Fondazione Enrico Berlinguer

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Con disciplina e onoreOrganizzato dalla Scuola di Cultura Politica, si tiene a Cagliari un incontro di studio e riflessi...
13/10/2026

Con disciplina e onore

Organizzato dalla Scuola di Cultura Politica, si tiene a Cagliari un incontro di studio e riflessione dedicato alla figura di Francesco Cocco, al suo profilo umano, al suo impegno civile e politico, al contributo offerto alla conoscenza e alla valorizzazione della Sardegna. Attraverso testimonianze, interventi e momenti di confronto, il seminario intende approfondire l'attualità del suo pensiero e della sua esperienza, mettendone in luce la rilevanza nel dibattito culturale e politico contemporaneo.

La Fondazione Enrico Berlinguer aderisce all’iniziativa. Nel dibattito interverrà il presidente della Fondazione, Tore Cherchi.

Seminario dedicato alla figura di Francesco Cocco, Cagliari, Caesar's Hotel, 16 ottobre 2026, ore17.00

05/10/2026

𝐍𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐁𝐞𝐫𝐥𝐢𝐧𝐠𝐮𝐞𝐫 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚 𝐢𝐥 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐟𝐫𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚
di Antonello Zanda*

Il volume Le arti e la letteratura negli anni di Enrico Berlinguer, pubblicato dalla Fondazione Berlinguer e curato da Salvatore Cherchi, raccoglie sette contributi: teatro, musica, cinema, arti visive, biografia e letteratura, linguaggio politico (per le firme di David Bruni, Roberta Ferraresi, Rita Fresu, Rita Pamela Ladogana, Stefania Lucamente, Ignazio Macchiarella) e, in chiusura, la testimonianza di Vincenzo Vita sulla politica culturale del PCI. Gli stessi autori dichiarano che i saggi sono parziali, differenti per metodo e costruiti spesso intorno a casi di studio. Quindi non una ricostruzione “totalizzante” ma certamente orientata a focalizzare nodi cruciali intorno al tema dei rapporti tra la sinistra storica e il mondo della cultura. Inoltre, i diversi saggi consentono di abbozzare un disegno utile per ripensare quella la storia che, chi ha vissuto quegli anni, può declinare su ambiti diversi.

Anche dalla sola semplice lettura di queste inquadrature appare sullo sfondo la trama di una riflessione che, come Vincenzo Vita evidenzia nel suo scritto conclusivo, scorre pagina dopo pagina: negli anni di Berlinguer cambia non soltanto la politica culturale del PCI, ma cambia il rapporto stesso fra politica e cultura; e questo cambiamento avviene attraverso tensioni, contraddizioni e conflitti, non attraverso una pacifica subordinazione degli intellettuali al partito. Questo libro non parla soltanto della cultura negli anni di Berlinguer. Parla di un'epoca nella quale la politica considerava ancora la cultura uno dei luoghi nei quali la società pensava e interrogava sé stessa e costruiva orizzonti, narrazioni, percorsi, relazioni, strategie.

Gli anni di Berlinguer segretario sono stati anni difficili e complessi per il suo partito. I diversi interventi del libro suggeriscono che mancava una visione unitaria, da parte del PCI e di Berlinguer, del “sistema culturale” – o meglio della cultura come “Sistema” - e quindi mancava dentro il partito una elaborazione condivisa a monte e una visione complessiva a valle. Nella prassi politica quotidiana molti problemi sorgevano in modo contingente, occasionale, dietro la spinta dei grandi fermenti culturali oltre che politici che animavano la società italiana. È in forza di questo contesto che Ignazio Macchiarella può mostrare incomprensioni e paternalismi tra il gruppo dirigente e il mondo della musica; che Rita Pamela Ladogana evidenzia le contraddizioni sul dissenso sovietico nella Biennale del 1977; che David Bruni può raccontare di un cinema che accusa il PCI di essere contaminato dalle logiche del potere; e che Roberta Ferraresi mostra invece quanto l'incontro tra istituzioni, territori e avanguardie abbia prodotto nuovi linguaggi e innovazione che affascinano da un lato ma spiazzano dall’altro.

