Fondazione Enrico Berlinguer

Nadia Gallico Spano e Velio Spano, membri dell'Assemblea costituenteConvegno storico-politico presso il porto turistico ...
27/08/2026

Nadia Gallico Spano e Velio Spano, membri dell'Assemblea costituente

Convegno storico-politico presso il porto turistico MARINA di TEULADA Venerdì 4 settembre ore 19.30

Nadia Gallico Spano (1916 -2006) e Velio Spano (1905 – 1964), sono stati entrambi eletti all’Assemblea costituente il 2 giugno 1946. In occasione dell’ottantesimo anniversario, si svolgerà un convegno organizzato da Associazione Culturale Is Sinnus, di Teulada, con il patrocinio del Senato della Repubblica, del Comune di Teulada e con il sostegno di “Marina di Teulada”. Saranno presenti le figlie Paola e Chiara. Intervengono fra glia altri Vasco Decet, nipote di Nadia e Velio, e Tore Cherchi, presidente della Fondazione Enrico Berlinguer. La locandina pubblicata riporta le informazioni complete.

Nadia Gallico nasce a Tunisi il 2 giugno 1916. Il padre Renato, avvocato di origine toscana emigrato in Tunisia, collabora assiduamente con la stampa antifascista locale in lingua italiana; la madre, Ketty Sinigaglia, farmacista, è la prima donna laureata in tutta l'Africa del nord.

Nadia ha conseguito il diploma di maturità scientifica e frequentato per due anni l'Università di Roma e successivamente l'Università francese di Tunisi.

Nel maggio del 1939 ha sposato a Tunisi Velio Spano. Hanno avuto tre figlie: Paola (1940), Chiara (1941) e Francesca (1949).
Attiva antifascista, nel 1941 venne condannata dal tribunale speciale militare francese a Tunisi. Clandestinamente continuò a lottare per la liberazione dalla Tunisia. La sua casa diventa il punto di ritrovo delle forze della Resistenza. Nel 1944 Nadia raggiunse il marito Velio Spano a Napoli dove conobbe Palmiro Togliatti che le affidò l'incarico di responsabile nazionale del partito comunista per i gruppi femminili. In questa veste, diresse i primi numeri della rivista “Noi donne”. Partecipò alla costituzione dell'Unione Donne Italiane. Collaborò con il movimento femminile della Sardegna e, a Roma, lavorò nella Federazione romana del Partito comunista. Il giorno del suo trentesimo compleanno, fu eletta nell'Assemblea costituente nella lista del partito comunista, nel collegio Roma, Latina, Viterbo, Frosinone, con 6643 di voti di preferenza. Sarà deputata nella prima e seconda legislatura della Repubblica, eletta in Sardegna, terra alla quale si lega in maniera fortissima. Successivamente, il partito la richiamò a Roma, affidandole incarichi di lavoro nella sezione esteri. Morì a Roma il 19 gennaio 2006.
Chi vuole approfondire la conoscenza di Nadia Gallico Spano legga innanzitutto la sua autobiografia “Mabrùk. Ricordi di un’inguaribile ottimista”, AMD, Edizioni. Una bibliografia completa è reperibile in “Le donne della Costituente” a cura di Maria Teresa Antonia Morelli, Editori Laterza. Per la sua attività nell’Assemblea costituente e nella Camera dei deputati, si consulti l’archivio storico della Camera in: “storia.camera.it/deputato/nadia-gallico-19160602”

Velio Spano, nacque a Teulada nel 1905 da Attilio e Antonietta Contini. Nel 1910 la famiglia si trasferì a Guspini. Diplomatosi al Liceo di Cagliari, all'indomani della marcia su Roma aderì alla Federazione giovanile comunista. Nel movimento comunista fu attivo propagandista alle università di Roma e Torino; conobbe e frequentò Antonio Gramsci; nel 1928 fu condannato dal Tribunale Speciale a 5 anni e 6 mesi per associazione e propaganda comunista, scontati a Viterbo e Pesaro. Liberato per l'amnistia del decennale nel novembre 1932, espatriò clandestinamente nel gennaio 1933, lavorando poi nell'apparato comunista internazionale. Partecipò in Spagna alla guerra civile, in difesa della Repubblica e contro i franchisti. Dal partito fu inviato prima in Egitto e poi in Tunisia dove diede un grande contributo all’organizzazione del Partito comunista tunisino. Il governo di Vichy lo condannò a morte due volte in contumacia. Nonostante questa situazione con Nadia formarono una splendida famiglia.
Tornato in Italia dopo l'armistizio, (ottenne un passaggio in un aereo militare inglese), esercitò nel Sud una funzione politica rilevante, partecipando nel gennaio 1944 al Congresso di Bari dei Comitati di Liberazione Nazionale, in rappresentanza della delegazione del PCI insieme a Eugenio Reale. In luglio si spostò a Roma dove diresse per due anni l'edizione locale de L'Unità, e fu eletto nella direzione provvisoria del PCI per l'Italia liberata. Tra il 1944 e il 1945 seguì la costruzione del partito nel Mezzogiorno e in Sardegna: nel maggio 1945 rappresentò la direzione al II Congresso regionale sardo del PCI, approfondendo il tema dell'autonomia. Fu anche membro della Consulta Nazionale.

