmente. Un NO accompagnato dall'ascolto e dall'affetto. Ma qualche volta semplicemente un NO.
Perché educare non significa essere amici dei propri figli e neppure riuscire a renderli sempre felici. Significa assumersi la responsabilità di essere adulti anche quando questo ci rende, per qualche ora, tremendamente antipatici.
E forse è proprio questo il punto del contributo della psicologa Rosanna Schiralli che condivido: possiamo discutere sugli orari, 22:30, 23:00, mezzanotte e credo sia giusto farlo, perché ogni ragazzo, ogni famiglia e ogni contesto sono differenti. Ma sul principio della gradualità e della responsabilità degli adulti faccio molta più fatica a discutere.
Perché un quattordicenne lasciato completamente a se stesso non diventa improvvisamente più maturo. Diventa semplicemente un quattordicenne senza un adulto vicino nel momento in cui potrebbe averne bisogno.
E c'è anche un altro aspetto che mi interessa particolarmente.
I figli sono certamente responsabilità delle famiglie, ma i ragazzi appartengono anche alla comunità nella quale stanno crescendo.
Se una città offre ai più giovani soltanto strade, panchine, centri commerciali e qualche locale, e sempre meno luoghi nei quali incontrarsi, fare sport, cultura, volontariato, musica, associazionismo e imparare a stare insieme, allora anche noi adulti dobbiamo farci qualche domanda.
Non ho figli e quindi non mi permetto di impartire lezioni a chi affronta ogni giorno uno dei compiti più difficili che esistano. Posso però sentirmi responsabile, come cittadino e come persona che prova a impegnarsi nel proprio territorio.
Per questo non voglio limitarmi a condividere questo articolo o a lamentarmi dei ragazzi che incontro il sabato sera. Nel mio piccolo voglio provare a fare qualcosa.
Perché è troppo facile chiedere ai giovani di comportarsi meglio se noi adulti non siamo capaci di costruire luoghi, occasioni e comunità nelle quali valga la pena crescere.
La responsabilità comincia certamente in famiglia.
Ma non finisce sulla porta di casa.
Buon weekend a tutti. E possibilmente prendiamoci cura gli uni degli altri. Anche dei ragazzi degli altri.

A 14 ANNI SI ESCE LA SERA DOPO CENA?
DA PSICOLOGA VI DICO PERCHÉ PER ME È NO (ANCHE SE È ESTATE). E ALLE ALTRE ETÀ?

(di Rosanna Schiralli
psicologa e psicoterapeuta)