Le possibilità di un ampio dibattito c’erano, ma è il segretario che si prende carico di dare ordine e lanciare segnali al mondo comunista. Leggendo le “Conclusioni al Convegno degli intellettuali” (rintracciabile nel sito della Fondazione Berlinguer, https://fondazioneenricoberlinguer.it/), che si è tenuto al Teatro Eliseo di Roma il 16 gennaio 1977. Enrico Berlinguer sostiene che la trasformazione del paese richiede una crescita del sapere e un rinnovamento delle istituzioni culturali; soprattutto afferma esplicitamente che ricerca, attività culturale e creazione artistica non devono «obbedire a un partito, a uno Stato, a un’ideologia», ma svilupparsi nella libertà e nello spirito critico. Intanto notiamo che sapere, cultura, ricerca e istituzioni compaiono in questo primo discorso come possibile diagramma del “sistema culturale”. Ora: il partito continua a considerarsi produttore di cultura e Berlinguer afferma, contemporaneamente, che l'autonomia della ricerca e della creazione artistica costituisce una condizione vitale della cultura stessa. Dobbiamo chiederci allora: che cosa significa fare arte e produrre cultura negli anni di Berlinguer, quando il PCI, il principale partito della sinistra italiana, è insieme un grande produttore di cultura, una forza esclusa dal governo nazionale ma è anche sempre più presente nel governo delle città e dei territori, e quindi esso stesso entra a far parte del sistema di potere con cui gli intellettuali devono confrontarsi? E ancora: come si passa dal partito che aspira all'egemonia culturale al partito che deve riconoscere l'autonomia della produzione culturale? Non parliamo solo di contenuti e di libertà creativa: entra in gioco un nuovo soggetto del discorso che è il minimo comune denominatore del diagramma di “sapere, cultura, ricerca e istituzioni”. Parliamo di persone e Berlinguer aggiunge che né i partiti né lo Stato devono «esigere obbedienze» dagli intellettuali.

Questo non è un aspetto che appare per la prima volta con il Berlinguer segretario tra 1972 e 1984, durante la sua direzione del partito. Se torniamo indietro troviamo degli importanti segnali di questa visione culturale. Un suggerimento lo ritroviamo ancora nel sito della Fondazione Berlinguer, che dedica un approfondimento al rapporto Berlinguer–Sardegna, ricordando il periodo cagliaritano del 1957-58 e soprattutto l'intenso lavoro di studio che accompagnò la sua attività politica. Da quelle letture nacque Classe operaia e questione meridionale, pubblicato su Rinascita sarda, con un ragionamento che si sviluppa in dialogo con un intervento di Michelangelo Pira sul sardismo e con Gaetano Salvemini (anche questo rintracciabile nel sito della Fondazione Berlinguer). La formazione della riflessione berlingueriana passava dunque, allora, anche attraverso un confronto con la cultura autonomistica e con gli intellettuali sardi. E chi più di un sardo conosce dal vivo il senso di alterità e autonomia culturale rispetto alla storia nazionale? Il Berlinguer nazionale viene da un Berlinguer che aveva imparato a leggere politicamente una società attraverso la sua storia, la sua cultura e gli intellettuali con cui si confrontava nei suoi studi. Il rapporto con la Sardegna non sarebbe quindi soltanto un dato biografico o identitario, ma un aspetto da rielaborare in chiave speculativa.

CI sono tre grandi momenti che i saggi focalizzano nella loro attenzione di quegli anni, momenti sintetizzati in altrettante parole: autonomia, conflitto, partecipazione.

L'autonomia è quella rivendicata progressivamente dalla cultura rispetto al partito. Se il PCI riconosce l'autonomia della cultura, deve riconoscere anche la possibilità che quella cultura critichi il PCI. Le culture giovanili e il movimento del '77; il nuovo teatro; le difficoltà nei confronti della popular music, la Biennale del Dissenso sono territori problematici per il PCI: il volume ci racconta questo.

Ma vorrei focalizzare un attimo l’attenzione su Leonardo Sciascia, l'intellettuale che rivendica strutturalmente una posizione di opposizione. Dal romanzo Il contesto di Sciascia il regista Francesco Rosi trae Cadaveri eccellenti, che mette in discussione il potere proprio mentre la strategia comunista cerca un rapporto politico con la DC. Lo racconta bene David Bruni nel suo saggio.

Ma c’è anche un altro film, tratto ancora da Sciascia, nello stesso anno, che è ancora più ostile verso il PCI: Todo modo di Elio Petri. Alla sua uscita emerge un forte disagio politico e critico del PCI, legato al fatto che il film uscì il 30 aprile 1976, nel pieno della campagna per le elezioni del 20 giugno e nel momento in cui la strategia berlingueriana puntava al dialogo con la DC.
Elio Petri trasforma radicalmente il romanzo di Sciascia. Il bersaglio diventa inequivocabilmente la Democrazia Cristiana e il personaggio di M., interpretato da Gian Maria Volonté, è costruito attraverso una riconoscibilissima imitazione di Aldo Moro. Il film racconta il grottesco decadimento di una classe politica nella descrizione di un'assise dei vertici della DC presso un albergo-eremo di Zafer con un finale che porta alla distruzione fisica dell'intero gruppo dirigente democristiano.

