01/06/2026
In occasione degli 80° anniversario della Repubblica proponiamo un articolo scritto da Mazzolari su L'Italia del 23 giugno 1946 (in Scritti politici a cura di M. Truffelli - EDB - 2010).
I cattolici e la Repubblica
Si discorre molto della responsabilità che ci siamo accollati dichiarandoci per la Repubblica, ma come spesso succede, il discorso rimane un discorso d'occasione, così che molti credono d’essersi sdebitati verso il nuovo regime senza aver detto - non dico fatto - niente di impegnativo.
Sa bene quindi precisare, per non crederci a posto come repubblicani, dopo appena quindici giorni di Repubblica.
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È un buon indizio che un popolo non rifiuti le responsabilità. Chi core ai primi posti è un fatuo; chi cerca soltanto il proprio interesse, è un egoista; che accetta una responsabilità quando gli viene decisamente incontro, è un uomo.
La gente troppo saggia continua a chiedersi se eravamo maturi per cambiare; ma poiché «la Repubblica – al di del Tommaseo, che se ne intende - è lo stato naturale di sanità» il voler guarire non mi pare una pazzia.
D'altronde, a chi ci trova gusto a denigrarsi, ricordiamo - per essere equi, non per giustificarci - che la stessa monarchia non si è dimostrata molto matura, per cui il confronto, qualora si voglia farlo, va stabilito tra un'esperienza appena avviata e chi si vuol ben condurre, e un'esperienza chiusa troppo male per riprenderla. La redenzione opera anche sul piano costituzionale, ma i popoli hanno, mi pare, il diritto di non affidarvisi eccessivamente, per la ragione che il far credito a chi die’ prova di non meritarlo è un rischio che non si può correre una seconda volta, per non lasciarvi, anche quel resto di vita che la Provvidenza ci ha risparmiato.
E se è solo questione di essere pronti, bisognava bene incominciare a fare la Repubblica, se vogliamo fare repubblicani. Prima, le piante fioriscono, poi vengono i frutti. E giacché bisognava incominciare, meglio avviarsi in tempo d’urgenza che di bonaccia. Ci si impegna meglio quando la strada è tua e contrari i venti.
Molto più che noi italiani abbiamo bisogno di liberarci da una piega parte paternalistica, per cui la cosa pubblica non è nostra, mentre è nostro il chiedere e il «mugugnare» contro coloro coi quali abbiamo stretto una specie di vitalizio. La monarchia, come altre istituzioni, teneva, a condizione di farci campare.
Di qui, un disinteresse quasi ostentato, in molte categorie, della cosa pubblica, e l'opinione assai diffusa che l’occuparsene è uno sporcarsi le mani, mentre non sarebbe l'arrangiarsi sulle cose tutti.
Nel disinteresse dei più, prosperavano le clientele: e così la monarchia fu al centro d’interessi di cui pochi godevano, mentre ai più non restava che la magra consolazione di prendersela col re allor che le cose prendevano una cattiva piega.
In Repubblica non potremo più dire: la colpa è del re; il re ha tradito: e il «mea culpa» lo dovremo ba***re sul nostro petto, poiché d’ora in avanti risponderemo davanti a Dio e davanti al mondo. Il re siamo noi, senza i privilegi della Corona, che non doveva mai essere scoperta, mentre ognuno ha il diritto di scrutare fino in fondo ogni cittadino repubblicano.
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Molti si chiedono con apprensione: chi potrà sostituire la monarchia nella sua funzione moderatrice, al di sopra dei partiti e delle fazioni, a tutela del bene comune?
Della funzione equilibratrice della monarchia, se ne è parlato molto e ne è venuto fuori la leggenda. La realtà è un po' diversa e fa pensare ad don Abbondio che «costretto a prender a parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all'altro ch’egli non gli era volontariamente nemico; pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser a voi il più forte? ch’io mi sarei messo dalla vostra parte».
Comunque l'ufficio di moderatore, anche se il re è venuto meno, è un compito necessario e va sostituito non in una maniera qualsiasi, se si vuole che la Repubblica duri e prosperi per il bene degli italiani.
Occorre una garanzia di equità, senza la quale possono giustificarsi i timori che portarono molti repubblicani d’istinto a votare il 2 giugno per la monarchia.
C'è nel popolo italiano l'elemento che ci assicuri in proposito?
«La borghesia liberale è decaduta, e i ceti medi disorganizzati; manca la nuova classe dirigente», si sente ripetere da ogni parte. Possiamo anche convenirne; ma nel nostro caso, più che di una classe dirigente, è questione di un gruppo o di un partito, forte anche di numero, che, senza intralciare o fermare la Nazione sulla strada di sane e audaci riforme politiche e sociali, ne impedisca i facili sbandamenti a destra o a sinistra, che preparano fatalmente le dittature.
In parole povere, abbiamo bisogno di repubblicani di buon senso, che purtroppo, nei momenti effervescenti, non abbondano. Il ragionare, quando la va male, pare a certuni un titolo di imbecillità.
Molti sperano che i cattolici italiani siano la salvaguardia della Repubblica, garantendo le libertà costituzionali, anche di fronte a coloro che le vogliono solo per la propria parte, sicuramente maniera di perderle per tutti.
Se ciò si avverasse, come ci auguriamo e paghiamo, Dio e popolo, non sarebbe la vuota romantica formula che conosciamo, ma il crisma di quella divina regalità che, dai liberi Comuni e dalle libere Repubbliche, attraverso Savonarola e Mazzini, gl’italiani hanno sempre cercato come sicuro fondamento della missione dell'Italia.
«Quando propongo - concluderò col Tommaseo - non è più costoso di tanti altri fatti compiutisi sotto i nostri occhi: è soltanto più bello. E chi vorrebbe accagionarmi se una gloria novella desidero a questa religione che mi è si cara? I lampi del Signore hanno solcato le nostre tenebre; riconosciamo la sua voce in quella dei venti e dei marosi: diamo opera che le nostre sciagure ci tornino a merito e a gloria; e temiamo di lasciarci sfuggire questa grande occasione e di raddormentarmi tra il fuoco e le ruine. Ci risanino le cadute: l'incendio almeno ci rischiari!»