Il 2 giugno 1946, fu eletto nel collegio elettorale della Sardegna all’Assemblea costituente ottenendo 21.841 voti. Spano, in quanto capolista, faceva parte anche del Collegio unico nazionale dove confluivano i resti dei voti dei singoli collegi. Risultò eletto anche collegio nazionale fatto che consentì il subentro di Renzo Laconi nel collegio sardo, come primo dei non eletti.
Fu senatore di diritto nella prima legislatura; nelle successive legislature fu eletto nel collegio sardo fino alla morte, avvenuta a Roma il 7 ottobre 1964.

È stato segretario del PCI nell'isola, partecipando alle grandi lotte contadine, all'occupazione delle terre, e al duro sciopero di 72 giorni dei minatori di Carbonia, conducendo la battaglia per la rinascita economica e sociale dell'isola. Nella direzione nazionale svolse l’incarico di responsabile della sezione esteri.
Chi vuole approfondire la biografia politica di Velio Spano, legga innanzitutto il libro di Antonello Mattone, Velio Spano. Vita di un rivoluzionario di professione, Sassari, Della Torre, 1978 e la monografia “Velio Spano, l’uomo, il politico, lo scrittore”, Rinascita Sarda, 1994.

Per la sua attività nell’Assemblea costituente e nella Camera dei deputati, si consulti l’archivio storico della Camera in: “storia.camera.it/deputato/velio-spano-19050115”.

Settanta anni fa, a Marcinelle, si consumò la morte in miniera di 262 minatori.di Tore CherchiMarcinelle, 8 agosto 2026....
08/08/2026

Settanta anni fa, a Marcinelle, si consumò la morte in miniera di 262 minatori.
di Tore Cherchi

Marcinelle, 8 agosto 2026. Alle 8.10, come ogni anno, il tempo si è fermato. La campana "Maria Mater Orphanorum" ha battuto 262 rintocchi, uno per ciascuna dei minatori divorati dal fuoco e dal gas al Bois du Cazier esattamente settant'anni fa.

Erano le 8.10 dell’8 agosto 1956 quando un carrello si bloccò nel pozzo di estrazione del minerale tranciando un condotto d'olio sotto pressione e alcuni cavi ad alta tensione. In pochi istanti l'esplosione e l'incendio che ne seguirono si propagarono in una miniera priva di adeguate vie di fuga, trasformando i cunicoli sotterranei in una trappola mortale. Sottoterra, a oltre mille metri di profondità, si trovavano 275 minatori. Solo 13 riuscirono a mettersi in salvo; gli altri 262 morirono intrappolati dalle fiamme o soffocati dai gas di combustione. Le vittime provenivano da dodici nazionalità diverse, ma più della metà, 136, erano italiani.
Per due settimane le squadre di soccorso tentarono di raggiungere i minatori intrappolati, mentre le famiglie, assiepate ai cancelli della miniera, attendevano notizie giorno dopo giorno. Il 22 agosto, un soccorritore italiano risalì sgomento in superficie e pronunciò la drammatica frase «tutti cadaveri»: nelle gallerie non c’erano altro che persone morte. Quella frase, «tutti cadaveri» è rimasta scolpita nella memoria collettiva.