Lo storico e critico del cinema Lino Miccichè sintetizzò allora il problema in termini molto netti: Todo modo costituì un serio problema politico perché andava contro la politica di avvicinamento PCI-DC; secondo questa ricostruzione, Petri diventò un autore «scomodo», anche per i suoi precedenti “La classe operaia va in paradiso” (1971) e “La proprietà non è più un furto” (1973, accolto molto negativamente dalla critica di sinistra). Miccichè sostiene che Petri non fosse più sostenuto dalla critica vicina al PCI e interpreta la freddezza verso Todo modo precisamente alla luce della strategia politica di avvicinamento alla DC. È quindi fondato parlare di isolamento politico-culturale di Petri, purché non lo si trasformi automaticamente in un ordine di censura. Anzi non solo non c’è censura, ma la questione è più complessa.

Il 7 maggio 1976, appena una settimana dopo l'uscita del film, l'Unità annuncia sul numero corrente di Rinascita una recensione di Mino Argentieri significativamente intitolata: “Todo modo: troppa e poca satira”. Argentieri era un referente del PCI per il cinema come Pestalozza lo era per la musica e tanti altri in vari settori. Ebbene: Argentieri non stronca affatto Todo modo per ragioni politiche. Al contrario, gli riconosce esplicitamente il coraggio di aver reso riconoscibili Moro, Andreotti, Colombo, Gava e altri dirigenti democristiani; parla delle loro «gravi responsabilità assunte nella gestione del potere» e denuncia le «tentazioni repressive» suscitate dal film. Arriva persino a scrivere che Petri ha avuto «maggior coraggio di Rosi», perché «non si è fermato a mezza strada» e si è «sbilanciato nettamente» verso il pamphlet politico. La critica di Argentieri arriva dopo e riguarda soprattutto la forma: quando la satira si trasforma in «vignetta», in caricatura troppo scoperta, in imitazione mimetica di Moro, secondo Argentieri il film perde buona parte della propria forza. È precisamente il senso del titolo: «troppa e poca satira».

Perciò la principale rivista teorico-culturale del PCI non censura Petri né lo attacca perché incompatibile con il compromesso storico; Questo caso rende concretissima la dichiarazione teorica di Berlinguer dell'anno successivo: un'opera può risultare scomoda persino rispetto alla strategia politica contingente del partito senza per questo dover essere respinta dalla cultura comunista.
E appare altrettanto singolare il fatto che Il 20 giugno 1976, giorno delle elezioni, l'Unità pubblica il discorso tenuto da Leonardo Sciascia a Palermo a conclusione della campagna elettorale del PCI. È un dato notevole: nel giorno stesso delle elezioni il quotidiano ufficiale del PCI pubblica un discorso elettorale di Sciascia che richiama esplicitamente il film più feroce mai realizzato contro la classe dirigente democristiana.

Il rapimento e l'assassinio di Moro nel 1978 renderanno poi insostenibile la visione di Volonté-Moro, che alla fine del film viene ucciso. Il sito dedicato all'archivio Petri sottolinea che proprio la tragedia del 1978 rese il film ancora più scomodo, contribuendo alla sua lunga invisibilità.

C’è un altro aspetto da considerare e che matura nella lettura del libro: le istituzioni culturali. Perché è chiaro a tutti che la politica culturale non è soltanto produzione di opere: è anche costruzione di infrastrutture culturali che devono ve**re incontro ai bisogni di cultura del popolo. È un interrogativo che porta naturalmente al sistema degli archivi, alle cineteche, alle biblioteche, ai teatri, ai centri culturali, istituti di ricerca. C’è una forza, una pressione che viene dal basso, che spinge verso una capillare distribuzione e diffusione in tutto il territorio italiano del fatto culturale. La stessa storia dei Centri di Servizi Culturali in Sardegna e della Cineteca Sarda di Cagliari, che dirigo da tanti anni, testimonia questo percorso politico-culturale.

In questa complessa vicenda del rapporto tra partito e mondo culturale prende forma anche un altro quesito: che cosa accade quando una classe politica sollecita lo sviluppo di istituzioni capaci di conservare, produrre e far circolare cultura e si pone il problema intorno all’opportunità di determinarne preventivamente i contenuti?

Nel suo saggio di chiusura Vincenzo Vita parte da una critica esplicita alla tradizione precedente del PCI in cui incombeva una impostazione zdanovista, cioè della subordinazione della cultura alla linea politica. La segreteria Berlinguer rappresenta, nella ricostruzione di Vita, una discontinuità significativa. Il personaggio chiave fu Aldo Tortorella e il passaggio decisivo consistette nel riconoscimento dell'autonomia della ricerca e delle istituzioni culturali: Istituto Gramsci, il CESPE (Centro Studi di Politica Economica fondato dal Partito) e altri centri devono diventare luoghi autonomi di elaborazione, non semplici terminali delle decisioni del partito. Ma allora viene da chiedersi: perché manca un ragionamento fondativo intorno alla politica culturale di un partito così forte e così sensibile alla crescita culturale del cittadino.

