Ama davvero

Ama davvero Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Ama davvero, Organizzazione no-profit, C. so Sempione 1 Villa Zanetta/Ass. Stop Solitudine, Borgomanero.

Progetto di EDUCAZIONE EMOTIVA nelle scuole dell'Assoc.StopSolitudine in collaboraz Pari Opportunità Borgomanero come prevenzione alla violenza.Per stimolare una maturazione affettiva capace di generare individui responsabili, empatici,consapevoli

03/04/2026

“Possiamo comprare tutto, ma non l’amore. La società moderna ci illude di poter ottenere la felicità senza fatica, ma la verità è che i legami autentici richiedono tempo, energia e una cura quotidiana.
Ecco perché dobbiamo insegnare ai figli non solo a ottenere, ma a sentire e come si coltivano i sentimenti con il tempo, l’ascolto, il rispetto: solo così saranno adulti più consapevoli, liberi e in grado di fare le scelte giuste."
Maura Manca

È da qui che nasce un mondo migliore. Il cambiamento parte da singoli gesti quotidiani, relazioni sane e adulti emotivamente presenti. Da ragazzi, poi adulti, capaci di coltivare legami autentici e di fare scelte guidate non solo dal vantaggio immediato.

Quando ho scritto queste parole mi sono fermata a riflettere su quanto spesso confondiamo il “fare” con l’“essere”. Viviamo in una società che ci spinge a desiderare, accumulare, ottenere risultati rapidi, come se la felicità fosse un traguardo da raggiungere senza passaggi intermedi. Mi sono soffermata soprattutto sul valore del tempo, di quanto questo richieda tempo, quel tempo che oggi sembra non esserci più. È l’insegnamento silenzioso, che passa più dagli esempi che dalle parole, dalla cura quotidiana delle relazioni, dall’attenzione che scegliamo di dedicare agli altri anche quando è faticoso, che sta venendo a mancare (o è già venuto a mancare).

È un impegno che sento mio, ogni giorno, nel modo in cui scelgo di stare con gli altri, perché credo ancora in questa umanità e nell’intelligenza umana, in tutte le sue meravigliose sfumature.

Non vi chiediamo di condividere, taggare la pagina o salvare questo post. Vogliamo che questa comunità lo faccia da sola perché crede nel potere delle parole, della condivisione e delle persone.

Troppo spesso li lasciamo da soli
03/04/2026

Troppo spesso li lasciamo da soli

Lo psicologo e saggista spiega che per stare davvero in relazione con gli adolescenti bisogna ascoltarli: «Attribuiamo il malessere dei ragazzi ai social o ai trapper, ma siamo noi che dovremmo comportarci da adulti e sostenerli». Troppo spesso li lasciamo da soli

E quando un ragazzo si perde, non lo fa all'improvviso. Non è un corto circuito. È un percorso lento, silenzioso, fatto ...
01/04/2026

E quando un ragazzo si perde, non lo fa all'improvviso. Non è un corto circuito. È un percorso lento, silenzioso, fatto di pezzi che si incastrano mentre nessuno guarda davvero.
Prima di quei contenuti, prima di quelle idee, prima ancora di quella rabbia organizzata, c'è quasi sempre una fatica emotiva che non ha trovato spazio. Un senso di esclusione, di inadeguatezza, una vergogna che non si riesce a dire. E quando certe cose non trovano parole, non spariscono. Cambiano forma.

Un ragazzo di 17 anni, a Perugia, stava progettando una strage. Leggi la notizia e la prima reazione è sempre la stessa: paura, rabbia, distanza. “Un mostro.”
Serve dirlo, quasi per proteggerci.

Ma la verità è che a diciassette anni non esistono mostri ma esistono ragazzi che si perdono.

E quando un ragazzo si perde, non lo fa all’improvviso. Non è un corto circuito. È un percorso lento, silenzioso, fatto di pezzi che si incastrano mentre nessuno guarda davvero.

