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Su Populu Sardu è un'associazione che si ispira alle idee di Angelo Caria
"la nazione sarda è composta da tutti i sardi ovunque residenti e da tutti coloro che del popolo sardo vogliono condividere il destino"

21/08/2026
19/08/2026

L'affascinante altare rupestre di Santo Stefano, un antico monumento scavato nel granito. Una nuova ricerca basata sulla geometria sacra e sui numeri triangolari propone una chiave di lettura matematica per le coppelle e le nicchie del celebre altare rupestre sardo. L’altare rupestre di Santo Stef...

16/08/2026
15/08/2026

«𝗚𝗟𝗜 𝗜𝗦𝗟𝗔𝗠𝗜𝗖𝗜»: 𝗖𝗛𝗜 𝗧𝗜 𝗗𝗔̀ 𝗟𝗘 𝗣𝗔𝗥𝗢𝗟𝗘 𝗦𝗕𝗔𝗚𝗟𝗜𝗔𝗧𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗩𝗨𝗢𝗟𝗘 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗚𝗚𝗘𝗥𝗧𝗜
𝘛𝘳𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘰𝘭𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘶𝘨𝘶𝘢𝘭𝘪 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘭𝘰 𝘴𝘰𝘯𝘰

Chi dice che il problema non esiste, in quei posti non ci vive. E non sono più solo le periferie: è l’area della stazione dove non passi volentieri la sera, è la via del centro storico che si è svuotata di negozi e riempita d’altro, è il paese di tremila abitanti che in due anni si è trovato addosso un’emergenza che non aveva mai conosciuto.

Ma proprio perché il problema è vero, servono parole esatte. Con le parole sbagliate si finisce per sbagliare bersaglio, e il problema resta lì dov’era. C’è anche chi ha interesse a fartelo sbagliare.

Questa è l’epoca dei polarizzatori: gente che promette di difenderti e intanto ti assegna un posto dentro uno schema deciso da altri. Ti danno un nemico facile da riconoscere, e in cambio si prendono il tuo voto. Lo schema regge finché non provi a verificarlo. Il disagio, dopo, è rimasto identico.

𝗧𝗿𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲, 𝘁𝗿𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗲.
𝗠𝗨𝗦𝗨𝗟𝗠𝗔𝗡𝗢 è una persona di fede islamica. Come dire cattolico, ebreo, buddista. Oltre due miliardi di persone: praticanti e non, conservatori e liberali, sunniti e sciiti, indonesiani, senegalesi, bosniaci, italiani.

𝗜𝗦𝗟𝗔𝗠𝗜𝗖𝗢 è in prevalenza un aggettivo, e riguarda le cose: arte islamica, diritto islamico, mondo islamico. Dire «gli islamici» come sostantivo per parlare delle persone non è grammaticalmente sbagliato. Ma 𝗺𝘂𝘀𝘂𝗹𝗺𝗮𝗻𝗶 è una parola più precisa. Usare sempre «gli islamici» fa sembrare persone diversissime tra loro come un unico blocco, con le stesse idee e gli stessi obiettivi.

𝗜𝗦𝗟𝗔𝗠𝗜𝗦𝗧𝗔 è chi vuole che la religione governi lo Stato. È un progetto politico, molto differenziato, e ha nemici accaniti proprio dentro il mondo musulmano.

Ora guarda cosa succede quando qualcuno dice «gli islamici». Prende l’aggettivo delle cose e lo appiccica alle persone. Il tuo vicino di casa smette di essere un uomo con la sua storia e diventa il pezzo di un blocco. «Gli islamici vogliono», «gli islamici avanzano». Due miliardi di individui si condensano in un soggetto solo, con una volontà sola, che a quel punto si può soltanto temere o combattere.

Parole del genere non si diffondono da sole. Qualcuno le porta in giro, e qui sono in tre ad avere interesse a farlo.

𝗣𝗿𝗶𝗺𝗼. Il terrorismo islamista — quello vero, quello che ammazza — non è spuntato dal nulla dei minareti. È stato armato e finanziato per decenni: dai mujaheddin afghani sostenuti da Washington contro Mosca, ai gruppi jihadisti transitati per Libia e Siria, alle scuole radicali pagate dalle petromonarchie del Golfo, alleate fedelissime dell’Occidente e mai sfiorate da una vera sanzione. Se dici «gli islamici», questa catena sparisce dentro una parola sola. Se dici «islamisti», sei costretto a chiederti chi li ha pagati. Capisci perché a chi vuole imbrogliarti conviene la prima parola?

𝗦𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗼. Dopo quello che il mondo ha visto a Gaza, persino chi è accusato di genocidio può provare a rifarsi la faccia di bronzo presentandosi come «baluardo dell’Occidente contro “gli islamici”». La parola funziona da scudo, perché finché fissi il blocco immaginario eviti di guardare chi te lo sta indicando.