Scopro con una semplice ricerca che nel luglio 1983 la Festa nazionale dell'Unità di Mantova è dedicata ai beni culturali e ospita espressamente un confronto sulla politica culturale degli enti locali. È Berlinguer a chiudere la manifestazione con un comizio che oggi è rintracciabile in una pubblicazione dal titolo emblematico: Discorso sulla cultura. Il volume edito da Tre Lune oggi è introvabile perché esaurito. E qui Berlinguer dice che cosa pensava della cultura: «Le forze conservatrici hanno visto e vedono nella cultura soltanto uno strumento: nel migliore dei casi, per l'acquisizione del dominio sopra la natura e, nel peggiore, per il mantenimento del privilegio e del dominio dell'uomo sull'uomo. Per le forze progressiste e rivoluzionarie, per noi comunisti, la cultura è un'altra cosa. È risorsa indispensabile per lo sviluppo ed è anche e soprattutto una finalità del vivere sociale degli uomini». Voglio sottolineare questo passaggio perché è molto importante; la cultura è “finalità del vivere sociale”. «La cultura è per noi leva determinante ed essenziale non per il dominio, ma per la liberazione di ogni singolo individuo e della società nel suo complesso. Quanto più avanza la conoscenza scientifica e quanto più sofisticate si fanno le tecniche tanto più assurdo appare il ruolo marginale assegnato alle forze della cultura e del sapere». Quella di Berlinguer è una distinzione filosoficamente molto significativa: una cosa è attribuire alla cultura un valore strumentale, un'altra riconoscerle un valore intrinseco. La cultura non serve soltanto a produrre sviluppo, innovazione, cittadini più consapevoli. Conoscere, creare, studiare, discutere, immaginare sono essi stessi parte di ciò per cui una società esiste. C’è sullo sfondo di quelle parole la tradizione marxiana della liberazione dell'uomo dal dominio della necessità e dello sviluppo delle capacità umane. C'è Gramsci, per il quale la cultura non può essere separata dalla formazione critica dell'uomo. E forse c’è Raymond Williams, quando definisce la cultura un intero way of life. Perché c’è, importante, l'altra metà dell'espressione: vivere sociale. Berlinguer non colloca la cultura in un settore specifico della società, ma è la trama stessa della vita associata. E va evidenziato che cultura umanistica e cultura scientifica sono inscindibili e Berlinguer ci torna continuamente. La cultura è il processo attraverso il quale una società conosce il mondo, conosce sé stessa, discute i propri fini e prova a immaginare il proprio futuro.

Dice ancora: «È ormai ovunque necessaria una capacità di previsione e di programmazione e tale capacità vuol dire rapporto continuo tra politica e conoscenza, tra istituzioni democratiche e mondo della cultura e del sapere. Senza una tale razionale capacità di previsione e di programmazione le stesse conquiste della scienza e della tecnica possono rivolgersi contro l'uomo, anziché a suo vantaggio». È un ragionamento di un’attualità straordinaria e che va valorizzato nel modo giusto.

Quelli della segreteria berlingueriana sono anni in cui convivono l'educazione culturale e il consumo di massa; il partito organizzato e le avanguardie; la disciplina politica e l'autonomia dell'artista; Gramsci e la popular music; il Guttuso dei Funerali di Togliatti e Cadaveri eccellenti; le Botteghe Oscure e i gruppi teatrali di periferia. E c’è anche il grande discorso politico dell'austerità di Berlinguer e il diffondersi dell'effimero delle nuove culture. Come non notare che ci sono evidenti consonanze tra la critica pasoliniana alla società dei consumi e alcuni temi che emergeranno nel discorso berlingueriano sull'austerità: omologazione, consumismo, bisogni artificialmente indotti, distinzione fra sviluppo e progresso. Sei mesi dopo il discorso sull’austerità, contro lo spreco e lo sperpero, contro i particolarismi e l'individualismo, nella Capitale, lo ricorda giustamente Roberta Ferraresi, prende avvio una delle più significative esperienze di politica culturale delle amministrazioni rosse: la celebre “Estate romana” voluta dal neoassessore comunale Renato Nicolini chiamato dal sindaco di Roma, il critico Giulio Carlo Argan, uno degli intellettuali di punta del Partito comunista.

