24/04/2026
(Federica Cannas) - Il 24 aprile il mondo armeno si ferma. Si ferma per ricordare, per non dimenticare, per tenere in vita una memoria che troppi, ancora oggi, si ostinano a negare o ignorare. Cent’anni e più di silenzio istituzionale, di veti diplomatici, di convenienze geopolitiche che hanno sepolto un milione e mezzo di vite sotto il peso dell’oblio. Oggi, mentre commemoriamo quella tragedia, i nostri occhi non possono non posarsi su Gaza. E la domanda è sempre la stessa, dolorosa, ineludibile: la storia insegna davvero qualcosa?
L’impunità di un genocidio è il lasciapassare per il successivo. E la storia sembra averci insegnato esattamente questo. I genocidi di serie B vengono ricordati poco, giudicati tardi, e spesso non giudicati mai.
Tra il 1915 e il 1923, il governo dei Giovani Turchi pianificò e attuò la deportazione sistematica e lo sterminio della popolazione armena: tra 600.000 e 1,5 milioni di morti, marce forzate verso il deserto siriano, beni confiscati, cultura cancellata. La Convenzione ONU sul Genocidio del 1948 fu ispirata anche da quegli eventi.
Eppure il genocidio armeno rimane uno dei casi più emblematici di negazionismo di Stato, tanto che la Turchia parla ancora di «morti di guerra». L’Italia ha riconosciuto quella realtà nel 2019, gli Stati Uniti nel 2021, la Germania nel 2016. I ritardi hanno ragioni politiche. È la geometria del potere che decide quali morti vengono ricordati.
Federica Cannas
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