Prima di quei contenuti, prima di quelle idee, prima ancora di quella rabbia organizzata, c’è quasi sempre una fatica emotiva che non ha trovato spazio. Un senso di esclusione, di inadeguatezza, una vergogna che non si riesce a dire. E quando certe cose non trovano parole, non spariscono. Cambiano forma.

Diventano pensiero rigido, diventano rabbia che cerca un colpevole, diventano appartenenza a qualcosa che finalmente ti dice chi sei.

Perché questo è il punto che continuiamo a non voler vedere: nessun ragazzo cerca l’odio per amore dell’odio. Lo cerca perché lì trova una risposta. Sbagliata, pericolosa, ma pur sempre una risposta.

E allora il problema non è solo quello che quel ragazzo stava preparando ma è tutto quello che è successo prima.

È il tempo in cui ha smesso di raccontarsi.
È il momento in cui ha iniziato a stare più dentro uno schermo che dentro una relazione.
È quella linea sottile in cui il disagio diventa invisibile, perché non disturba abbastanza.

Noi adulti arriviamo sempre alla fine della storia.
Quando è troppo tardi per dire “forse c’era qualcosa”.

Ma quel qualcosa c’era già.

01/04/2026

«Nelle nostre scuole ci sono stati tre casi di hikikomori».
«Mio fratello aveva tutti dieci, da quando ha preso il cellulare si è perso».
«Finito di scrollare ci si sente scemi, di aver perso tempo».
«La vita per noi va troppo veloce e il futuro ci spaventa».
«A scuola si vive con l’ansia di prestazione. Sembra che solo un buon voto ci definisca come persone».
«C’è un eccesso di competitività che ci stressa. Una mia compagna una mattina è venuta a scuola, ha legato la bici e poi è scappata perché entrare in classe la terrorizzava».

L'articolo di Walter Veltroni sul Corriere della Sera fotografa le ansie e le paure delle nuove generazioni.

La solitudine ed il mondo virtuale spingono  i giovani verso gesti estremi.  Il  rischio cresce soprattutto nei profili ...
01/04/2026

La solitudine ed il mondo virtuale spingono i giovani verso gesti estremi. Il rischio cresce soprattutto nei profili segnati da isolamento, chiusura e povertà di comunicazione. La solitudine, in questa lettura, può trasformarsi nel terreno su cui si innestano ricerca di conferme e bisogno di esistere agli occhi di una platea. Bisognerebbe evitare che lo spazio online possa diventare l’unico ambiente di riconoscimento…

Una psichiatra analizza l'accoltellamento a scuola a Trescore Balneario, evidenziando come solitudine e mondo virtuale spingano i giovani verso gesti estremi

01/04/2026

Molto spesso, soprattutto in questo periodo, vengo contattata da genitori sinceramente allarmati. La domanda è quasi sempre la stessa: come faccio a capire se mio figlio sta semplicemente attraversando una fase adolescenziale complicata oppure se sta sviluppando qualcosa di più serio, più strutturato, più preoccupante?
E in particolare: come ci si accorge di una possibile traiettoria di personalità malevola, anche con tratti narcisistici marcati?

Partiamo da un punto essenziale: l’adolescenza, di per sé, è una fase turbolenta. È il tempo delle opposizioni, delle provocazioni, degli sbalzi d’umore, della fatica a tollerare i limiti, della ricerca esasperata di conferme. Tutto questo, entro certi confini, è fisiologico. Non bisogna trasformare ogni crisi adolescenziale in una diagnosi. Sarebbe un errore grave.

Il problema nasce quando non siamo più di fronte a un ragazzo in difficoltà, ma a un funzionamento che comincia a prendere una direzione inquietante. E lì bisogna stare molto attenti, perché certi segnali non parlano più soltanto di fragilità evolutiva, ma di un modo distorto e pericoloso di stare in relazione con gli altri.

Uno dei primi aspetti a cui prestare attenzione è l’assenza di empatia reale. Non parlo del classico adolescente egocentrico, che già di suo tende a mettere sé stesso al centro del mondo.