La cultura dell’effimero, che è stata espressione della Estate romana, è un caso magnifico perché non rappresenta l'applicazione scolastica di una linea culturale del PCI. Al contrario, è un fenomeno che ha prodotto linguaggi, mescolanze fra alto e basso, spettacolo, città, cinema, periferia, festa, effimero. Il contrasto che si genera fra il tema dell'austerità e la dimensione dell'effimero è evidente. Come è stato possibile. Roberta Ferraresi suggerisce che proprio questa dialettica abbia prodotto innovazione.

Quindi dicevano: autonomia, conflitto, istituzioni… e poi un quarto elemento La partecipazione è quella dei territori, delle Feste dell'Unità, delle amministrazioni locali, dei teatri, dell'associazionismo diffuso, dei festival, delle rassegne. il problema culturale non riguarda quindi unicamente gli intellettuali più o meno riconosciuti: riguarda piuttosto la circolazione sociale della cultura e del sapere e il rafforzamento degli strumenti di conoscenza.

Forse, allora, per comprendere le arti e la letteratura negli anni di Enrico Berlinguer non dobbiamo misurare quanto gli intellettuali fossero vicini al PCI. Dobbiamo misurare la qualità della relazione che riuscì a stabilirsi fra politica e cultura, e quindi anche la qualità del conflitto. Pasolini poteva essere scomodo, Sciascia dissentire, Rosi e Petri rappresentare il potere in forme incompatibili con le convenienze della politica, gli artisti del dissenso sovietico mettere il PCI davanti alle proprie contraddizioni, le culture giovanili sfuggire alle categorie del partito. E tuttavia quel conflitto continuava a essere considerato parte della politica, non qualcosa di esterno ad essa. Forse ciò che oggi ci separa maggiormente da quella stagione non è la scomparsa di una particolare politica culturale, ma l'indebolimento della convinzione e l’incapacità di riconoscere che il conflitto fra politica e cultura è dinamica fondamentale grazie alla quale una democrazia costruisce la propria coscienza critica.

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*intervento svolto in occasione della presentazione e discussione del quaderno “Le arti e la letteratura negli anni di Enrico Berlinguer” pubblicato dalla Fondazione Berlinguer, Cagliari 29 settembre 2026. Antonello Zanda è scrittore e critico con l’incarico di direttore del Centro Servizi Culturali della Società Umanitaria - Cineteca Sarda di Cagliari.

𝐋’𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐏𝐚𝐧𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐞 𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚di Francesco Marcheschi*Era il 31 marzo del 1989 q...
01/10/2026

𝐋’𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐏𝐚𝐧𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐞 𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚
di Francesco Marcheschi*

Era il 31 marzo del 1989 quando la Giunta Regionale dell’epoca, nella sede di Villa Devoto, insediava i primi organi di amministrazione del Consorzio per l’assistenza alle piccole e medie imprese, poi chiamato Consorzio Ventuno, del quale Mario Pani veniva nominato Presidente.

Arrivava così a compimento un lungo percorso di attuazione della previsione del secondo Piano di Rinascita, la legge 268 del 1974, che vedeva l'istituzione di un fondo per i servizi reali e l’innovazione tecnologica per le piccole e medie imprese sarde, in attuazione del quale il Consiglio Regionale aveva approvato, nel 1985, la legge n. 21.

Si trattava di un fatto politicamente rilevante delle politiche e delle iniziative di sviluppo di quegli anni, guidate da una classe dirigente - non solo politica - consapevole, con chiara cultura di governo e determinata nel non lasciarsi travolgere dall’evolversi degli scenari dello sviluppo, ma anzi attenta a coglierne le potenzialità.

In Sardegna era stata infatti avviata una importante stagione di scelte strategiche e di efficace programmazione economica: erano in elaborazione il piano delle acque, il piano dei trasporti, un primo piano per la metanizzazione dell’isola, il piano telematico regionale la cui sola concezione poteva delineare un futuro di modernità per la regione e, di lì a poco, sarebbe anche scaturita l';idea, maturata insieme a quella del parco tecnologico regionale, di affidare, a iniziativa di Franco Mannoni, assessore della Programmazione, la stesura di un progetto per la creazione in Sardegna di un avanzato centro di ricerca e sviluppo basato sul grande calcolo.

In questo contesto di buona politica e di buona programmazione economica, Mario non era uno spettatore e tantomeno una figura di secondo piano, ma, grazie anche alla sua esperienza politica di lungo corso, uno dei protagonisti più attivi e partecipi, tanto che furono soprattutto sue l’iniziativa e la spinta perché arrivasse a compimento il percorso attuativo del nuovo strumento previsto dalla legge di Rinascita.