www.educazioneemotiva.it

"Ma mamma, ci vanno tutti! E poi è estate, non c'è scuola domani, vuoi proprio rovinarmi la vita?!"
Se avete un figlio in prima superiore, questa frase – accompagnata da un lancio di zaino e un sospiro drammatico – è il tormentone fisso di questi mesi.
In questo periodo assistiamo a un fenomeno strano: l'estate diventa una specie di "zona franca" dove le regole educative sembrano svanire. C'è chi usa la scusa che "il paese è piccolo e ci si conosce tutti", e chi in città si giustifica dicendo "ma sì, tanto domani non deve svegliarsi presto".
Da psicologa, però, non sono affatto d'accordo: paese, città o stagione dell'anno, la sostanza non cambia.
Il tramonto tardivo o le vacanze scolastiche non accelerano magicamente la maturità cognitiva di un adolescente. A 14 anni la corteccia prefrontale (l'area del cervello che valuta i rischi e controlla l'impulsività) è ancora in pieno sviluppo.
Le dinamiche di gruppo tossiche, l'approccio precoce alle sostanze e l'incapacità di gestire gli imprevisti notturni non vanno in vacanza. I confini chiari non sono una punizione: sono il recinto sicuro di cui un ragazzo ha psicologicamente bisogno per non sentirsi sperduto nel vuoto delle tre del mattino.
La libertà va concessa un passo alla volta, mantenendo la rotta anche sotto il sole estivo. Ecco una scaletta di massima degli orari concreti divisi per età, basata sulla gradualità.
11 - 13 anni: solo pomeriggio.
Niente uscite serali autogestite. Il rientro pomeridiano è tassativo entro l'ora di cena (es. 19:30 o 20:00 in estate sfruttando la luce). La socialità si coltiva alla luce del giorno.
14 anni: NO alla sera
Dopo cena si sta a casa, a prescindere da cosa dicano le chat dei genitori o il calendario. Se c'è un falò o un compleanno imperdibile, scatta il "trasporto protetto": si accompagna il figlio e lo si va a riprendere a un orario tassativo (es. le 22:30). Niente giri in autonomia al buio.
15 - 16 anni: le prime ore della sera.
Si concede la prima vera serata nel weekend o in estate, ma con confini rigidi. Un orario ragionevole per il rientro è tra le 23:00 e le 23:30, a patto che il rientro avvenga in totale sicurezza e tracciabilità.
17 anni: verso l'autonomia
Ci si avvicina alla maggiore età. Il coprifuoco può allungarsi fino alle 24:00 o alle 00:30. La regola d'oro resta la reperibilità assoluta: se c'è un imprevisto, si avvisa prima che scada l'orario.
18 anni: responsabilità e rispetto
La legge li considera adulti, ma finché vivono sotto lo stesso tetto si rispettano le regole della convivenza. Non si impone un orario fisso, ma resta l'obbligo di comunicare dove si va e a che ora si prevede di rientrare.
Dire di no d'estate è ancora più faticoso e ci fa vincere il premio come "Genitori più cattivi dell'anno". Ma i "No" fermi detti oggi sono le fondamenta della loro sicurezza di domani.

08/08/2026
Conosco Monica Aschieri e ho avuto modo di conoscerla anche durante gli anni più bui della sua vita. La seguo con affett...
03/08/2026

Conosco Monica Aschieri e ho avuto modo di conoscerla anche durante gli anni più bui della sua vita. La seguo con affetto e rispetto perché conosco quel dolore e so quanto coraggio serva per attraversarlo, raccontarlo e riuscire, lentamente, a trasformarlo.
Monica ha vissuto una discesa dolorosa, ma ha trovato la forza di risalire e di mettere a n**o la propria storia nel libro " Una vita in vena" . Una testimonianza dura e sincera, ma anche un racconto di amore, fede e redenzione. La dimostrazione che una persona non è soltanto i propri errori, le proprie cadute o il periodo peggiore della propria esistenza.
Oggi ha condiviso queste parole di Enrico Galiano e ho deciso di rilanciarle perché so ciò che Monica ha vissuto, ma anche perché, per ragioni un pò diverse eppure non così lontane, conosco anch’io una parte di quel dolore.
Sono parole nelle quali ritrovo molto di lei e anche qualcosa di me:

«Li riconosci subito quelli che hanno avuto un vero dolore e non perché sono più arroganti, non perché hanno la scorza più dura: non li sopporto quelli che con la scusa di un dolore diventano più cattivi.
Il vero tratto distintivo di chi ha vissuto un dolore è che, in fondo, è più gentile.
C’è come un velo di clemenza in tutti i gesti di chi ha sofferto veramente; non infierisce mai, non calpesta, sta attento a tutto, osserva, se può evita di ferire e se non può preferisce ferire se stesso. Non urla e se lo fa è solo contro il vento.
Chi ha sofferto davvero è diverso perché è disarmato, sorride senza pi***la, cammina leggero, scherza tutto il tempo, non fa sempre a gara, chiede scusa, cammina in punta di piedi.
E ride, ride un sacco. Più di chiunque altro.»
Enrico Galiano

Grazie Enrico Galiano , per aver racchiuso in poche parole una verità così profonda. E grazie a te, Monica, per avermi ricordato ciò che accade a chi ha conosciuto davvero il dolore, ma soprattutto la responsabilità che abbiamo: quella di non usarlo per diventare più duri o più cattivi, ma per essere più attenti, più comprensivi e più gentili.
Perché noi sappiamo che cosa significa soffrire. E proprio per questo abbiamo il dovere di non aggiungere altro dolore alla vita degli altri.