La tragedia di Marcinelle non fu provocata da un accidente. Fu l’esito delle gravissime carenze nella manutenzione degli impianti e nelle misure di prevenzione e controllo della sicurezza. La vita dei minatori valeva poco che si trattasse di minatori di nazionalità belga o di immigrati.
L’alto numero di minatori di nazionalità italiana coinvolti nell’ecatombe si spiega con la massiccia emigrazione del secondo dopoguerra, anche dalla Sardegna e dal Sulcis Iglesiente in particolare, spinta dall’accordo bilaterale siglato tra Italia e Belgio. A corto di manodopera per le sue miniere, il Belgio si impegnava a fornire all'Italia 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore inviato. Fu così che, tra il 1946 e il 1956, decine di migliaia di lavoratori italiani lasciarono il proprio paese per scendere nei pozzi della Vallonia, spesso senza formazione e in condizioni di sicurezza molto arretrate.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito le vittime di Marcinelle parte dell'identità del Paese, sottolineando il valore che quella tragedia ha assunto per l'intero processo di integrazione europea, e il valore del rispetto degli immigrati.
Il Settantesimo anniversario ha determinato una decisione importante dell’Unione Europea. La vicepresidente della Commissione, Roxana Minzatu, ha annunciato che l'Unione istituirà una Giornata europea annuale in memoria delle vittime degli infortuni sul lavoro, fissata proprio nella data dell'8 agosto.

Nella miniera, Le Bois du Cazier”, oggi patrimonio Unesco, è stato conservato il cancello che separa il dentro, gli impianti minerari, e il fuori, il paese. Quando l’ho visitata la prima volta non ho potuto non pensare alle donne che lo premevano con i loro i corpi in attesa di notizie di un marito, di un figlio, di un fratello. Un elemento fisico, un cancello, evoca l’ansia e il dolore di una comunità.

La morte nelle miniere era (è) un fatto frequente ed enorme. Nelle miniere carbonifere del Sulcis, fra il 1938 e il 1983 sono morti 294 minatori; oltre 400 nell’intero periodo di attività. Nella sola “Grande Miniera di Serbariu” che rimase in attività effettiva per una ventina d’anni, sono morti 128 minatori. Questa miniera è collegata al Bois du Cazier. Insieme hanno costituito la rete europea delle miniere carbonifere con la partecipazione di altri quattro grandi centri di produzione del carbone tutti segnati anche da tragici fatti di morte sul lavoro. Fra questi, uno del Nord Pas De Calais. In quell’area, nel 1906, a Courriéres, un terribile “colpo di polveri” provocò la morte di 1099 minatori. Questi luoghi custodiscono la memoria del lavoro e dei lavoratori delle miniere, essenziali nella ricostruzione post Seconda guerra mondiale. Con Bertolt Brechet, dovremmo sempre chiederci «chi costruì la ricostruzione?».

Oltre lo Schermo Eccoci con il secondo appuntamento di Oltre lo Schermo – Cineforum Democratico, il nuovo ciclo di appun...
03/08/2026

Oltre lo Schermo

Eccoci con il secondo appuntamento di Oltre lo Schermo – Cineforum Democratico, il nuovo ciclo di appuntamenti presso la Fondazione Enrico Berlinguer, promosso dal Partito Democratico e dai Giovani Democratici della provincia di Cagliari.
Quattro serate per guardare insieme film che raccontano la storia, interrogano il presente e ci aiutano a discutere di politica, democrazia e società. Perché il confronto non finisce con i titoli di coda.
📽️ Secondo appuntamento: L’ora più buia di Joe Wright
📅 Mercoledì 5 agosto 2026�🕕 Ore 18.00�📍 Fondazione Enrico Berlinguer – Via Emilia 39 Cagliari

🔺L’ingresso è libero e i locali sono climatizzati.

PER PARTECIPARE ISCRIVITI COMPILANDO IL SEGUENTE FORM LO TROVI IN BIO E NELLE STORIE: https://forms.gle/SWkH8XzQT4P1n3nu7

Diamo il via a “Oltre lo Schermo” – Cineforum Democratico, il nuovo ciclo di appuntamenti presso la  Fondazione Enrico B...
29/07/2026

Diamo il via a “Oltre lo Schermo” – Cineforum Democratico, il nuovo ciclo di appuntamenti presso la Fondazione Enrico Berlinguer, promosso dal Partito Democratico e dai Giovani Democratici della provincia di Cagliari.
Quattro serate per guardare insieme film che raccontano la storia, interrogano il presente e ci aiutano a discutere di politica, democrazia e società. Perché il confronto non finisce con i titoli di coda.
📽️ Primo appuntamento: Berlinguer – La grande ambizione di Andrea Segre.
📅 Mercoledì 29 luglio 2026�🕕 Ore 18.00�📍 Fondazione Enrico Berlinguer – Via Emilia, 39.
Vi aspettiamo per vivere insieme questi momenti d’incontro e confronto.