Iniziava così il percorso di vita del Consorzio Ventuno: messe a punto ed avviate le prime attività di assistenza alle imprese, l’impegno strategico fu da subito orientato verso la promozione del parco scientifico e tecnologico regionale, luogo fisico nel quale concentrare attività di ricerca ed iniziative imprenditoriali, e una folta delegazione, capeggiata da Antonello Cabras, divenuto Assessore della programmazione, e da Mario Pani, composta da rappresentanti di istituzioni, università ed associazioni delle imprese, effettuava un tour europeo di conoscenza dei maggiori parchi tecnologici d'Europa.

La decisa progressione dello studio di fattibilità del parco tecnologico alimentava il dibattito scientifico in Sardegna quando, terminato il relativo studio progettuale, il 30 novembre del 1990 nasceva il CRS4, Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna, controllato al 70% dal Consorzio 21, l‘ambizione di diventare un punto di eccellenza nella ricerca e nello sviluppo del calcolo scientifico e della simulazione informatica applicati a un vasto campo di settori e tecnologie, nonché di essere il centro di ricerca di riferimento del futuro parco scientifico e tecnologico sardo.

A conferma del grande rilievo dell’iniziativa, dopo che una delegazione della Giunta regionale era stata a Ginevra per chiederne la disponibilità, era stato chiamato come presidente del Centro il premio Nobel Carlo Rubbia e, ancora a conferma di quanto la Regione fosse impegnata in esso, fatto oggi impensabile ma ardito anche allora, Mario Floris Presidente della Giunta, Antonello Cabras Assessore della programmazione, Giovanni Dettori Assessore della cultura entravano nel primo consiglio di amministrazione della società il quale nella sua prima seduta nominava Mario vice Presidente.

A pochi mesi dall’avvio del Consorzio Ventuno, che era ancora una creatura gracile e muoveva i primi passi, Mario veniva quindi chiamato a trovarsi cardine fondamentale nell’attuazione sul campo delle nuove politiche di innovazione e ricerca scientifica della Regione Sarda: insieme presidente del Consorzio Ventuno, presidente - in pectore - del futuro parco tecnologico e vice presidente del Crs4 e, cioè di Carlo Rubbia, premio Nobel della Fisica, direttore uscente del Cern di Ginevra, scienziato di fama internazionale; una posizione di responsabilità da far tremare i polsi a chiunque ma, a vederlo operare e lavorarci insieme, non a Mario.

La sfida di allora era almeno triplice:
- creare quella che sarebbe divenuta una nuova agenzia regionale (oggi Sardegna Ricerche) che finalmente operasse per l’introduzione di innovazione e nuove tecnologie nel sistema diffuso delle piccole e piccolissime imprese sarde;
- promuovere, progettare e realizzare il parco scientifico e tecnologico regionale, sulle orme di Sophia Antipolis, il parco tecnologico francese visitato nel tour europeo e divenuto modello di riferimento;
- dare una prima identità, un’organizzazione e una struttura al Crs4, creare cioè le condizioni perché il binomio scientifico-tecnico Carlo Rubbia (Presidente) - Paolo Zanella (Amministratore delegato) trovasse condizioni di agibilità operativa e ambiente territoriale ed economico-sociale idonei e favorevoli alla prestigiosa iniziativa che prendeva il via.

A riferire dell’embrionale stato dell’arte di allora, delle problematiche e dell’impegno necessario per affrontarle, forse emblematicamente si può dire che alla sede provvisoria di piazza del Carmine del Consorzio 21 si era aggiunta la sede provvisoria di via Sauro del Crs4 e la ipotetica area localizzativa del parco tecnologico, al momento solo individuata in una planimetria della zona di P**a. Insomma, tutto da fare!!

La buona politica accompagnava comunque queste iniziative e ne facilitava il percorso e Mario fu, ovviamente, sempre in prima linea in ogni contesto. Il Consorzio Ventuno, sotto la sua guida, si strutturava, già nei primissimi anni erano centinaia le imprese ed
i consorzi che utilizzavano i suoi servizi reali, partecipavano alle iniziative di trasferimento tecnologico dalle università alle imprese e questo nuovo grande disegno di sviluppo favoriva la nascita di nuovi consorzi sardi di ricerca, soprattutto nei campi dei nuovi materiali, delle neuroscienze, dell’ambiente, dell’informatica, della biomedicina.

Sarebbe lungo fare l’elenco di tutte queste iniziative; tra i tanti nasceva nella baia di Tramariglio Porto Conte Ricerche, sulle ceneri del Corisa, ad Oristano l’International Marine Center ed a Nuoro già nel 1988, con l’iniziativa del CIS di Paolo Savona e dell’associazione degli industriali era nato l’Ailun, primo passo verso l’Università Nuorese: tutte queste iniziative avrebbero costituito, e in gran parte lo sono ancora, pezzi del parco tecnologico che intanto iniziava a prendere forma a P**a.

