10/08/2026
MONSIGNOR SUETTA, DAVANTI ALLA MORTE SI DOVREBBE UNIRE, NON DIVIDERE
Apprendo che monsignor Antonio Suetta, vescovo della Diocesi di Ventimiglia-Sanremo, avrebbe negato le esequie religiose in chiesa a un massone.
Se i fatti sono esattamente questi, considero questa decisione incomprensibile, profondamente sbagliata e lontana da quell’immagine di misericordia e accoglienza che, da cristiano, associo alla Chiesa.
Sono convinto che dietro un gesto così clamoroso ci sia anche la ricerca di visibilità e popolarità. È una mia opinione, naturalmente, ma faccio davvero fatica a trovare un’altra spiegazione a una scelta che finisce soltanto per creare divisioni persino davanti alla morte.
Posso suggerire al monsignore, se davvero l’obiettivo era cercare visibilità, a mio giudizio avrebbe potuto indirizzare la stessa fermezza verso una delle pagine più dolorose che hanno coinvolto la Chiesa: quella degli abusi sessuali anche sui minori, commessi da membri del clero. Avrebbe potuto pretendere che ogni caso fosse denunciato alle autorità competenti e che, una volta accertate le responsabilità, i colpevoli fossero definitivamente allontanati dalla Chiesa. Probabilmente avrebbe ottenuto molta più visibilità e soprattutto avrebbe combattuto una battaglia ben più importante, anziché cercarla negando le esequie religiose a un massone che chiedeva semplicemente di essere accompagnato nell’ultimo viaggio secondo la propria fede cristiana.
Voglio ricordare una realtà che conosco molto bene: innumerevoli massoni cristiani sono stati accompagnati alla sepoltura con rito religioso, senza clamori, senza polemiche e senza che nessuno sentisse il bisogno di trasformare il funerale di un uomo in una battaglia ideologica.
Il nostro fondatore, Armando Corona, fu accompagnato cristianamente nel suo ultimo viaggio con tutti gli onori e con una solenne cerimonia religiosa nella Basilica di Bonaria. E potrei ricordare centinaia, migliaia di Fratelli che hanno ricevuto normalmente le esequie cristiane.
Perché essere Massoni non significa necessariamente non essere cristiani.
Io sono Massone e sono Cristiano.
Mi onoro di essere il Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia u.m.s.o.i. rappresento una Gran Loggia Regolare e non ho mai avvertito alcuna contraddizione tra il mio percorso massonico e la mia fede personale.
Sopra il mio letto c’è il quadro della Madonna e sul mio comodino la statua di Padre Pio. Non devo dimostrare a nessuno ciò che custodisco nella mia coscienza e nel mio rapporto con Dio.
Ed è proprio da cristiano che guardo con preoccupazione a certi atteggiamenti della Chiesa cattolica. A mio giudizio rischiano di allontanare le persone anziché avvicinarle e di contribuire a un isolamento sempre maggiore.
Mi capita spesso di essere testimone di nozze e noto due cose che mi fanno profondamente riflettere: sempre più frequentemente incontro sacerdoti provenienti da altri continenti e, soprattutto, vedo altari senza chierichetti, senza ragazzi.
Non considero certo un problema la provenienza dei sacerdoti: un sacerdote africano o asiatico ha esattamente la stessa dignità di uno italiano o europeo. Il punto è un altro, ed è molto più serio: dove sono le nuove vocazioni europee? Dove sono i giovani? Dove sono quei ragazzi che un tempo affollavano gli altari delle nostre parrocchie?
Un altare senza giovani, secondo me, dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme enorme per la Chiesa, perché senza nuove generazioni diventa difficile immaginare il futuro.
Ed è proprio per questo che comportamenti come quello attribuito al vescovo Suetta, a mio giudizio, non aiutano affatto. Anziché avvicinare, allontanano. Anziché costruire ponti, alzano muri.
La morte dovrebbe essere il momento del silenzio, della pietà, del perdono e della misericordia. Il giudizio ultimo, per un cristiano, appartiene a Dio. Non agli uomini, non ai Massoni e neppure ai vescovi.
Per questo concludo rivolgendomi direttamente a lei:
La saluto, monsignor Suetta. Magari un giorno ci incontreremo in Paradiso. Se lei ci andrà, naturalmente. Io, per quanto mi riguarda, confido profondamente nella misericordia di Dio.
E forse, quando saremo davanti a Lui, scopriremo che conterà molto meno l’etichetta che portavamo sulla terra e molto di più quello che abbiamo concretamente fatto durante la nostra vita.
Conterà la beneficenza vera, quella fatta senza clamore e senza aspettarsi nulla in cambio. Conteranno le famiglie bisognose che abbiamo aiutato, le persone in difficoltà alle quali abbiamo teso una mano, i bambini ai quali abbiamo regalato un sorriso, il pane che abbiamo contribuito a mettere sulla tavola di chi non ne aveva. Conterà, soprattutto, il bene che abbiamo dispensato.
Noi Massoni conosciamo bene il significato della solidarietà concreta. Tantissimi Fratelli fanno beneficenza senza pubblicità, senza fotografie e senza bisogno di medaglie da appuntarsi al petto. Perché aiutare chi soffre non dovrebbe avere bisogno di un palcoscenico.
E allora, monsignore, prima di stabilire chi sia degno di entrare in una chiesa persino da morto, forse sarebbe opportuno ricordare che davanti a Dio non dovrebbero contare né titoli, né abiti, né insegne e neppure automobili prestigiose.
Perché mentre tanti uomini aiutano silenziosamente chi non arriva alla fine del mese, stride vedere uomini di Chiesa muoversi tra privilegi e automobili di lusso e poi ergersi a giudici della coscienza altrui.
Una Mercedes non porta più vicino a Dio. Tendere una mano a una famiglia che non ha da mangiare, forse sì.
Alla fine, per chi crede, non saremo giudicati per essere stati Massoni, vescovi o semplici cittadini. Saremo giudicati per quello che abbiamo fatto, per quanto abbiamo saputo amare, per chi abbiamo aiutato e per il bene che avremo lasciato dietro di noi.
Ed è su questo terreno, monsignor Suetta, che sono serenissimo di confrontarmi con chiunque.
Serenissimo Gran Maestro
Gian Franco Pilloni