Parlo di qualcosa di diverso ossia la freddezza davanti alla sofferenza altrui, l’incapacità di sentire il danno provocato, la totale indifferenza rispetto al dolore degli altri.
Quando un ragazzo ferisce, umilia, manipola e poi non mostra alcun reale turbamento, alcun senso di responsabilità, alcuna possibilità di mettersi nei panni dell’altro, quel segnale non va mai banalizzato.

Un altro indicatore molto importante riguarda il rapporto con la verità. Ci sono ragazzi che mentono per paura, per evitare una punizione, per immaturità. E poi ci sono ragazzi che usano la menzogna come strumento di controllo. Costruiscono versioni, manipolano i fatti, mettono le persone una contro l’altra, alterano la realtà con una disinvoltura impressionante. In questi casi la bugia non serve a proteggersi: serve a dominare.

Attenzione anche alla gestione della frustrazione. L’adolescente fisiologicamente fatica a tollerare i no, è vero. Ma quando ogni limite viene vissuto come un affronto intollerabile, quando una critica minima scatena reazioni sproporzionate, rabbia vendicativa, disprezzo o bisogno immediato di “farla pagare”, allora non siamo più soltanto nel territorio dell’insofferenza adolescenziale. Siamo davanti a una vulnerabilità narcisistica molto più seria, che può trasformare qualsiasi ferita dell’Io in un attacco all’esterno.

C’è poi il tema della grandiosità. Alcuni ragazzi sviluppano un’immagine di sé gonfiata, arrogante, apparentemente invincibile. Ma dietro quella facciata non c’è forza: c’è spesso una struttura fragilissima, che ha bisogno continuo di conferme, ammirazione, potere, controllo. Sono ragazzi che non tollerano di non essere speciali, che reagiscono malissimo quando non vengono riconosciuti, che svalutano chiunque osi contraddirli, che tendono a usare gli altri come strumenti e non come persone.

Un segnale molto serio è anche la presenza di comportamenti crudeli ripetuti, non episodici. Penso all’umiliazione sistematica dei coetanei, al bullismo esercitato con gusto, alla derisione feroce di chi è più fragile, al piacere quasi evidente nel mettere in difficoltà l’altro. E ancora più allarmante è quando tutto questo avviene senza rimorso, senza dubbio, senza alcuna capacità di interrogarsi sulle conseguenze.

La vera differenza, però, non la fa il singolo episodio. La fanno la costanza, la rigidità e il peggioramento nel tempo. Un adolescente in crisi può avere momenti molto brutti, anche intensi. Ma conserva, se aiutato, margini di recupero, momenti di contatto, capacità di mettersi in discussione. Una traiettoria evolutiva pericolosa, invece, tende a diventare stabile: il ragazzo non impara dall’esperienza, non corregge il tiro, non sente il peso del danno che provoca, anzi spesso si convince di avere sempre ragione e di essere circondato da persone stupide, ingiuste o da usare.

A quel punto la domanda non deve essere: “Passerà da solo?”.
Perché molto spesso la risposta è no.

Quello che i genitori devono fare, in questi casi, è smettere di minimizzare, smettere di giustificare tutto come “età difficile” e smettere di aver paura di chiedere aiuto. Osservare con lucidità non significa etichettare un figlio. Significa assumersi la responsabilità di intervenire in tempo. Prima che quel funzionamento si consolidi. Prima che il disagio diventi stile relazionale. Prima che la mancanza di empatia, il bisogno di dominio e la rabbia vendicativa diventino il suo modo abituale di stare al mondo.

Serve una valutazione seria, competente, fatta da professionisti che conoscano bene la psicologia dell’età evolutiva. Non improvvisazioni. Non diagnosi fai-da-te. Non rassicurazioni superficiali. Perché ci sono ragazzi che soffrono e chiedono aiuto in modo confuso. E ce ne sono altri che stanno invece strutturando un funzionamento profondamente disturbato, e lasciar correre, in quei casi, è il modo migliore per peggiorare tutto.