Proprio l’impegno per il parco tecnologico vedeva allora la spinta convinta e determinante di Mario, attivo verso il Consiglio Regionale per l’approvazione delle norme urbanistiche che ne avrebbero accompagnato la costruzione, per la redazione ed approvazione dell’Accordo di programma attuativo, per l’affidamento – in linea con il livello qualitativo impresso dal Crs4 di Rubbia a tutto il sistema - del progetto ambientale ed architettonico al prestigioso studio della Gregotti International (Vittorio Gregotti era una delle cosiddette Archistar del momento) e per il reperimento delle ingenti risorse finanziarie necessarie, peraltro individuate ed assegnate grazie all’intervento di Benedetto Barranu allora assessore della Programmazione.

Era sempre Mario quello che teneva i rapporti con il Ministero della ricerca che aveva bandito una gara per il finanziamento dei parchi tecnologici nel Mezzogiorno. L’impegno di Mario era, dal 1990 al settembre 1993 quando divenne vice presidente Silvano Tagliagambe, ovviamente e fortemente insieme rivolto allo start up del Crs4, all’organizzazione della sua struttura amministrativa da affiancare a quella di ricerca curata da Paolo Zanella, all’allestimento degli spazi fisici, al creare condizioni operative e di ospitalità che non tradissero le aspettative di Rubbia e del prestigioso Comitato Scientifico creato a supporto, tutti abituati a standard di qualità internazionali.

L’attività di Mario in questa direzione era particolarmente necessaria ed impegnativa anche nel fare da collegamento quasi permanente tra Ginevra, quindi Carlo Rubbia che lì continuava ad operare nella quotidianità, le emergenti esigenze di un centro che nasceva da subito con una composizione ed un taglio globale, la Regione, sia per la parte politica ma soprattutto per quella amministrativa, la quale, non esistendo una normativa di finanziamento della ricerca era spaventata davanti alla novità di cogestione pubblico-privata del centro.

Furono anni di straordinario impegno sul fronte del sostegno alle piccole imprese sarde che, aiutate dal Consorzio, portavano nei loro cicli produttivi innovazione e nuove tecnologie; insieme procedeva la progettazione architettonica ed urbanistica del parco tecnologico e le attività di ricerca e sviluppo dei tanti consorzi di ricerca; le attività di ricerca del Crs4 prendevano slancio in molti settori, come quello automobilistico con la collaborazione con la Fiat, la simulazione delle ricerche petrolifere che aiutava enormemente l’ENI a scoprire nuovi giacimenti, la collaborazione con la Boeing per le tecnologie aerospaziali.

Ma era l’avvenuto e riuscito trapianto in terra sarda delle innovazioni informatiche generate al Cern, realizzato da ricercatori che proprio da qual centro erano arrivati nell’isola, che aveva iniziato a produrre i primi e clamorosi risultati: nel 1993 www.crs4.it diveniva il primo sito web italiano, il secondo in Europa;
l’;anno successivo il liceo Alberti di Cagliari sarà la prima scuola in Italia ad avere un sito web e la prima in Europa a gestire un server web progettato da docenti e studenti; nel 1995 “Search in Italy” diventerà il primo motore di ricerca italiano e, a tutto questo, andava anche aggiunto l’incredibile merito di aver contribuito allo sviluppo del primo browser di dominio pubblico “Mosaic” lavorando a distanza con il NCSA - cioè il centro di ricerca leader mondiale dell’informatica e di Internet - negli Stati Uniti.

Grazie ad una intuizione del Crs4 che si incontrava con la natura aperta e visionaria dell’imprenditore Nicola Grauso, editore del quotidiano l’Unione Sarda, il 31 luglio 1994 il quotidiano sardo usciva in versione online, primo quotidiano italiano e uno dei primi al mondo, ed era anche il primo giornale ipertestuale d’Europa, nel quale era consentita, da allora si sarebbe chiamata così, la “navigazione” all’interno dei vari contenuti.