Li riconosci subito quelli che hanno avuto un vero dolore e non perché sono più arroganti, non perché hanno la scorza più dura: non li sopporto quelli che con la scusa di un dolore diventano più cattivi. Il vero tratto distintivo di chi ha vissuto un dolore è che, in fondo, è più gentile. C'è come un velo di clemenza in tutti i gesti di chi ha sofferto veramente; non infierisce mai, non calpesta, sta attento a tutto, osserva, se può evita di ferire e se non può preferisce ferire se stesso. Non urla e se lo fa è solo contro il vento. Chi ha sofferto davvero è diverso perché è disarmato, sorride senza pi***la, cammina leggero, scherza tutto il tempo, non fa sempre a gara, chiede scusa, cammina in punta di piedi. E ride, ride un sacco. Più di chiunque altro.
Enrico Galiano

Non c’è due senza tre”… e, quando il terzo incontro riesce così bene, viene spontaneo domandarsi perché fermarsi proprio...
30/07/2026

Non c’è due senza tre”… e, quando il terzo incontro riesce così bene, viene spontaneo domandarsi perché fermarsi proprio adesso! 😊
La presentazione di Nero Mediterraneo non è stata soltanto l’occasione per conoscere il nuovo romanzo di Antonio Boggio, ambientato nella splendida Carloforte. È stata una di quelle serate in cui un libro diventa il punto di partenza per parlare di persone, pregiudizi, immigrazione, paure e umanità.
Antonio Boggio, attraverso il commissario Alvise Terranova e i suoi personaggi, ci ha accompagnati dentro una storia che nasce nel piccolo mondo di un’isola dentro un’altra isola, ma affronta temi capaci di riguardare tutti noi. Dario Cosseddu, con le sue domande e la lettura di alcuni brani, ha saputo rendere il dialogo ancora più vivo e coinvolgente. La fila per le copie firmate, alla fine, ha dato il verdetto più sincero: la curiosità era stata accesa e in tanti non vedevano l’ora di cominciare il viaggio.
Ma il significato più profondo di questi appuntamenti va oltre la presentazione di un libro. Eventi come questo aprono davvero delle finestre nel quartiere: fanno entrare cultura, confronto, bellezza e soprattutto persone. Trasformano uno spazio in un luogo d’incontro e un gruppo di spettatori in una piccola comunità.
Per questo desidero ringraziare Sandra Orru' e l’associazione Apriamo le finestre alla Marina. La sua perseveranza dimostra che, quando si crede davvero in un progetto e si continua a seminare con entusiasmo, prima o poi il quartiere risponde.
Un ringraziamento particolare a don Marco Lai, la cui disponibilità non è mai soltanto formale: apre concretamente le porte della Parrocchia di Sant’Eulalia e contribuisce a renderla sempre più un luogo vivo, accogliente e vicino alla comunità.
Grazie anche al Museo di Sant’Eulalia, alla Libreria Miele Amaro, a Terre Ritrovate e a tutti coloro che hanno collaborato alla riuscita della serata.
Le finestre sono state aperte, l’aria buona è entrata e, a questo punto, sarebbe davvero un peccato richiuderle. Al prossimo libro… e alla prossima occasione per stare insieme! 📚😊

Ieri mattina la settimana non è iniziata proprio nel migliore dei modi.Erano circa le 8.30. Ero sotto una delle nostre s...
28/07/2026