29/07/2026
Bachisio Falconi, uomo stimato e rispettato, caro compagno di Tore CherchiBachisio Falconi, nostro caro compagno, è mort...
28/07/2026

Bachisio Falconi, uomo stimato e rispettato, caro compagno
di Tore Cherchi

Bachisio Falconi, nostro caro compagno, è morto il 9 luglio 2026, all'età di 75 anni. Una morte subitanea e senza avvisi, avvenuta a Barcellona, dove si trovava per lavoro, interessato a conoscere un nuovo processo produttivo agroalimentare.

Al funerale, a Fonni, suo paese natale, il 17 luglio, sotto un sole di fuoco, ha partecipato una grande folla: i compaesani e gli amici, i compagni di militanza politica e esponenti, tanti, di altri partiti, persone arrivate dal nord e dal sud dell’isola. E’ stata una intensa, pubblica manifestazione del rispetto e della stima meritati da Bachisio. E di partecipazione commossa al dolore della moglie Bonarina e della sua bella famiglia.

Bachisio aveva una personalità poliedrica. Nato in Barbagia, fu attratto dal sogno dell’industrializzazione della Sardegna centrale. E quindi studiò da perito chimico, a Cagliari. E poi andò in una grande fabbrica Enichem, a Ottana, dove le ciminiere avevano modificato il paesaggio agrario. Fra chi ha condiviso quel periodo, resta la memoria di un valente tecnico di produzione e del suo impegno sindacale nel consiglio di fabbrica.

Quella di Ottana fu un’esperienza di crescita sociale della Sardegna più interna. La fabbrica - con le cooperative nelle campagne - fu la fucina di una nuova cultura e della formazione di cittadini che diventarono classe dirigente. Ma avevano, quelle fabbriche, anche un grave vizio genetico, quasi una sorta di insanabile e malefica contraddizione con lo spirito aperto e fiducioso dei lavoratori. Quel polo industriale era nato con produzioni destinate ad un rapido declino: la “divisione del lavoro” (così allora la si chiamava) assegnava al Sud solo produzioni di massa, a basso valore e in via di obsolescenza. La “guerra chimica” e la disastrosa gestione delle partecipazioni statali degli anni ottanta accelerarono la fine. I lavoratori e la comunità locale pagarono un alto prezzo.

Bachisio visse quella contraddizione e se la portò nel suo percorso di vita traendone il meglio.

Dall’esperienza di tecnico e di sindacalista in un grande stabilimento industriale, derivò la militanza nel PCI prima e nel PDS poi (nel suo Hotel Taloro abbiamo svolto il congresso che segnò il passaggio dal PCI al PDS), e l’impegno nelle istituzioni: nel comune e nel consiglio regionale.

Dalla consapevolezza del destino segnato di quel tipo di fabbrica, derivò la spinta a ba***re nuove vie. E quindi diventò imprenditore nei comparti più legati alle vocazioni territoriali: l’agroalimentare, le risorse locali, l’ambiente, l’ospitalità. Lo fece con intelligenza diretta a unire le forze imprenditoriali del luogo. E con corposi e ammirati risultati.

Fu un uomo di partito, aperto al dialogo e al rispetto, consapevole del valore del confronto. Fu soprattutto un uomo delle istituzioni: consigliere comunale per un lungo tempo e poi sindaco del suo paese. Di quel periodo molti di noi conservano anche la memoria della lunga e intensa sequenza di gravi attentati contro gli amministratori locali. Anche Bachisio Falconi ne fu vittima. E nel suo caso non si trattò di un atto intimidatorio.

Dopo l’impegno nel comune, per due legislature ha rappresentato la provincia di Nuoro nel consiglio regionale distinguendosi per il lavoro sui temi del commercio, dello sviluppo economico e del turismo.

La sua cifra era l’attenzione al risultato concreto e utile per le persone e le comunità che gli avevano dato fiducia, quale che fosse l’incarico ricoperto. Si guardi all’incarico di presidente del Consorzio Imbrifero Montano del Taloro. Non considerò quella funzione come una sine cura. La fece valere e la sua attività produsse risultati economici rilevanti per i comuni consorziati.

Bachisio era un uomo saggio, conscio dell’ammonimento dell’Ecclesiaste: c’é un tempo per ogni cosa. Finito un dato tempo dell’attività nelle istituzioni, non brigò per prolungarlo. Indirizzò le sue energie verso altri campi e accrebbe la stima e il rispetto di cui abbiamo parlato all’inizio di queste righe. Per questo lo ha onorato la moltitudine delle persone accorsa a Fonni. Noi, della sua generazione, aggiungiamo l’affetto verso un compagno con cui abbiamo condiviso decenni di comune impegno politico e di belle relazioni personali.

