18/05/2026
La salute mentale non è un movente: oltre lo stigma della tragedia di Modena
I tragici fatti di Modena, dove un ragazzo ha investito diverse persone, lasciano una comunità nel dolore e nello sgomento. Davanti a eventi così drammatici e inspiegabili, la vicinanza e il rispetto per le vittime e le loro famiglie devono essere la priorità assoluta.
Tuttavia, nelle ore successive, abbiamo assistito al solito, automatico riflesso mediatico e social: la ricerca di una giustificazione immediata attraverso l’etichetta psichiatrica. Citare la “malattia schizoide” o la presa in carico presso il CSM (Centro di Salute Mentale) rischia di trasformarsi, ancora una volta, in una scorciatoia narrativa che rischia di avere conseguenze molto dannose.
C’è una distinzione fondamentale che dobbiamo fare, come comunità e come cittadini:
La diagnosi non è un destino né un movente: le patologie legate alla salute mentale comportano sofferenza, isolamento, difficoltà relazionali e, talvolta, distacco dalla realtà, ma non implicano in alcun modo una predisposizione intrinseca alla violenza.
In più bisogna tenere in considerazione:
L’errore della correlazione: associare automaticamente la malattia mentale all’atto criminale alimenta lo stigma. La stragrande maggioranza delle persone che soffrono di disturbi psichiatrici è semmai vittima di violenza o di se stessa, non carnefice.
Il rischio dell’isolamento: quando la cronaca usa la salute mentale come sinonimo di “pericolosità sociale”, il risultato è devastante. Chi soffre si nasconde per paura del giudizio, e chiedere aiuto ai servizi territoriali (già drammaticamente sottofinanziati) diventa ancora più difficile.
La complessità di un gesto violento non può essere ridotta a un titolo di giornale o a una diagnosi clinica sbandierata sui social.
Rispettare le vittime significa anche pretendere serietà: lasciare che la magistratura e gli esperti facciano luce sulle dinamiche e sulle reali responsabilità individuali, senza trasformare una tragedia collettiva nell’ennesima caccia alle streghe contro chi vive una fragilità psichica.
La salute mentale è un diritto da curare, non un colpevole da additare.
Detto questo, è possibile, e saranno i magistrati e i periti a stabilirlo, che alla base di questo tragico evento ci sia stato uno scompenso psichiatrico grave.
Ma in questo caso invece che concentrarci sul singolo l’attenzione dovrebbe essere sulle risorse: uno scompenso grave dovrebbe interrogarci sul funzionamento della nostra rete di protezione e su quanto si è disinvestito nella salute pubblica.
Invece di alimentare la paura, questa tragedia dovrebbe accendere i riflettori sullo stato dei servizi pubblici: i CSM e la psichiatria territoriale sono drammaticamente sottofinanziati, privati di personale e risorse. Chiedere più investimenti pubblici nella salute mentale è l’unico modo per garantire prevenzione, continuità terapeutica e sicurezza per tutti.
Un’ultima nota: parlo di salute mentale perché è il mio settore, ma tanto ci sarebbe da dire sullo schifo legato alle insinuazioni razz**te in ogni articolo che ho letto.