Il punto, come sempre, è uno solo: vedere in tempo quello che c’è davvero.
Non quello che speriamo di vedere.
Non quello che ci rassicura.
Ma quello che i comportamenti, con crudele chiarezza, stanno già raccontando.

18/03/2026

Me lo ha detto una ragazza di 14 anni.
A bassa voce.
Non per farsi notare ma perché on aveva trovato un altro modo.

Oggi sappiamo che l’autolesionismo tra i ragazzi è raddoppiato negli ultimi anni. E riguarda circa 1 ragazzo su 10.

Ma i numeri, da soli, non bastano.

Perché quel gesto non parla di morte, parla di un dolore che non trova casa.

Quando le emozioni non hanno parole, quando non trovano spazio,quando non incontrano uno sguardo che le accoglie… il corpo prova a dirlo al posto loro.

E allora quel segno diventa una richiesta.
Confusa, silenziosa, ma potentissima.

Non è una moda, non è un capriccio.
È un tentativo di reggere qualcosa che da soli non si riesce a sostenere.

E forse dovremmo chiederci dove siamo noi adulti mentre tutto questo accade?

Perché quel gesto arriva dopo. Molto spesso dopo il silenzio, dopo la solitudine.
Dopo la paura di essere un peso.

Abbiamo “insegnato” ai ragazzi a essere forti,
ma non a essere fragili.

E senza uno spazio sicuro, la fragilità cerca altre strade.

Un ragazzo non smette perché glielo vieti ma smette quando sente che qualcuno può stare con lui anche lì, dove fa male.

Senza giudicare, senza avere fretta, senza andare via.

Perché ogni ferita visibile nasce da una invisibile.

E quella ha bisogno, prima di tutto, di essere vista.

Dobbiamo educare alla gestione della rabbia.Dobbiamo insegnare che la frustrazione si può attraversare senza distruggere...
08/02/2026

Dobbiamo educare alla gestione della rabbia.Dobbiamo insegnare che la frustrazione si può attraversare senza distruggere. Ma soprattutto dobbiamo tornare a educare al rispetto. Quello vero. Quello che accetta che l'altro non ci appartiene. Che un "no" non è una provocazione, ma un confine. Che la libertà dell'altro viene prima del nostro ego ferito.

Un’altra notte.
Un’altra ragazza.
Un altro rifiuto che diventa insopportabile.
Un’altra vita che finisce perché qualcuno non ha retto un “no”.

Zoe aveva 17 anni. Una vita che stava iniziando, un lavoro, una prospettiva, una normalità fragile ma vera. È morta così, in un canale, dopo una sera qualunque. E ancora una volta il copione è sempre lo stesso: un ragazzo, un interesse non corrisposto, l’incapacità di fermarsi, di accettare il limite.

Qui non c’è gelosia.
Qui non c’è amore.
Qui c’è un fallimento profondo: quello del rispetto.

Come psicologo continuo a vederla, questa scena, anche lontano dalla cronaca. La vedo nei ragazzi che non tollerano la frustrazione, che vivono il rifiuto come un’umiliazione, che trasformano il dolore in rabbia e la rabbia in controllo. La vedo in una cultura che confonde il desiderio con il possesso, l’insistenza con la virilità, la perdita con l’annientamento dell’altro.

Dobbiamo educare alla gestione della rabbia, sì.
Dobbiamo insegnare che la frustrazione si può attraversare senza distruggere.
Ma soprattutto dobbiamo tornare a educare al rispetto. Quello vero. Quello che accetta che l’altro non ci appartiene. Che un “no” non è una provocazione, ma un confine. Che la libertà dell’altro viene prima del nostro ego ferito.

Non è una questione di mostri.
È una questione di responsabilità adulta, culturale, collettiva.
Perché ogni volta che minimizziamo, giustifichiamo, banalizziamo, stiamo preparando il terreno alla prossima notte. Alla prossima ragazza. Al prossimo “non ha retto”.

