24/08/2026
A mio parere la convinzione di lottare contro un potere mondiale ebraico era secondario all’idea delle razze, della gerarchia delle razze fra le quali quella ebraica doveva essere eliminata sino a far scomparire dalla terra ogni genoma ebraico riproducibile il purezza e anche meticciato perché inquinante ed in particolare impedendo la purezza della razza ariana al cui vertice era posta la nazione tedesca.
Un altro elemento che credo sia fondamentale ricordare nel Giorno della Memoria – e che agisce ancora oggi – è apparentemente semplice, quasi banale, ma proprio per questo decisivo: Hi**er era sinceramente convinto di fare del bene. Era convinto di essere un benefattore dell’umanità.
Oggi si tende spesso a parlare di Hi**er e del nazismo come di un male metafisico che si sarebbe incarnato sulla terra, una sorta di anomalia storica, popolata da “cattivi” con motivazioni da cattivi. È una lettura rassicurante, ed è anche una lettura funzionale a molta propaganda: tanto quella statunitense quanto quella russa hanno costruito nel tempo una narrazione di sé fondata sull’idea di aver sconfitto un male assoluto, irrazionale, privo di spessore umano.
Ma questa narrazione va superata, perché rischia di farci perdere ciò che conta davvero. Hi**er non si percepiva come un criminale. Al contrario, credeva profondamente di avere un ruolo positivo nella storia, di essere un eroe chiamato a combattere un Male altrettanto metafisico. Quel Male era il complotto di cui parlavano i Protocolli dei Savi di Sion: l’idea di un potere occulto, globale, responsabile di ogni crisi, che andava estirpato per “salvare” la Germania e, attraverso di lei, il mondo.
In un certo senso, nel racconto successivo sul Terzo Reich è avvenuto un ribaltamento paradossale: si è finito per attribuire al nazismo una natura demoniaca che era esattamente quella che il nazismo attribuiva al suo nemico. Il regime era convinto dell’esistenza di una sorta di “stato profondo”, di una élite invisibile che manovrava tutto e che doveva essere eliminata. Questa convinzione non era marginale, ma centrale, al punto che il Terzo Reich arrivò a concepire lo sterminio come un compito storico, quasi una missione.
I nazisti non si vedevano come carnefici, ma come liberatori. Come gli “eletti” incaricati di svelare il grande inganno e ripulire il mondo da una minaccia percepita come assoluta. Ed è proprio questo l’aspetto più inquietante: la violenza nasceva da una convinzione morale, non dalla sua assenza.
Questi meccanismi non appartengono solo al passato. Li ritroviamo oggi in molto complottismo contemporaneo, dove chi aderisce a certe narrazioni si percepisce come risvegliato, come colui che “ha capito”, come chi combatte una battaglia giusta contro un nemico nascosto e onnipotente. Anche oggi, molti si sentono dalla parte del bene mentre giustificano esclusioni, semplificazioni radicali, disumanizzazione.
Si dimentica spesso, inoltre, che sia Mussolini sia Hi**er erano figure piccolo-borghesi, profondamente immerse nel loro tempo. Mussolini disse esplicitamente di non aver inventato il fascismo, ma di averlo “tirato fuori” da ciò che già esisteva nella società italiana. Non erano alieni, né mostri isolati: erano espressione di una classe e di un clima culturale.
Ed è anche per questo che la Memoria è necessaria. Non per costruire un museo del male, ma per riconoscere i processi mentali, sociali e morali che rendono possibile convincersi di essere nel giusto mentre si scivola nell’abisso. Il male, molto spesso, non si presenta come tale. Si presenta come missione, come dovere, come bene superiore. E questo, oggi come allora, dovrebbe metterci in allerta.