Tutto questo nel compiaciuto stupore generale, nella incredulità di tanti sardi in giro per il mondo che inviavano messaggi pieni di ammirazione e orgoglio, nella contentezza dei ricercatori italiani della base antartica che leggevano notizie della loro patria, e suscitando interesse e curiosità.
Con uno sforzo enorme, organizzativo e finanziario, l’imprenditore sardo creava Videonline, realizzando una rete di punti di accesso distribuita in circa quaranta paesi del mondo, attraverso i quali tutti potevano avere la possibilità di essere parte del sistema globale che si affacciava allora.
E tutto questo a partire dalla Sardegna, da un’isola sconosciuta ai più, dai nuovi candidi uffici in marmo della sede di Viale Regina Elena, dove alcune centinaia di persone, sardi, italiani, cinesi, arabi, americani, lavoravano a questa intrepida avventura e che erano diventati crocevia del mondo che guardava al futuro, dove si potevano incontrare Nicholas Negroponte, mitico messia del MIT Massachusetts Institute of Technology, tempio sacro delle nuove tecnologie digitali, o grandi imprenditori o venture capitalist interessati ad investire nell’iniziativa, e, naturalmente, anche i ricercatori del Crs4 primo tra tutti Pietro Zanarini, che avevano scatenato la prima scintilla di questo grande incendio.

Il Corriere della Sera, ricordando i 30 anni dalla nascita di Internet nel 2016, titolava “Video On Line. Un’avanguardia mondiale” e “Quando la Sardegna era la Silicon Valley Italiana” descrivendo come una regione isolata fosse riuscita a diventare un polo tecnologico d’avanguardia e un punto di riferimento per il mondo che guardava al futuro.

Era stato poi l’imprenditore Renato Soru, che aveva creato sul modello di Video On Line un Internet Provider a Praga, a raccoglierne la parte più significativa dell’eredità con la creazione della società Tiscali che tuttora opera seppure senza più un’anima sarda.

Comunque già rilevante era stato il lascito di saperi, competenze professionali, conoscenze ed esperienze tecnologiche e di nuove piccole imprese digitali attraverso le quali lo stesso si era materializzato e che avrebbe costituito, da li in poi, lo zoccolo duro sul quale si sarebbe sviluppato un distretto cagliaritano delle tecnologie digitali e di Internet tuttora attivo.

Oggi non resta molto di quelle visioni strategiche e di quello spirito realizzativo dei quali Mario si era dimostrato grande sostenitore ed operativo artefice, continuando il suo impegno in questo senso come Presidente del Consorzio 21 per altri sei anni: il parco tecnologico è oggi sostanzialmente in disuso e il brulicare di quasi 600 tra ricercatori, imprese e fondatori di nuove iniziative di allora è solo un ricordo, il Crs4 - che mantiene una sua forza ed una sua autorevolezza - è comunque anagraficamente invecchiato ed
in attesa di un necessario rinforzo, il Consorzio 21 di oggi, è stato trasformato in un ufficio della Regione e, proprio per questa sua trasformazione in senso burocratico, se riesce a spendere con efficienza i soldi europei e regionali, ha però oggettive difficoltà a svolgere una funzione di impulso all’innovazione del sistema e allo sviluppo tecnologico dell’isola; anche le grandi iniziative imprenditoriali di allora mostrano i segni del tempo e sicuramente soffrono della mancanza di un chiaro indirizzo politico-strategico a livello regionale.

In questo contesto si affacciano oggi due promesse di futuro:
1. la stagione di Rubbia e del Crs4 ha lasciato il segno, nuove iniziative innovative sono nate e sono presenti nell’isola, soprattutto nell’area cagliaritana dove esiste un significativo distretto di imprese tecnologiche nato a partire da quegli anni ed oggi rivolto verso i confini più avanzati come l’intelligenza artificiale, come recentemente ha sottolineato il Corriere della Sera parlando della società cagliaritana XFERENCE come di uno dei progetti imprenditoriali europei più innovativi - insieme ad uno francese ed uno olandese - in grado di porsi - fatte le debite distinzioni e proporzioni - sul solco delle grandi multinazionali tecnologiche americane.
2. le condizioni geologiche e geografiche della Sardegna ci aprono una importante finestra sugli avanzamenti della scienza, su quella che si chiama ‘nuova fisica’, che potrebbero tradursi nella realizzazione nell’isola di un grande rivelatore di onde gravitazionali, riportandoci verso una nuova stagione di sviluppo basata sulla scienza. Forse allora una prospettiva c’è e per dirla con le parole di Andrea Pili fondatore di XFERENCE, “vogliamo essere protagonisti come lo eravamo trent’anni fa con Videonline e Tiscali”.

Senza forse, uno come Mario ci servirebbe di nuovo.

PS
Chi volesse leggere qualcosa in più su quegli anni e sul parco tecnologico e la sua storia può dare uno
sguardo alla rivista online Ispicaduras che sta pubblicando a puntate quelle vicende.

*) La relazione pubblicata è stata svolta a Borore il 26 settembre 2026, nel convegno dedicato a Mario Pani di cui illustra una parte meno conosciuta del suo impegno pubblico.

Indirizzo

Via Emilia, 39
Cagliari
09121

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