E a forza di non reggere i “no”, stiamo insegnando ai nostri figli che tutto è dovuto. Anche una vita.

Quel "no" non è la causa.È l'innesco emotivo.Il limite è necessario, educativo, corretto.Ma da solo non basta.Il limite,...
19/01/2026

Quel "no" non è la causa.
È l'innesco emotivo.
Il limite è necessario, educativo, corretto.
Ma da solo non basta.
Il limite, per diventare crescita, ha bisogno di contenimento.
Qualcuno che resti mentre l'emozione esplode.
Qualcuno che aiuti un bambino a stare dentro una rabbia che non sa ancora gestire.

Pennsylvania. Notte.
Il padre dormiva.
Il bambino ha preso una pi***la, l’ha caricata e ha sparato.
Il padre è morto nel letto.

Un bambino di undici anni non ha una mente criminale.
Ha una mente immatura, governata dall’impulso, non dalla previsione delle conseguenze.
Quando la frustrazione supera la capacità di contenerla, il pensiero salta e l’azione prende il posto della parola.

Quel “no” non è la causa.
È l’innesco emotivo.
Il limite è necessario, educativo, corretto.
Ma da solo non basta.

Il limite, per diventare crescita, ha bisogno di contenimento.
Qualcuno che resti mentre l’emozione esplode.
Qualcuno che aiuti un bambino a stare dentro una rabbia che non sa ancora gestire.

Un bambino di undici anni non comprende la morte come irreversibile.
Può conoscerla, ma non sentirne il peso reale.
Quel peso arriva dopo. Ed è devastante.

Questa non è una storia sui videogiochi.
Non è una storia di genitori sbagliati.
Non chiede colpevoli.
Chiede adulti che si ricordino quanto sia complesso il lavoro educativo di aiutare i bambini a restare dentro un “no” senza esserne travolti.


“Il tema della violenza giovanile ci riguarda tutti e richiede un impegno collettivo, non eroico e solitario. Non possia...
19/01/2026

“Il tema della violenza giovanile ci riguarda tutti e richiede un impegno collettivo, non eroico e solitario. Non possiamo lasciare soli gli insegnanti e gli educatori

Un ragazzo ha ucciso un altro ragazzo, a scuola, davanti a tutti. Facile chiudere la questione rifugiandosi negli stereotipi culturali sugli stranieri (“sono loro che usano i coltelli”). Il punto vero è un altro: abbiamo lasciato i nostri ragazzi, tutti i nostri ragazzi, intrappolati nel principio di piacere, senza accompagnarli verso il principio di realtà. Un compito che non possiamo lasciare solo agli insegnanti e agli educatori, ma ci riguarda tutti.

Leggi la riflessione di Dafne Guida
👉 https://www.vita.it/idee/dal-pensiero-magico-al-principio-di-realta-leducazione-sentimentale-come-risposta-alla-violenza-degli-adolescenti/

Necessitano  corsi seri (come quelli da noi organizzati in passato in varie scuole con più professionisti preparati e co...
17/01/2026

Necessitano corsi seri (come quelli da noi organizzati in passato in varie scuole con più professionisti preparati e competenti) sulla gestione delle emozioni. Non frasi motivazionali, non carezze ideologiche, ma educazione emotiva vera: imparare a tollerare la frustrazione, a riconoscere la rabbia prima che diventi violenza, a stare nella paura senza esserne dominati, a reggere il fallimento senza collassare.

C’è una storia che raccontiamo da secoli, sempre con lo stesso entusiasmo ingenuo: ogni invenzione ci renderà più liberi, più felici, più umani. Ogni comodità sarà un passo avanti. Ogni scorciatoia un progresso.
Peccato che nessuno abbia mai avuto il coraggio di chiedersi a quale prezzo.

