25/04/2026
Ieri sera Camminata di Valle da Chiusa San Michele a Sant'Ambrogio, partecipata e condivisa.
Oggi invece, manifestazione ufficiale per la Festa della Liberazione. 🌹
Condividiamo l'intervento del nostro presidente:
"Buongiorno a tutte e tutti,
autorità presenti, associazioni bruzolesi, Alpini, Società Filarmonica, cittadine e cittadini di Bruzolo, grazie.
Grazie per essere qui, oggi, insieme. Perché esserci, il 25 aprile, non è mai un gesto neutro.
Un ringraziamento speciale va anche alla scuola primaria di Bruzolo. Non sono qui fisicamente, ma sono presenti in un modo molto forte: nelle finestre della piazza, adornate con le loro ghirlande, e nelle poesie che hanno preparato per tutti noi. Il loro contributo è prezioso, perché la memoria non si eredita: si costruisce.
E loro, ogni giorno costruiscono futuro.
Devo confessarvelo: quest’anno scrivere questo discorso è stato difficile.
Difficile perché il mondo sembra ogni giorno più confuso, più violento, più smemorato.
Mi sono chiesta: da dove si comincia, quando tutto sembra gridare insieme?
Poi ho capito che un inizio si trova sempre. E il mio inizio sono tre nomi:
Pietro Savoldelli, Agostino Fassio, Pietro Lavezzi.
Tre giovani. Non erano di Bruzolo, ma qui hanno perso la vita. Qui, a Bruzolo, il loro nome è inciso per sempre su un cippo, accanto al sottopasso della SS25.
Tre ragazzi. Ragazzi, come quelli che oggi riempiono le scuole, le piazze, i sogni.
E allora io voglio partire da loro. Perché quando parliamo di Resistenza, non parliamo solo di storia: parliamo di giovinezza, di coraggio, di scelte difficili fatte da chi aveva davanti tutta la vita.
Oggi troppo spesso i giovani vengono raccontati come distratti, disinteressati, lontani.
Io invece ho visto altro.
Ho avuto la fortuna di collaborare, nel mio piccolo, con alcuni studenti e studentesse del Norberto Rosa. Stanno lavorando a un progetto straordinario: portare un QR code su lapidi, cippi e luoghi della memoria della nostra Valsusa. Un gesto semplice, ma rivoluzionario: rendere accessibile la storia, renderla viva, interrogabile.
E sapete cosa mi ha colpito? L’entusiasmo. La serietà. La cura.
Diciottenni che si mettono a cercare documenti, a ricostruire vite, a capire perché dei loro coetanei, ottant’anni fa, hanno lasciato casa per combattere per la libertà.
Questa è la speranza. Questa è la Resistenza che continua.
Come diceva Piero Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.”
E oggi, quell’aria, sembra di nuovo più pesante.
Viviamo in un tempo in cui la guerra torna ad essere raccontata come inevitabile, quasi normale. Ma non lo è.
Non lo è in Iran. Non lo è a Gaza, dove si continua a morire sotto le bombe, dove la popolazione – quella che è rimasta – vive allo stremo. E mentre accade tutto questo, lo sguardo del mondo si sposta altrove: su equilibri strategici, su rotte commerciali, sullo stretto di Hormuz.
Ma io mi chiedo: voi lo sapete quanto è lungo lo stretto di Hormuz?
Qualche decina di chilometri. E quanto è grande il silenzio dell’indifferenza?
Molto di più.
Il silenzio dell’indifferenza fa più rumore delle bombe.
E allora torniamo alla nostra Costituzione. All’articolo 11, che non è una formula retorica, ma una scelta precisa: “L’Italia ripudia la guerra.”
La ripudia. Non la tollera, non la giustifica. La ripudia.
Eppure, oggi, sembra quasi un’idea ingenua. Ma non lo è. È una posizione radicale. È una presa di responsabilità.
E mentre noi abbiamo questa bussola, nel mondo vediamo leader che parlano il linguaggio opposto. Pensiamo a Donald Trump: la guida di una delle nazioni più potenti del pianeta, con accesso al potere nucleare, che usa toni aggressivi, semplificazioni pericolose, logiche di scontro. Questo deve preoccuparci. Non per ideologia, ma di nuovo… per responsabilità.
