“Gli Altree” è il nome con il quale abbiamo deciso di identificarci. La pluralità è la legge della terra-diceva Hannah Arendt-e l’alterità e la diversità sono risorse da scoprire e a cui attingere. Noi stessi siamo Altri, ognuno di noi, come popolo e come individuo, possiede un’irriducibile alterità rispetto a qualunque altra persona. Ma questa infinita varietà di volti e culture ci rimanda ad un’
unica appartenenza ad una sola terra, in cui le nostre radici s’intrecciano e i nostri rami possono incontrarsi. La sfericità della terra a cui apparteniamo e la cui superficie abitiamo come alberi ci induce ad accorgerci di qualunque ingiustizia si verifichi in qualsiasi suo punto, e ci invita a garantire un diritto di visita e di ospitalità, come sostiene Kant ne “La Pace Perpetua”. Nel momento in cui l'incontro con l'altro mette in dubbio le nostre certezze ne palesa la fragilità delle basi. In questo senso ci è utile ricordare in che senso nel mondo antico l'ospitalità fosse un obbligo sacro: nelle vesti dello straniero avrebbe potuto celarsi la divinità. Nell'individuo singolo si nasconde l'universalità di un piano regolatore più ampio, salvifico. Oggi nello straniero, nell’altro e nel ‘diverso’, non scorgiamo più le sembianze di un dio, ma l'universalità dei diritti dell'uomo, per cui la difesa dell'altro si traduce nella difesa della nostra stessa società e dei nostri stessi diritti. All’immagine dell’albero e del radicamento alla terra vogliamo anche accostare quella del confine. I confini non sono semplicemente quelli tracciati su una cartina geografica, che definiscono la separazione di uno Stato dall'altro, non sono soltanto le frontiere che i migranti devono superare. I confini sono anche i muri delle nostre città, le linee di colore che separano i nostri quartieri. La nozione di confine ha per noi un'ambivalenza semantica su cui insistere: tanto rimanda all'idea di una barriera e di un limite che ci restituisce la nostra specifica identità, quanto riporta all'infinità di possibilità nuove di esperienza che oltre quella barriera si celano. Questi ultimi anni, segnati da guerre, crisi socio-economiche e disuguaglianze crescenti, hanno rimesso in discussione il nostro modo di pensare il mondo e la nostra stessa identità. In tale contesto di instabilità e di difficoltà, grazie anche al marcato interesse dei media, si è accresciuta l'attenzione dell'opinione pubblica verso i fenomeni migratori. Essendo il nostro Paese un crocevia naturale per tali flussi, crediamo sia necessario prendere atto di questa situazione, conoscerla e agire al suo interno, in particolar modo in una città come Brescia, che rappresenta in scala ridotta una realtà nazionale sempre più multietnica. La portata epocale della migrazione attuale la rende un fenomeno inevitabile che non è possibile contrastare pensando di erigere muri intorno ai confini nazionali, e che al contempo richiede una presa di posizione e un’assunzione di responsabilità in prima persona da parte di chi, come noi, è cittadino testimone in un mondo che cambia.
È in questo quadro che nasce come movimento spontaneo il nostro gruppo di giovani studenti liceali e universitari. La nostra azione muove dalla volontà di comprendere la migrazione, incontrando direttamente chi la vive per conoscere la storia e i volti delle singole persone che si stanno spostando, e dal desiderio di poter costituire un punto di incontro e di scambio fra i migranti e i cittadini bresciani. La nostra è quindi anche una scelta politica, nel senso originario del termine: fare politica è agire all’interno di una comunità e impegnarsi perché questa sia frutto di integrazione e non di isolamento, di conoscenza reciproca e di impegno condiviso perché ci si possa sentire parte alla pari di uno stesso luogo. Questo non significa perdere le proprie tradizioni né venir meno alla precedente identità di popolo; ma è il tentativo di camminare insieme verso una comunità che possa mettere radici nuove dopo i continui sradicamenti che tante persone continuano a vivere.