Attività svolte con le scuole dell’area di Cagliari nel primo semestre 2026Organizzata e coordinata da Gian Piero Liori,...
01/07/2026

Attività svolte con le scuole dell’area di Cagliari nel primo semestre 2026

Organizzata e coordinata da Gian Piero Liori, componente del comitato scientifico della Fondazione Enrico Berlinguer.

Dopo la bella chiusura del 2025, all'Istituto Agrario di Elmas, con le due - partecipatissime - assemblee per la presentazione del Libro ”VITA APPESA” di Atef Abu Said, il 2026 è iniziato con la interlocuzione con ANP (Associazione Nazionale Presidi di Cagliari) e la firma dell' accordo di collaborazione per la realizzazione del Progetto “1926 - 1946 : i grandi Anniversari”.

Le attività, incentrate sul centenario delle leggi “fascistissime”, sulle figure di Gramsci e Lussu, sul Colonialismo italiano, sullo snodo del 1946 (Referendum istituzionale, voto alle Donne, Assemblea costituente), hanno visto la presentazione del Progetto “erga omnes” presso l'aula Magna del Liceo Classico Euclide di Cagliari nel febbraio 2026 ed hanno avuto un primo sviluppo operativo anche in alcuni Istituti Comprensivi.

In particolare:
la presentazione generale si è tenuta – con Gian Piero Liori, Tore Cherchi e Luciano Marrocu per la Fondazione Enrico Berlinguer, e con i Dirigenti Scolastici Mario Secchi e Roberto Bernardini – presso il Liceo Euclide. Ad essa hanno partecipato numerosi rappresentanti degli istituti superiori dell'Area Metropolitana di Cagliari.

Successivamente:

• 11 febbraio, il prof. Luciano Marrocu ha discusso con gli studenti del Liceo Euclide su Emilio Lussu e il sardofascismo;
• 16 febbraio, ancora il prof. Luciano Marrocu è intervenuto su Gramsci e le leggi “fascistissime”;
• 10 aprile, la prof.ssa Valeria Deplano – sempre al Liceo Euclide – ha discusso su “il colonialismo italiano e noi”;
• 13 aprile, prof. Luciano Marrocu ha iniziato un ciclo di incontri su “Referendum, Voto alle Donne e Assemblea costituente” nella sede di Viale Colombo del Liceo Scientifico Alberti;
• questi sono proseguiti il 16 aprile con la prof.ssa Maria Del Zompo e il costituzionalista Roberto Cherchi nella sede di via Koch – sempre del Liceo Alberti – e il 23 aprile, sempre con Maria Del Zompo e Roberto Cherchi nella sede di via Ravenna dello stesso Liceo Alberti;
• il 25 maggio, con il coinvolgimento di tutte le 3^ Medie di Via Stoccolma e della Foscolo di Cagliari lo stesso tema è stato affrontato dalla prof.ssa Maria Del Zompo e dal prof. Alessandro Pes;
• infine, il 25 maggio – sempre su Referendum, Voto alle Donne e Assemblea costituente – le ragazze e i ragazzi delle classi 3^ delle Scuole Cima e Via Piceno hanno discusso con i prof. Marco Pignotti e Gian Piero Liori;
• non va inoltre dimenticato che – al 20 aprile al 27 maggio – è stato completato un ciclo di incontri sugli ultimi 2 secoli di Storia della Sardegna con alcune classi terminali del Liceo Euclide;
• diverse Scuole ci hanno chiesto, per ragioni organizzative di prevedere date per ottobre dicembre (Agrario, Artistico ...).

𝐁𝐚𝐤𝐢𝐬 𝐁𝐚𝐧𝐝𝐢𝐧𝐮, 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐩𝐨𝐞𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨di Natalino PirasCoincidenza vuole che Bachisio Bandinu si...
24/06/2026

𝐁𝐚𝐤𝐢𝐬 𝐁𝐚𝐧𝐝𝐢𝐧𝐮, 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐩𝐨𝐞𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨
di Natalino Piras

Coincidenza vuole che Bachisio Bandinu sia venuto a mancare nella notte del 23 giugno, la stessa data dell’inumazione nel Pantheon di Parigi, tra i grandi di Francia, di Marc Bloch, storico, fondatore della scuola delle Annales, combattente della Resistenza, assassinato dai nazisti a Lione il 16 luglio 1944.

Marc Bloch è un mio mito. Bakis Bandinu, compaesano, sodale, amico, lo considero il più importante intellettuale della Sardegna contemporanea alla pari di Michelangelo Pira, bittese pure lui, e Antonio Pigliaru, orunese.

