03/09/2026
Da soli non ce la facciamo più.
Sono le parole lasciate da due genitori a Roma, prima di una tragedia che ci ha spezzato il cuore: la loro bambina di cinque anni, il loro cane, e poi loro stessi.
È difficile trovare le parole giuste per esprimere il dolore che si prova di fronte a una simile tragedia familiare. Forse succedeva anche in passato e forse non lo sapevamo. Ma sembra che la frequenza con cui avvengono queste tragedie sia cresciuta, in una società che non include la disabilità.
Sarebbe facile prendersela con i servizi sociali che non attuano una reale cura delle persone fragili, malgrado la pluralità di soggetti e ruoli coinvolti nelle cosiddette reti. Ma spesso è il sistema sociale nel suo insieme che esclude e non aiuta chi non ce la fa. Possiamo scrivere riforme, leggi o delibere bellissime e inapplicabili, nominare dozzine di enti: ma le relazioni sociali restano indispensabili per sostenere il peso di alcune situazioni complesse.
La solitudine è una malattia che si cura con la solidarietà sociale e con la presa in carico istituzionale. Altrimenti resta solo la disperazione.
Come Comitato Uniti per l'Autismo non vogliamo giudicare chi non ce l'ha fatta. Vogliamo che nessuna famiglia arrivi mai a sentirsi così sola. Chiediamo servizi territoriali veri, sollievo per chi si prende cura di un figlio ogni giorno, ascolto prima che diventi emergenza.
E a chi oggi si sente senza forze: chiedere aiuto non è una sconfitta. Il problema è che spesso non c'è chi sa davvero ascoltare, prendersi cura, esserci. È questa la rete che continuiamo a chiedere. Non siete soli.