26/12/2025
Per chi ha voglia di leggere e pensare, pubblichiamo il discorso svolto dal filosofo Silvano Tagliagambe nella conferenza tenutasi a Cagliari tre giorni fa.
Proviamo a titolarla così:
L'INDAGINE DELLA SEMIOSFERA DEL MEDITERRANO È IL GIUSTO PERCORSO DI RAFFORZAMENTO DELL'IDENTITÀ NAZIONALE DELLA SARDEGNA E DEI SARDI, OLTRE LE MISCONOSCENZE PASSATE.
IL VALORE POLITICO DELLA NARRAZIONE
Noi di Nurnet ci lavoriamo da sempre.
A G.
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"Grazie, grazie dell’invito.
Dunque, le cronache di questi mesi sono piene di lamentele per l’irrilevanza crescente dell’Europa rispetto alle grandi potenze tradizionali: la Russia, la Cina e via dicendo. L’Europa stessa, in qualche modo, si interroga sulle ragioni di questa irrilevanza. Tra le ragioni e i motivi che vengono messi in evidenza, manca secondo me quello principale, e cioè il fatto che l’Europa ha commesso nel corso dei secoli, soprattutto ultimamente, un parricidio, un autentico parricidio: ha sacrificato all’oblio, alla morte, quello che è l’autentico luogo da cui nasce la sua civiltà, la sua cultura, e cioè il Mediterraneo.
Il parricidio dell’Europa consiste nella condanna all’irrilevanza del Mediterraneo. Del parricidio originario si occupa, come tutti sappiamo, molto Freud in Totem e tabù. In questo suo saggio racconta due aspetti estremamente interessanti per l’interpretazione dell’attualità. Il primo: come il ricordo del padre ucciso dai figli in qualche modo generi un rimpianto e si trasformi in memoria che induce i figli a trasformarlo in simbolo da ricordare e da venerare attraverso appunto la figura del totem. Il padre sacrificato viene trasformato in totem e di fronte a questo totem ci si inginocchia, ma nello stesso tempo lo si congeda dalla storia.
Il secondo aspetto, ancora più attuale, che Freud mette in evidenza è il fatto che da questo totem nascono tutta una serie di relazioni di carattere culturale e soprattutto nascono dei vincoli: i tabù. Ed è interessante capire come il Mediterraneo, da padre della nostra cultura e della nostra civiltà, come cercherò di dire poi, si sia trasformato progressivamente in un totem e oggi sia diventato soprattutto un tabù, cioè una serie di vincoli, di chiusure che impediscono il libero commercio delle persone, spesso anche delle idee. Quindi: uccisione del padre Mediterraneo, sua trasformazione in totem da cui nascono i tabù. Una storia esemplare raccontata da Freud che andrebbe probabilmente riletta.
Il Mediterraneo così è diventato quello che in un romanzo splendido del 1988 Amitav Ghosh chiama l’oggetto di linee d’ombra. Le linee d’ombra sono sostanzialmente dei confini radicati nella memoria, nell’inconscio, da cui dovrebbero nascere delle storie, dei racconti, prodotti dell’immaginazione. Ghosh è molto bravo nel dire che un luogo non esiste, o non esiste più, se non viene immaginato e se non viene raccontato, e che l’alternativa al vuoto del racconto non è la mancanza completa di narrazioni, ma l’imprigionamento nelle narrazioni altrui. Ed è questa la situazione in cui il Mediterraneo si trova: non ha più una storia autonoma ed è prigioniero di una serie di stereotipi e di narrazioni altrui che si fa fatica a scalfire.
Eppure, qualche mese fa è uscito un articolo molto interessante su Nature che racconta i risultati della paleogenetica, cioè analisi fatte su 210 scheletri provenienti da luoghi di sepoltura del Mediterraneo occidentale, da cui è emersa una cosa estremamente interessante: non è vero, come si credeva fino a non molto tempo fa, come alcuni storici ci hanno raccontato, che la storia del Mediterraneo occidentale sia stata il risultato del trasferimento effettivo, delle migrazioni dei popoli del Mediterraneo orientale che in qualche modo l’avrebbero colonizzato, trasferendo nel Mediterraneo occidentale i prodotti della loro cultura e della loro civiltà.