Insistendo sulle coincidenze, Bakis è il prefatore, "Il cimitero di un paese" il titolo, di un libro di cui sono autore, "Pitzinnos Pastores Partigianos eravamo insieme sbandati", pubblicato dall’Anpi di Nuoro nel 2012. Il primo dedicatario de «la Bibbia dei partigiani sardi» come hanno detto quasi a una voce Manlio Brigaglia e Giacomo Mameli, è Marc Bloch.

Oltre che molte vicende, vari pezzi di umanità, diverse cose fatte in comune, moltissimi gli incontri, i convegni, le recensioni, di Bakis conosco l’intera opera, letta, sondata e interpretata alla sua maniera, il continuo confronto tra il locale e il globale, nel codice bilingue sardo e italiano, nella navigazione del nostro cuore di tenebra, nel sondare i silenzi e le maschere, nell’arte del racconto, nel dire e fare poesia, nel religioso e nel laico.

Per Bakis Bandinu, intellettuale totale, si può dire che il suo pensiero poetante sta nella comprensione del tempo. Tempo mitico, tempo storico, tempo sardo. Uno degli ultimi suoi libri pubblicati è "Turismo lento. In cammino tenendo l’ombra" (Fondazione Culturale Sardinia, 2023, 135 pagine, una introduzione e 30 capitoli) né è la conferma. È un libro di viaggio per terre e per acque, nel nostro cielo di "agheras petzaglias e agheras" di luce al tramonto. Ci sono tutti gli elementi ctoni, inferi, che l’essere sardi comporta. Mamuthones Boes Maimones. È un viaggio che racconta quel che l’occhio non vede, per riprendere qui una metafora sportiva, la macchina da presa che alle Olimpiadi di Tokyo 1964 cattura una velocità altrimenti impossibile da fissare. Quella velocità, 100, 200 metri, è in perfetta comparazione con la lentezza del camminare per chilometri e chilometri, "a luke de ainu", nel libro di Bandinu.

È un libro di viaggio, dal sud al nord dell’Isola per approdare nuovamente a Cagliari, Città del Sole. Racconta itinerari conosciuti e sconosciuti ai turisti fai da te e a quelli dei pacchetti tutto compreso. Ma pure ai sardi succubi del pensiero turistico dominante. È scritto alla maniera di Bakis: che è antropologo insieme saggista e narratore, persona della parola poetica a sua volta tessuta da rime e assonanze, di parole libere e silenzi che contrastano "su mutimene", quello altrui e il nostro.
«Sento la pulsione del viaggio tutto ciò che è in me mi appartiene: è il mio vissuto». Così inizia Turismo lento. Subito la preponderanza dell’io di Bakis nell’anaforico me mi mio. Il libro termina con un’altra anafora, ripetuta, presente in uno dei capitoli, Il corpo della terra: «Humus, humanitas e homine hanno la stessa radice».

Il viaggio è lineare, circolare, pure fatto di geometrie e angolature, la perfezione artistica della pietra lavorata e dei fili intrecciati a Ulassai da Maria Lai, anima del libro, colei che tiene per mano l’ombra per "pretas fittas", menhir, pozzi sacri, nuraghi, chiese e santuari, luoghi di culto e di acque lustrali.
L’io narrante è Bakis reale ma pure altri sé. Il viaggiatore cammina a piedi, a luke de ainu appunto, con la stessa capacità sognante dei giovani col sacco a pelo in spalla, ma pure di preghiera di pellegrini e novinantes.

È il paese museo di Pinuccio Sciola, San Sperate, a venirci incontro per primo, con l’elasticità delle sue pietre sonore, voci di vento, di janas, di fantasmi buoni, voci foriere di nuove albe per il viaggiatore. A Barumini, nella Giara, Bakis sogna il vecchio Setzu di Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni: «Mi è apparso e narrava di grandi costruttori di torri e del loro parlare con gli astri, del rapporto col sole e con le stelle per capire il mistero del mondo, parlava di abili navigatori che commerciavano con le lontane isole dell’Egeo, con l’Iberia e con l’Egitto».

Eleonora della Carta de Logu, i Giganti di Mont’e Prama sono nuove apparizioni ad Albagiara. La sacralità dell’acqua del pozzo sacro di Santa Cristina prelude all’incontro con Deborah «l’indovina, la profetessa della Bibbia», nel libro dei Giudici. Sarà compagna di viaggio, silenziosa e eclissantesi per poi ricomparire qua e là, in significanza d’amore, sino al capitolo ultimo.