𝗧𝗲𝗿𝘇𝗼, ed è il più cinico, perché riguarda te. L’immigrazione in Italia è gestita male: verissimo. Ma da chi? Dai trafficanti che vendono posti sui barconi. Dai caporali che pagano tre euro l’ora. Da chi affitta tuguri a peso d’oro. Dai politici che da trent’anni lasciano fare alle mafie scafiste e schiaviste, perché quel lavoro sottopagato fa comodo a qualcuno. Sono nomi, cognomi e conti correnti. Ma se la tua rabbia viene dirottata su «gli islamici» in generale, quei nomi restano tranquilli. Ti mettono in mano un bersaglio finto, che potrai colpire per anni senza che il tuo quartiere diventi più sicuro.

Poi ci sono quelli che la crociata la fanno in versione instagrammabile: elmo, spada, «Deus vult» nei commenti, e la sera cena etnica. Non li vedrai mai in un cantiere alle sei del mattino né in una scala popolare, dove italiani e stranieri i problemi se li dividono davvero. Ti chiedono di indignarti da casa mentre loro accumulano visualizzazioni. È un lavoro, il loro, e lo stipendio lo paghi tu in rabbia.

Difendere l’identità nazionale è tutt’altra cosa. Viviamo in un Paese mediterraneo: la sponda sud è il nostro vicinato, prima ancora che una minaccia. E con i vicini si commercia, si contratta, si litiga e si fanno accordi, trattandosi da pari, come si fa da tremila anni su questo mare nei suoi momenti migliori.

Sicurezza vuol dire sapere chi hai davvero davanti. Chi ti confonde le parole, lungi dal volerti rafforzare, vuole usarti.

07/08/2026

Le FLNC Union des combattants a tenu une conférence de presse cland...

26/07/2026
25/07/2026

🔥⏳️ 𝗚𝗛𝗝𝗨𝗥𝗡𝗔𝗧𝗘 𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗭𝗜𝗨𝗡𝗔𝗟𝗘 2026 : Eccu i dui dibattiti maiò di a dumenicata !

Ci truvemu l'8 è u 9 d'aostu da vene in Corti !

⚠U PRUGRAMMA SANU DA QUÌ À POCU !

24/07/2026

PER L'UNITÀ ANCHE POLITICA DEI SARDOPATICI

C'è un modo di stare dentro una vicenda come Cala Finanza anche senza esservi stati: riconoscersi.
Basta guardare le maschere dei mamuthones, padre e figlio accanto agli striscioni, per capire che lì non si discuteva soltanto di un resort di lusso affacciato su Tavolara.
Si discuteva di chi decide: del paesaggio, dei beni comuni, del futuro di una terra. La difesa di una cala è diventata, senza bisogno di retorica, una domanda sul governo di sé.

La posta è alta e la storia non è finita. Contro il progetto Tavolara Bay, un intervento immobiliare di grande scala, il movimento popolare ha ottenuto la revoca dell'autorizzazione. Ma la società ha fatto ricorso e la partita si è spostata sul piano giudiziario. È una battaglia vinta dentro una guerra ancora aperta. Ragione in più per non fermarsi al sollievo.

Non dobbiamo inventare niente. Questa capacità di resistere e di unirsi ha radici antiche, i suoi padri e le sue madri ideali. Degli esempi: Amsicora e la scelta della resistenza. Eleonora d'Arborea, che con la Carta de Logu fece della legge una forma di cura del popolo e della terra. Giovanni Lilliu, che a questa attitudine diede il nome di costante resistenziale. Bachisio Bandinu, che ci ha insegnato a pensare l'identità non come un'eredità da custodire staticamente, ma come un agire dinamico. È una divenire, non un pantheon da celebrare.

Depimus faghere, direbbe il Babbu Mannu appena scomparso.
Il riconoscersi è necessario ma non basta; ciò che manca, e che le manifestazioni chiedono, è il fare. E il fare, in concreto, ha un contenuto: paesaggio, lingua, storia. In una parola: un futuro migliore per la Nazione Sarda.

Il fare, poi, guarda avanti. Le transizioni in corso, quella ambientale e quella tecnologica, si possono subire o cogliere. Una conservazione illuminata e moderna non è un museo all'aperto, non è il privarsi dell'energia: è la capacità di custodire un carattere e insieme di stare dentro il cambiamento, invece di svendere la terra chiamandolo sviluppo.

Cala Finanza è difesa del proprio territorio, e questo è già, in sé, un atto politico e di autodeterminazione. L'unità dei sardopatici, degli ideali sardisti, non deve temere di tradursi nella capacità di dare voce e tutela agli interessi di una nazione culturale, del suo paesaggio e della sua lingua. Non è antipolitica: è la politica che manca e che andrebbe attuata.

Antonello Gregorini

Indirizzo

Cagliari
09127

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