11/06/2026
C'è un malinteso culturale che attraversa l'educazione contemporanea: l'idea che un bambino, una bambina sicuri siano bambini tenuti sotto una campana di vetro.
Nelle sedi di Educare nel bosco, lavoriamo ogni giorno per decostruire questo fraintendimento, partendo da una distinzione fondamentale: quella tra rischio e pericolo.
Il pericolo è una variabile che il bambino non ha gli strumenti per identificare o gestire. Un ramo spezzato rimasto appeso all'albero, una pianta tossica, passeggiare in un bosco in una giornata di forte vento.
Di fronte al pericolo, l’adulto interviene tempestivamente: previene, protegge, ferma. Non c'è alcun valore educativo nel lasciare un bambino esposto a un’insidia cieca.
Il rischio, al contrario, è una situazione aperta, una sfida visibile che il bambino, la bambina può valutare in autonomia. Scegliere di camminare in equilibrio su un tronco bagnato o decidere di arrampicarsi su un grande sasso sono rischi. In questo caso, il bambino osserva, calcola l'altezza, ascolta la stabilità delle proprie gambe e decide fino a dove spingersi.
La valenza educativa del rischio calcolato
Cosa succede quando eliminiamo tutti i rischi dall'orizzonte dell'infanzia? Generiamo quella che la ricerca definisce "iper-protezione invalidante". Un bambino a cui viene costantemente impedito di misurarsi con la gravità, con l'altezza o con l'instabilità non imparerà mai a conoscere i propri limiti.
La pedagogista ed esperta mondiale di “risky play” Ellen Sandseter ha dimostrato attraverso i suoi studi che il gioco rischioso ha una funzione anti-fobica primaria: affrontando l'altezza o la velocità in modo progressivo, i bambini elaborano l'ansia, padroneggiano la paura e migliorano le abilità motorie. I bambini che hanno la possibilità di rischiare diventano adulti più prudenti, perché hanno una mappa realistica delle proprie capacità.
Dalla zona di comfort alla zona di apprendimento
Da un punto di vista psicopedagogico, il rischio è il motore della crescita. Finché un bambino resta all'interno della sua zona di comfort (dove tutto è facile, privo di imprevisti e già controllato), non c'è vera evoluzione. L'apprendimento avviene quando il bambino fa un passo verso l'esterno, entrando nella sua personale "zona di rischio evolutivo" (strettamente legata alla Zona di Sviluppo Prossimale di Vygotskij).
In quel momento, l'atteggiamento dell'adulto è decisivo. Se l'educatore urla "Scendi che cadi!", trasferisce la propria ansia al bambino, bloccando il processo. Se invece l'adulto si posiziona vicino, osserva in silenzio e offre una presenza salda, sta offrendo uno “scaffolding” (un'impalcatura) emotivo. Le parole corrette cambiano: non più "attento!", ma "sono qui, vai fino a dove ti senti sicura".
Il bosco è la palestra perfetta per questo esercizio di libertà regolata. Riconoscere il diritto al rischio significa credere nelle competenze dell'infanzia e ricordare che l'autonomia non si insegna a parole: si conquista un ramo alla volta. 🌿
Quali sono le sfide motorie che vi spaventano di più come adulti, ma che sapete essere importanti per i vostri bambini? Condividete le vostre storie nei commenti! 👇
www.educarenelbosco.it
📚 Bibliografia di riferimento
- Sandseter, E. B. H. (2011). Children's risky play in early childhood education and care. Childcare Practices, 17(2), 115-131.
- Vygotskij, L. S. (1978). Mind in Society: The Development of Higher Psychological Processes. Harvard University Press. (Per il costrutto della Zona di Sviluppo Prossimale).
- Gill, T. (2007). No Fear: Growing up in a risk-averse society. Calouste Gulbenkian Foundation. (Testo cardine sulla necessità del rischio calcolato per l'infanzia).