Nel viaggio ritornano i temi che fanno struttura nel pensiero poetante di Bakis Bandinu: la donna e lo specchio, il linguaggio gestuale e l’inesplicabile, il guardarsi dell’uomo-pastore nell’acqua del fiume ma pure miti e leggende, su para e sa mongia, Luxia arrabiosa di una estensibile Villaperuccio. E Nur «la parola più antica e più moderna della lingua sarda, nel suo duplice significato di cavità e mucchio».

Si succedono nel viaggio tra risalite e ridiscese, Tonara - alla fonte di Galusè l‘io poeta di Bakis si identifica, senza nominarlo, con l’io poetico di Peppino Mereu- la Barbagia nella sua interezza e nelle sue parti, «il bosco, la roccia e l’acqua» come «divinità familiari». In Barbagia il viaggiatore rivela di cosa sia fatta l’ombra: «Sono figlio di pastori, conosco l’approccio, so bene che in quel mondo si entra come ospite o come ladro. D’altronde hostis e hospes (nemico e ospite), hanno la stessa radice».

In Barbagia hanno senso e suono, ritmo e meccanismo, significante e significato, ancora discorsi d’amore e magie de su ballu, lo «sguardo ridente di Deborah» e, sempre senza nominarlo, il poeta Amico Cimino, il cantore «de sas perfetas operas divinas» comparate a «tue ses su modellu singulare».

La Barbagia è il centro per dire di maschere, feste, transumanze, cantu a tenore, smarrimenti, rimembranze, preghiere, sonno, Garriatore, gli incendi e il respiro del vento. A confine con la Barbagia c’è l’Ogliastra, il Golgo di Baunei, i vecchi precipitati dalla roccia, il riso sardonico. In finale la Gallura, Costa Smeralda, luogo inautentico, l’estraneo che è in noi sardi, che insieme accettiamo e rifiutiamo.

In questo manuale di viaggio, la Sardegna totale è sostanziata di poesia molto più di quanto non dicano ordinarie guide turistiche. Leopardi, il suo pensiero poetante come struttura della parola che si fa discorso e discorso sul metodo è stato presenza costante nelle lezioni di Bakis Bandinu mitico professore di lettere, a Bitti ma pure a Varese. Questo libro di viaggio registra il nostro tempo fermo e insieme lo attiva.

Altro testo importante, per dire di noi sardi, pretales, con tutta quanto la pietra significa, nel villaggio elettronico, è un libro double face: La scena nascosta. Come ci vediamo e la versione in sardo: Intragnas. Ite parimus? (Il Maestrale 2021).

I 26 capitoli sono una elaborazione del complesso di inferiorità dei sardi, dal periodo post nuragico a quello che viviamo, l’era digitale. Come sguardo e voce dal di dentro, «la parola che si offre e si riceve, la si scambia nella dimensione del dono» sostiene Bakis.

Questo libro è nel nostro tempo storico e in quell’altro dilatato e trasformato da tutte le dominazioni, accettate, dissimulate, spesso l’uno contro l’altro nel corso di duemila anni e passa. Lo sguardo esterno, dai viaggiatori del XIX secolo a Vittorini, colloca sempre la Sardegna come un altrove, luogo di punizione altrimenti abitato dall’ «uomo esotico». Uno sguardo dal di fuori incapace di scandagliare sas intragnas de nois sardos: per come ci vediamo, per come ci rappresentiamo, per come vorremmo essere e non siamo.

Bisogna saperlo navigare il nostro cuore di tenebra, per comprendere in che maniera i sardi siamo pretales così come capaci di desiderio, nucleo di contraddizioni ma pure di una volontà di affrontarle e risolverle, queste contraddizioni, finora mai emersa, mai venuta veramente alla luce. La nostra inventiva è un falso storico, come le Carte d’Arborea di metà Ottocento, capaci però di inventare un tempo di luce per la Sardegna, emanante dall’Isola a un intero continente.

Voluta da Bakis la presenza di Nereide Rudas, neuropsichiatra, come guida, la sua psicologia dinamica al servizio di questa preziosa indagine che è pure la summa di molto del pensare e scrivere di Bandinu antropologo, narratore, affabulatore, persona della parola e di tutte le sue intricanze.

È stata Nereide Rudas a dire per prima che i Falsi d’Arborea sono il nostro romanzo storico a cui guardare non come rimorso ma come fase proponente, da cui ripartire per la comprensione di un tempo reale, da vivere come soggetti attivi.