Abbiamo reso la vita più comoda, sì. Più veloce, più morbida, più imbottita. Abbiamo eliminato la fatica fisica, anestetizzato l’attesa, ridotto l’attrito. Ma mentre levigavamo il mondo, abbiamo levigato anche l’uomo. Come una pietra passata troppe volte nell’acqua: liscia, sì, ma fragile. Senza spigoli. Senza struttura.

I nostri nonni spaccavano la legna e tacevano. I nostri padri stringevano i denti e andavano avanti. Non erano santi, non erano eroi romantici, ma avevano una cosa che oggi scarseggia: tenuta. Fisica ed emotiva. La capacità di stare nel disagio senza crollare, di reggere una frustrazione senza trasformarla in un dramma identitario.

Oggi invece vedo uomini stanchi senza aver mai faticato, ragazzi iper-emotivi senza alfabetizzazione emotiva, adulti che confondono ogni disagio con un trauma e ogni limite con un’ingiustizia. Persone fragili, emotivamente instabili, che non hanno nulla a che vedere con chi li ha preceduti, ma che si sentono comunque autorizzate a giudicarli dall’alto di un comfort che non hanno costruito.

I valori si sono sgretolati come muri lasciati senza manutenzione. Non per cattiveria, ma per incuria. Nessuno li ha più rinforzati. Nessuno li ha più abitati. Al loro posto abbiamo messo slogan, diritti senza responsabilità, emozioni urlate e mai attraversate.
E quando qualcosa va storto (perché prima o poi va storto) il sistema scrolla le spalle e dice: “Ogni tanto può succedere.”
No. Io a questa narrazione non ci sto.

Perché non è vero che “succede e basta”. Succede quando cresci generazioni senza insegnare loro a stare dentro ciò che provano. Succede quando l’unico linguaggio emotivo ammesso è l’esplosione o la fuga. Succede quando la solidità psicologica non è una priorità educativa, ma una variabile trascurabile.

Viviamo in un mondo che si preoccupa ossessivamente della sicurezza fisica e quasi per nulla di quella emotiva. Mettiamo caschi, cinture, airbag ovunque ….giustamente eh…ma lasciamo le menti senza strumenti. Come se insegnare a riconoscere, contenere e trasformare le emozioni fosse un lusso, non una necessità civile.

Io sogno un giorno (e sì, lo dico con preoccupazione, non con romanticismo🥹) in cui nelle scuole ci saranno corsi seri sulla gestione delle emozioni. Non frasi motivazionali, non carezze ideologiche, ma educazione emotiva vera: imparare a tollerare la frustrazione, a riconoscere la rabbia prima che diventi violenza, a stare nella paura senza esserne dominati, a reggere il fallimento senza collassare.

Perché le emozioni non sono il problema. Il problema è lasciarle allo stato brado, come cavalli potenti senza briglie.
Una società che non educa alla forza interiore produce individui ipersensibili e sistemi cinici. Vittime perfette di un meccanismo che va avanti, produce, consuma, e poi ogni tanto si lava la coscienza dicendo che “non si poteva prevedere”.

Siamo lontani. E sì, sono preoccupato.
Ma continuo a parlare. Perché il silenzio, quello sì, sarebbe la vera resa.

Riposa in pace ragazzo.❤️

Enrico Chelini

Stiamo assistendo ad un fallimento del ruolo genitoriale di massa che indirettamente grava sulla salute mentale dei figl...
17/01/2026

Stiamo assistendo ad un fallimento del ruolo genitoriale di massa che indirettamente grava sulla salute mentale dei figli. Se mancano i punti di riferimento, i figli cresceranno senza una direzione e ci sarà chi compenserà e chi devierà. I disturbi psicopatologici di bambini e adolescenti si stanno aggravando in termini di intensita e di frequenza e non possiamo stare inermi a guardare questa lenta e inesorabile distruzione di massa. Se vogliamo fare prevenzione, dobbiamo accettare questa condizione e cambiare ciò che non funziona. Se prima di fare i cambiamenti non aggiustiamo ciò che non funziona (le fondamenta), prima o poi i cerotti si staccheranno.