Ieri mattina la settimana non è iniziata proprio nel migliore dei modi.
Erano circa le 8.30. Ero sotto una delle nostre strutture quando ho sentito una voce gridare disperatamente: "Aiuto! Aiuto!"
Per un attimo non riuscivo a capire da dove arrivasse, poi ho avuto la sensazione che provenisse proprio da una delle nostre camere. Ho fatto le scale quasi di corsa.
Non era un grido qualsiasi. Era uno di quelli che ti attraversano il petto prima ancora delle orecchie.
Davanti a me c'era un uomo completamente sconvolto. Continuava a ripetere, quasi senza riuscire a respirare:
"Mia moglie sta morendo..."
Entriamo in camera.
Lei era distesa sul pavimento. Gli occhi rivolti verso l'alto, il corpo immobile, nessuna risposta.
In quel momento il tempo sembra fermarsi.
Il marito era completamente in tilt. Lo capisci subito quando una persona non riesce più nemmeno a ragionare: è come se la paura avesse mandato in cortocircuito ogni pensiero.
Chiamiamo immediatamente il 118, che ci rassicura dicendoci che l'ambulanza è già in arrivo.
Nel frattempo io e i miei due manutentori cerchiamo di fare quello che possiamo. Ti tornano in mente i corsi di primo soccorso, ma insieme ai ricordi arrivano anche i dubbi.
E se faccio la cosa sbagliata?
E se invece la cosa sbagliata fosse non fare nulla?
In quei momenti ogni secondo pesa come un macigno.
Poi, lentamente, succede qualcosa.
La signora riapre gli occhi. Mi guarda.
Non dimenticherò facilmente quello sguardo.
Non so se stesse chiedendo aiuto, se cercasse di capire chi fossi o semplicemente dove si trovasse. So solo che in quegli occhi ho rivisto mia madre, quando era prigioniera del suo corpo e non riusciva più a dire una parola. Uno sguardo che non aveva bisogno di voce per raccontare tutto.
Poco alla volta prova a muovere un braccio. Poi una mano. Poi le gambe.
Era come assistere a qualcuno che, centimetro dopo centimetro, si riprendeva la propria vita.
Finalmente, in lontananza, sento le sirene.
Non credo di aver mai provato un senso di sollievo così grande.
Quando arrivano i soccorritori, la stanza cambia atmosfera. Noi facciamo un passo indietro e lasciamo spazio a chi quella battaglia la combatte ogni giorno con competenza, sangue freddo e professionalità.
A loro va il mio grazie più sincero.
Solo allora mi accorgo che due lacrime mi stanno rigando il viso.
Non per debolezza.
Perché, per un attimo, ho sentito la morte bussare alla porta.
In quei momenti capisci quanto sia sottile il filo che separa la normalità dal caos. Basta un istante. Un malore. Una caduta. Un attimo prima stai facendo colazione, un attimo dopo la tua vita può cambiare per sempre.
E capisci anche un'altra cosa: chi prova ad aiutare porta sulle spalle un peso enorme. Hai paura di non fare abbastanza, ma anche di fare troppo. Vorresti fare tutto il possibile, ma sai che basta una decisione sbagliata per convivere con un rimorso che potrebbe accompagnarti per tutta la vita.
Questa mattina mi ha ricordato, ancora una volta, che viviamo spesso come se il tempo fosse infinito.
Ma infinito non è.
Per questo dovremmo volerci un po' più bene. Dovremmo perdere meno energie nelle discussioni inutili e trovare più tempo per un abbraccio, una telefonata, una parola gentile. Perché non sappiamo mai cosa ci aspetta dietro l'angolo.
A volte penso che sarebbe più facile essere meno sensibili, meno consapevoli.
Poi però mi rendo conto che è proprio questa capacità di soffrire, di emozionarsi, di commuoversi e di gioire che ci ricorda di essere vivi.
E oggi, più che mai, ne ho avuto la conferma.

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Via Angioy 23
Cagliari
09124

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