La scena nascosta svolge il suo narrare per snodi, a partire dae su connottu che diventa disconnotu per arrivare alla riproposta di un’idea moderna di identità che sappia mettere insieme «l’ambiente e il digitale» come pilastri dell’economia: il passato proiettato in un futuro contingente dove l’ambiente naturale e la cultura digitale convivono in relazioni simbiotiche con vicendevoli benefici». Un discorso che lungo i 26 capitoli attraversa e analizza il nostro senso di vergogna (narcisismo ma pure funzione di controllo), l’invidia (la sofferenza che nasce appunto da un complesso di inferiorità), attingendo dal nostro patrimonio linguistico, dalle parole per come si formano in frasi e proverbi, sintagmi poco più che monosillabi, parlare laconico, essenziale, pure e soprattutto faveddare in suspu, nascosto. I tempi verbali dei sardi, sostiene Bakis comparando la nostra oralità con Bachtin, Derrida, Todorov, Deleuze e altri pensatori ma pure e soprattutto con Gramsci, Emilio Lussu, Michelangelo Pira e il nostro comune amico Placido Cherchi, non sono mai diretti, non vivono l’indicativo presente, ricorrono alle ipotesi, al congiuntivo e al condizionale.

Dice il 17° capitolo che «I sardi pensano in tondo: è una frase perspicace di Giovanni Lilliu». Oltre che del tondo di cui è fatta la nostra produzione materiale, «collare di osso o di rame, sfera di ossidiana, anello e anfora, canestro e cilindro di sughero, paiolo, forma di formaggio e cerchio di pane, capanna e ovile» ci sono nella rotondità delle cose l’immaginario e il simbolico, dal pozzo sacro a su ballu tundu. Il tempo curvo della narrazione che si ripete senza soluzione di continuità, segno di molte culture dominate, e «il cerchio dei danzatori» che «esprime un respiro collettivo» in su ballu a tres pitzas della festa.

Sintomatico il recupero della festa tradizionale, luogo-tempo delle nostre attese e passioni (Non b’at festa chene sàmbene), del godere e soffrire, al fatto che est in sas festas chi si connoschen sas testas. Ieri e ancora oggi.

"Dringhittàdelu su ballu!" dice, recuperato da Bandinu, Andrea Deplano. È un incitamento che serve a sciogliere il Ntzch segno della negazione come status e come modus.

«Ntzch è la negazione sarda originaria, puro gesto fonico rinserrato dentro, senza neppure apertura delle labbra. Negazione ancestrale che non appartiene all’ordine verbale. Punto di blocco assoluto». È questo blocco che segna molto del giudizio che i sardi hanno svolto come reciprocità negativa su se stessi, nel corso del tempo.
La prospettiva, pro unu tempus novu, sta nella rimozione di questo senso del giudizio e di molte inadeguate stereotipie. Dice Bakis che «l’identificazione narcisistica “deo so sardu’ indica una mancanza più che una certezza: è sintomo di una identificazione problematica, non corrisponde tanto a sono soddisfatto di essere sardo, quanto a un desiderio di poterlo essere».

Infine o in principio, a seguire Il re è un feticcio (Rizzoli 1974) scritto insieme al suo maestro di giornalismo e di segni Gaspare Barbiellini Amidei, «romanzo» di cose che analizza l’avvento delle merci (intesa la parola in accezione marxiana) in Barbagia, la Costa Smeralda.

L’amore del figlio meraviglioso (Il Maestrale 2011). È l’esordio nella narrativa di Bachisio Bandinu dopo molti altri libri sull’argomento, il primo Costa Smeralda (Rizzoli 1982) specie di carattere antropologico. In questo L'amore del figlio meraviglioso l'antropologo si fa romanziere ma torna e insiste su un tema a lui caro: lo stazzo gallurese che diventa Costa Smeralda. Bandinu entra con il linguaggio dell’antropologo nell'invenzione del racconto. Rende luogo del narrato la Costa Smeralda, la sua nascita, appunto la sua invenzione di favola turistica, la sua più grande contraddizione che è per i sardi un non luogo e per i ricchi vacanzieri un non tempo.

Una perdita della memoria come ve**re meno alla capacità degli uomini di avere e mettere radici. Raccontato in analisi, anche a valenza psicanalitica, e con l'occhio del cronista che guarda alle trasformazioni e alle mutazioni. I protagonisti, la famiglia Solinas al centro, sono gente reale. Anche nei loro sogni e nel loro sradicamento. Quanto mai lontano un tempo nuovo.

Bachisio Bandinu, 2022. In una foto di Gabriele Calvisi

Indirizzo

Via Emilia, 39
Cagliari
09121

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