09/10/2026
Katia Follesa ha pubblicato uno scatto su Instagram ed è stata insultata e criticata per il suo dimagrimento. Di fronte ai commenti e alle insinuazioni di alcuni utenti, che l’hanno accusata di aver utilizzato presunte “punturine” per perdere peso, l’attrice ha risposto spiegando che il suo aspetto è la conseguenza di un grave lutto che ha subito di recente, ossia quello della madre, morta appena un mese fa.
Siamo alle solite: la gente si sente in diritto di giudicare e mortificare il corpo altrui, e - quando si tratta di una donna - quel corpo diventa una faccenda pubblica, che prevede l’interesse, la partecipazione, l’opinione di tutti. E allora, se il corpo di una donna è pubblico, il discorso deve diventare necessariamente politico, sociale, culturale e spostarsi dal particolare (Follesa) al generale: il modo in cui le donne vivono in una società il cui sguardo è maschile e i pensieri sono maschilisti.
Per osservare ciò, basta notare una cosa semplice: quando c’è di mezzo l’aspetto di una donna, il soggetto, ovvero il suo corpo, diventa oggetto e la donna in questione si trova costretta a rispondere a domande che agli uomini non vengono poste: come? perché? per chi? Nella fattispecie: come sei dimagrita? Perché sei dimagrita? Per chi sei dimagrita?
Tuttavia, sono domande di cui crediamo di conoscere le risposte. Come? Semplice, attraverso le “punturine”: non un’alimentazione sana, lo sport e uno stile di vita corretto, ma attraverso una scorciatoia, perché una donna ha certamente l’urgenza, anzi, la fretta di apparire ancora bella e giovane. Il dimagrimento di una donna, specie se ha superato i quaranta, è associato al bisogno, superficiale e frivolo, di fermare il tempo, di apparire com’era un tempo, di essere ancora seduttiva.
E quindi ecco la seconda domanda: perché? Semplice, per piacere ancora. Non per salvaguardare la salute, per un problema di salute o per sentirsi semplicemente bene con se stessa, ma per essere ancora piacente, ancora sulla piazza, ancora appetibile. E qui veniamo all'ultima domanda: per chi? Per i maschi. Gli uomini (e le donne) vittime e colpevoli della cultura patriarcale pensano sempre che una donna che cambia aspetto, che dimagrisce, lo faccia per i maschi, per essere ancora sessualmente desiderabile, attraente.
A un uomo non viene chiesto come, perché e per chi. In ogni caso, le risposte sarebbero diverse: come? Con fatica e impegno, attraverso sport, alimentazione sana e stile di vita corretto. Il "perché?” diventerebbe “perché no?”. Per chi? Per se stesso. Una donna, specie dopo i quaranta, se cambia il proprio aspetto, appare come una piena di vezzi, superficiale. Un uomo, invece, viene visto con ammirazione.
A Follesa non è stato contestato solo il fatto che sia dimagrita, ma anche come l’abbia fatto. E, se non avesse interrotto il flusso della violenza parlando del suo lutto, sarebbero arrivati certamente quelli che l’avrebbero accusata di voler sembrare giovane a tutti i costi, di rincorrere un aspetto che non ha più, di essere antipatica (cosa che è accaduta in passato, quando - di fronte a un suo cambiamento fisico - è stata accusata di non essere più divertente come prima).
Ecco perché la vicenda di Katia Follesa non riguarda soltanto Katia Follesa: riguarda tutte le donne che devono giustificare il proprio corpo, le proprie scelte e persino il proprio dolore davanti a un tribunale permanente. Il problema non è quanto una donna dimagrisca, ingrassi, invecchi o cambi: è la convinzione collettiva che il suo corpo sia una proprietà pubblica, sulla quale chiunque possa esprimersi, sentenziare, ferire. La vera domanda, allora, non è perché una donna sia cambiata, ma perché continuiamo a credere di avere il diritto di chiederle conto del suo corpo.