Perché la storia ci ha già insegnato dove portano certe parole.
E parlando di storia, non possiamo ignorare quello che è successo poco lontano da qui, a Novalesa.
Una svastica disegnata sul cartello del rastrellamento del 1944.
Qualcuno ha detto: “una bravata”. No.
Non è una bravata. È ignoranza, certo.
Ma è anche qualcosa di più profondo e più inquietante: un segnale di regressione civile.
Perché dietro quel gesto ci sono storie vere. Persone vere.
Uomini che non sono tornati. Deportati, morti nei campi di lavoro in Germania.
E con quella storia non si scherza. Con i vagoni piombati non si scherza.
Con la deportazione non si scherza. Non è passato remoto. È memoria viva.
È dolore che attraversa ancora le famiglie. E allora dobbiamo dirlo con chiarezza:
i neofascisti esistono. E vanno riconosciuti. E vanno isolati.
Non solo il 25 aprile. Non solo quando è comodo.
Tutti i giorni.
Perché, come diceva Ada Gobetti: “La libertà bisogna difenderla ogni giorno, perché ogni giorno può essere perduta.”
E questa responsabilità si è vista anche recentemente, quando cittadini, giovani, lavoratori precari e persone di buon senso hanno partecipato e inciso, contribuendo a scelte importanti per il futuro democratico del Paese.
Forse oggi ci sembra tutto confuso, disordinato. Ma un giorno, i figli dei nostri figli studieranno anche questo tempo. E magari studieranno un po’ meno i Romani, per capire noi. Capire cosa abbiamo fatto. Da che parte siamo stati.
Perché, come scriveva Piero Gobetti: “La libertà è sempre una conquista.”
E le conquiste vanno difese.
Pensiamo al suffragio universale. Pensiamo 80 anni dal primo voto libero delle donne in Italia. Un passaggio storico enorme. Un atto di giustizia.
Ma anche una conquista recente, se ci pensiamo.
Eppure, oggi, possiamo davvero dire che quella strada è compiuta?
No.
Le donne continuano a pagare un prezzo altissimo: nel lavoro, con stipendi più bassi, meno tutele, meno possibilità. Nella vita pubblica, dove devono continuamente dimostrare il doppio per essere riconosciute. Nelle relazioni, ancora intrappolate troppo spesso in dinamiche di controllo, violenza, dominio.
Questa è la realtà. E ignorarla significa esserne complici.
Dobbiamo ricordarci delle donne che hanno scritto la nostra Costituzione.
Donne come Nilde Iotti, Teresa Mattei, Lina Merlin.
Donne che non hanno chiesto spazio: lo hanno conquistato.
Donne che hanno portato nella Costituzione parole nuove: uguaglianza, dignità, diritti.
E allora oggi il nostro compito è semplice da dire, difficile da realizzare: continuare quella battaglia.
Perché la Resistenza non è finita nel 1945. È un processo. È una scelta quotidiana.
E qui veniamo all’oggi. Al presente politico.
Io non userò mezzi termini: il governo attuale è, sotto molti aspetti, inadeguato e pericoloso.
Pericoloso quando minimizza, quando riscrive, quando banalizza la storia.
Pericoloso quando alimenta divisioni invece di costruire comunità.
Pericoloso quando dimentica che la democrazia non è un dato acquisito, ma un equilibrio fragile. E questo non è un giudizio ideologico.
È un richiamo, perchè il nostro compito, oggi, è vigilare.
Con lucidità, con fermezza, con dignità.
Come diceva Lidia Menapace: “La memoria è un dovere civile.”
E io voglio chiudere con un gesto personale.
Oggi al collo indosso un foulard molto importante per me. È il foulard di Casa Cervi.
I fratelli Cervi non erano eroi da libro di storia. Erano contadini. Erano antifascisti. Erano uomini liberi. La loro storia è una storia di scelta. Di dignità.
Di coraggio. E grazie a persone come Adelmo Cervi, quella storia continua a vivere, a parlare, a interrogare.
Perché alla fine, tutto si riduce a questo:
la libertà di scegliere da che parte stare. Sempre. Il 25 aprile non è solo memoria.
È una domanda.
E oggi, qui, a Bruzolo, quella domanda è per tutti noi:
da che parte stiamo?
Grazie, ora e sempre Resistenza." ✊🌹