Queste testimonianze genetiche dimostrano che non c’è stata questa migrazione, non c’è stato questo trasferimento dalla Fenicia, dai luoghi dell’attuale Siria, Giordania, Palestina, Turchia settentrionale, nel Mediterraneo occidentale, ma che in realtà il Mediterraneo è diventato il luogo di un grande mescolamento di culture, di grandi relazioni culturali, frutto delle reti di relazioni marittime soprattutto commerciali ed economiche che si erano stabilite al suo interno.
Questo ha dato luogo alla produzione, già a partire almeno dal 2000–1800 a.C., di un pensiero forte, di una cultura autonoma, di un pensiero mitologico basato su uno studio attento delle relazioni tra terra, cielo e mare, in cui nascono ed emergono categorie estremamente interessanti. È il momento in cui, per la prima volta, l’uomo si pone e si interroga, soprattutto nel Mediterraneo occidentale, sul rapporto tra essere e divenire, tra sostanza e divenire, e lo declina in forma religiosa, pensando a una divinità che non era politeistica, come spesso si crede a proposito del pensiero mitologico, ma era un’unica sostanza divina che si manifestava in forme diverse a seconda dei contesti in cui agiva.
Per cui Zeus era il dio tradizionale del cielo, ma Poseidone, come dimostra la sua etimologia, è lo Zeus del mare, cioè la stessa divinità che agisce nel mare; così come c’è Ade, cioè una divinità, sempre Zeus, che agisce nel sottosuolo. Non a caso il simbolo di questa cultura era l’albero, con le radici che si inoltravano nel sottosuolo, il tronco che emergeva dalla terra e i rami e le foglie che guardavano verso il cielo, a sottolineare la profonda unità tra queste tre dimensioni spaziali sulle quali l’uomo non solo si interrogava, ma conduceva studi particolarmente interessanti e precisi.
Lo dimostra il fatto che i monumenti che questa civiltà ha potuto edificare in Sardegna, ma non solo, sono tutti monumenti orientati in modo tale da riflettere una profonda conoscenza delle costellazioni celesti e dei moti dei corpi celesti. Questa era dunque la civiltà che emerge nel Mediterraneo occidentale in seguito a una ibridazione culturale, e non a un meticciato di tipo biologico, come spesso si intende dire. Non il Mediterraneo come mare del meticciato, ma come mare dell’ibridazione culturale, frutto di scambi, di navigazione, di una frontiera aperta, di una rete di relazioni che permetteva scambi continui tra i popoli che abitavano le sue sponde.
All’interno di questo mare la Sardegna occupa una posizione strategica, non solo perché ne è al centro, ma perché a partire da epoche lontane comincia a costruire monumenti estremamente significativi: le domus de janas, e a partire dal XVIII -XVI secolo a.C. i nuraghi e le tombe dei giganti, e via dicendo. Questi straordinari monumenti che caratterizzano ancora il suo paesaggio sono testimonianza concreta di quel pensiero forte, perché richiedevano capacità di costruzione, di edificazione, ma anche capacità di organizzazione dei cantieri e del lavoro, oltre a riflettere una precisa conoscenza dei corpi celesti e dei loro movimenti.
Da questo punto di vista la Sardegna è una sorta di museo a cielo aperto di questa civiltà, di questo racconto, di questa genesi nel Mediterraneo occidentale, di quel pensiero che poi darà origine, nel VI secolo a.C. a Mileto, a quello stile di pensiero che tutti riconoscono, in maniera limitata se non erronea, come matrice del nostro pensiero e della nostra cultura: la nascita della filosofia greca. Una filosofia che non è l’origine di questa civiltà e di questa cultura, ma il prodotto della trasformazione di questa cultura, declinata non più in forma mitologica e religiosa, ma in forma laica, basata sull’osservazione e su una significativa capacità di sperimentazione.
