28/05/2026
Ci sono sere in cui torni a casa e capisci che quella che chiamiamo “ca**tà” non è un concetto. Ha un volto, un odore e a volte delle lacrime. Ha la capacità di spaccarti dentro. Io non riesco a chiamarli semplici servizi. Perché da quando indosso questa divisa ho iniziato a vedere cose che prima mi sfuggivano. Non perché non esistessero, ma perché probabilmente anch’io avevo imparato a passare oltre. A guardare senza vedere davvero. Questa sera tre episodi mi hanno lasciato qualcosa addosso che volevo condividere con voi prima d’addormentarmi.
In via Milano, sotto una tettoia dell’autobus, abbiamo incontrato un uomo. Diceva di avere male ai piedi. Pensavo alle solite vesciche, all’acqua presa con la pioggia, alle scarpe fradicie. Poi, indosso i guanti monouso e gli chiedo se potevo togliergli le scarpe.
Mi ha guardato con vergogna e mi ha detto: “Non le tolgo da due mesi.” Credevo fosse una battuta visto l’odore che percepivo. Poi ho iniziato a sfilargli le calze o almeno ci ho provato. Perché quelle calze non erano più calze. Erano diventate carne. Pelle. Dolore. Le sue urla mi entravano dentro, ma fino a quel momento non le comprendevo davvero. Poi ho visto i suoi piedi. Le dita attaccate tra loro. La sofferenza trasformata in abitudine. E credo che la cosa più terribile non fosse il dolore fisico, ma il fatto che nessuno, per mesi, si fosse fermato abbastanza per accorgersene. Siamo andati al parco per lavargli i piedi dopo avergli comprato delle ciabatte al supermercato Esselunga. Ed è lì che è successo qualcosa che non dimenticherò mai. Un ragazzo che era lì vicino si è avvicinato, ci ha chiesto silenziosamente di lasciargli spazio, si è inginocchiato davanti a quell’uomo e, a mani n**e, gli ha lavato i piedi con una delicatezza che mi ha quasi fatto abbassare lo sguardo.
In quel momento ho capito che la ca**tà vera non fa rumore. Non cerca applausi. Non ha bisogno di essere raccontata. La ca**tà vera si inginocchia.
Il secondo episodio è stato in stazione.
“A” quasi trentenne, di Milano ben vestita e di bel aspetto. Seduta da sola a piangere in mezzo ai viaggiatori. Ed è assurdo come si possa essere invisibili pur stando in mezzo a tutti. Nessuno si fermava. Nessuno chiedeva. Nessuno vedeva.
Mi sono fermato davanti a lei e le ho detto soltanto:
“Posso abbracciarti?” Mi ha risposto: “Sì.”
E dentro quel sì c’era un mondo intero. C’era il bisogno disperato di essere vista. Di sentirsi umana. Di sentire che per qualcuno la sua sofferenza non era un fastidio da evitare. Essere City Angels, forse, significa proprio questo: accorgersi di ciò che il mondo ormai ha deciso di ignorare. “A”, aspettava il treno per rientrare a Milano da sua madre, impaurita perché picchiata dal suo compagno.
L’ultimo episodio è stato da “R”.
Siamo arrivati verso le 22 e accanto a lui, nella penombra, ho visto due ragazzi. Potevano essere ovunque. A divertirsi. A stare comodi a casa visto il maltempo. A vivere la loro serata senza problemi.
E invece erano lì. Seduti accanto a una persona fragile, a regalare tempo. Che oggi è una delle forme d’amore più rare che esistano. La cosa che mi ha colpito è che sono appena entrati in associazione. Eppure hanno già capito una cosa, quanto sia importante esserci. Noi non distribuiamo soltanto sacchetti. Noi distribuiamo, Presenza. Dignità. Ascolto. Umanità. Diablo e Felix, questa sera siete stati un esempio silenzioso ma molto forte per il sottoscritto. E tornando a casa ho pensato che forse la vera povertà non è dormire per strada. La vera povertà è diventare incapaci di fermarsi davanti al dolore degli altri. Orgoglioso di tutti voi giovani ragazzi della sezione di Brescia, il coordinatore.
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