Se vogliamo prevenire le patologie dei figli, curiamo prima i genitori. È un titolo provocatorio che deve far riflettere.

Stiamo assistendo ad un fallimento del ruolo genitoriale di massa che indirettamente grava sulla salute mentale dei figli. Se mancano i punti di riferimento, i figli cresceranno senza una direzione e ci sarà chi compenserà e chi devierà. I disturbi psicopatologici di bambini e adolescenti si stanno aggravando in termini di intensità e di frequenza e non possiamo stare inermi a guardare questa lenta e inesorabile distruzione di massa. Se vogliamo fare prevenzione, dobbiamo accettare questa condizione e cambiare ciò che non funziona. Se prima di fare i cambiamenti non aggiustiamo ciò che non funziona (le fondamenta), prima o poi i cerotti si staccheranno.

La prima infanzia è una fase estremamente delicata in cui si pongono le basi solide su cui si costruirà una identità stabile, una personalità forte, la capacità di adattamento del bambino, poi adolescente e poi adulto. È un periodo di plasticità neuronale e muscolare in cui il bambino è fortemente condizionabile in termini positivi e negativi, anche e soprattutto dall’apprendimento indiretto, dall'esempio delle figure che lo accudiscono e dalle esperienze di vita che caratterizzeranno la sua vita.
I bambini hanno bisogno di legami, del confronto con il genitore, delle relazioni sociali, dell’attività fisica, di esprimersi da un punto di vista emotivo e fisico, sentendosi contenuti da un adulto in grado da fungere da guida, di dargli la mano quando serve e di dire "vai, ce la puoi fare da solo" quando serve. C’è bisogno di chi non fa da paracadute solo per un egoismo personale, perché si fa prima, perchè è meno faticoso o perché non si ha voglia di discutere. Se il figlio cresce con la consapevolezza che avrà sempre e comunque un paracadute, non spiegherà mai le sue ali. Il figlio deve crescere con la consapevolezza di un legame stabile, di essere riconosciuto e accettato, di avere un porto sicuro che gli permetterà di partire, di osare, di sperimentarsi perchè sa che avrà dei pilastri su cui contare.
Ciò che invece vedo, tristemente, è che non si prende più in braccio un figlio per calmarlo, né ci si siede più con lui per farlo ragionare e capire cosa sta accadendo e di cosa ha bisogno. Si preferisce dare uno smartphone, un tablet, una sorta di ciuccio digitale che serve da calmante e da ansiolitico. È più facile, è più rapido. I bambini vengono anestetizzati davanti agli schermi e il genitore può fare i benemeriti affari suoi in santa pace. Posso comprendere i casi straordinari di necessità, ma ciò che distrugge un figlio è la continuità, la sistematicità, non l'occasionalità. Oggi siamo arrivati anche al punto di non far camminare più i figli, a non insegnargli neanche dove mettere i piedi.

I bambini hanno bisogno di sporcarsi le mani e di sbucciarsi le ginocchia; di confrontarsi con gli altri coetanei non solo con la tecnologia e con gli adulti. Non devono solo di competere a chi si mostra più bravo, bello o talentoso, o a chi si mettere meglio in posa, fa i video e i selfie più belli e ottiene tanti like sui social. Hanno bisogno di litigare e fare pace, di capire i propri limiti, il senso dell'amicizia reale (che non è un cuore su WhatsApp), le distanze, l'empatia e il rispetto. Devono crescere sviluppando le capacità di problem solving e tutte le capacità intellettive attraverso la sperimentazione e le prove e l’errore.

Maura Manca
Presidente Osservatorio Adolescenza

La prevenzione inizia dall'esempio, non dallo schermo. Sei d'accordo? Scrivi nei commenti cosa ne pensi, e se credi che possa far riflettere altri genitori o educatori, condividilo con loro.

Indirizzo

C. So Sempione 1 Villa Zanetta/Ass. Stop Solitudine
Borgomanero
28021

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