La Sardegna, dunque, è un’isola che testimonia non solo di essere il prodotto di questa storia, ma lo testimonia attraverso le sue presenze, che sono in parte risultati della memoria che questa epoca ci ha lasciato e in gran parte presenze che caratterizzano il suo paesaggio. Presenze che vanno interpretate secondo la chiave di lettura che ci ha offerto la Convenzione europea del paesaggio del 2000, che ci dice che il paesaggio è una sorta di immissione nell’ambiente naturale di una stratificazione culturale che va letta e decifrata perché testimonianza della ricchezza simbolica e culturale profonda dei popoli che hanno abitato questo territorio.
Il problema di fondo che la cultura ci pone è questo: come trasformare questa memoria, che cos’è questa memoria, cosa produce, di che cosa è fatta, e in secondo luogo come trasformarla in oggetto della percezione. Dal punto di vista delle neuroscienze la percezione non è soltanto visione, ma soprattutto movimento. Il cosiddetto sesto senso è il movimento, inteso non solo come spostamento nello spazio, ma come capacità di muoversi nel tempo, stabilendo un raccordo tra diverse epoche di cui il paesaggio e i suoi monumenti sono espressione e stratificazione.
Alain Berthoz, che ha scritto un libro magnifico intitolato Il senso del movimento, ci dice che la percezione non è tanto rappresentazione quanto azione simulata e proiettata nel mondo. La percezione è tale solo quando da rappresentazione si trasforma in capacità di azione, di progettazione, quando l’immaginazione e la visione diventano capacità di fare, di realizzare, di trasformare questa memoria in qualcosa di attivo e produttivo, capace di incidere sul presente.
Questo è particolarmente importante perché la Sardegna, se ne analizziamo la storia come fa in maniera impareggiabile Attilio Mastino, mostra una straordinaria capacità di diventare se stessa, di rinnovarsi continuamente, ribadendo la propria identità nel corso delle trasformazioni: dall’epoca prenuragica, alle tombe dei giganti, all’epoca nuragica, post-nuragica, punica, romana, giudicale, bizantina, provincia dell’Impero romano d’Oriente, fino alle fasi successive. La capacità della Sardegna è stata quella di costruire raccordi tra queste fasi, mantenendo una coerenza della propria identità.
Questo non è misterioso: le neuroscienze ci dicono che la memoria non è un archivio di ricordi, ma un processo dinamico attraverso il quale si costruiscono relazioni sempre più profonde tra le diverse fasi della storia, individuale e collettiva. In questo senso Jurij Lotman, grande semiologo russo, ha coniato il concetto di semiosfera, analogo a quello di biosfera, per indicare l’ambiente culturale che si crea quando una società è capace di costruire raccordi tra le fasi della propria storia.
La semiosfera contiene anche ciò che non è stato compreso fino in fondo, ciò che resta come scarto, come residuo non dicibile, che si deposita come memoria involontaria. Questa memoria, pur essendo inconscia e sepolta, incide, si arricchisce e diventa una chiave interpretativa attiva capace di completare le ricostruzioni del passato. In Sardegna questa semiosfera è particolarmente ricca, grazie alla densità del patrimonio culturale e del paesaggio.
Eppure, paradossalmente, questa ricchezza anziché diventare motivo di fiducia e autostima, per troppo tempo si è trasformata in motivo di depressione e inazione, come hanno mostrato Nereide Rudas, Placido Cherchi e altri studiosi. Senza fiducia e senza autostima non c’è capacità di immaginazione né di progettazione politica. La prima operazione che una politica della cultura dovrebbe compiere è rinnovare questa fiducia, rileggendo il passato e attingendo alla ricchezza della semiosfera.
Il Mediterraneo, come matrice della grande cultura di cui la Sardegna è erede, dovrebbe costituire la base per una rivitalizzazione non solo culturale ma anche politica. La valorizzazione del patrimonio storico e archeologico dovrebbe diventare la chiave per costruire un pensiero politico forte e una nuova progettualità.
Può sembrare un’illusione, ma la debolezza crescente della politica in Europa e altrove è legata a una mancanza di senso della storia. Oggi la geopolitica descrive solo rapporti di forza presenti, senza profondità storica. Questa mancanza di senso della storia è, a mio parere, una delle cause principali della debolezza delle democrazie contemporanee.
Vi ringrazio"