La famiglia, e la dimensione della genitorialità, stanno attraversando in tutto il mondo occidentale una crisi senza precedenti. In Italia, secondo i dati dell’Istat, le nuove separazioni sono ogni anno tra 80 e 90 mila, mentre i nuovi divorzi sono mediamente tra i 60 e i 70 mila. I figli minori sono coinvolti nelle crisi familiari in circa il 60% dei casi. Nel contempo, a partire dal duemila, si
è avuto un aumento esponenziale delle convivenze informali, senza matrimonio: i figli nati da queste unioni sono oggi poco meno del 25%, ma in buona parte dei Paesi continentali si è già ben oltre la metà del totale, e l’Italia sembra stare avviandosi rapidamente a colmare il distacco. Importanti studi sociologici rivelano che, già oggi, poco più della metà dei nostri connazionali vivono al di fuori di nuclei familiari tradizionali, dove siano presenti entrambi i genitori e almeno un figlio. Parimenti, l’Italia ormai da più un ventennio non riesce a risollevare in modo significativo il suo tasso di natalità, essendo divenuto da tempo il paese europeo con la più bassa percentuale di giovani con meno di 14 anni. Se si manterrà invariato il trend attuale, secondo la totalità dei demografi, già nel 2050 la grande maggioranza della popolazione italiana sarà composta da anziani e da immigrati di prima o seconda generazione. Tuttavia, la crisi della famiglia non è irreversibile. Per cercare di arginare il disastro, è urgente ricreare le condizioni perché le famiglie e le coppie genitoriali possano essere nuovamente tutelate sul piano economico e giuridico, valorizzate sul piano culturale, nonché aiutate a affrontare la crisi attraverso una adeguata formazione alle proprie responsabilità. Per questi scopi, è necessario elaborare diversi criteri e protocolli di intervento per tutti coloro che, per ragioni professionali, si occupano delle crisi delle coppie genitoriali. Infatti, oggi gli operatori del diritto e della psicologia, e persino i mediatori familiari, guardano alle crisi familiari partendo dal presupposto univoco per il quale il primato assoluto deve essere riconosciuto ai diritti, agli interessi e ai desideri individuali del cittadino adulto che vuole porre fine al proprio vincolo coniugale o genitoriale con un’altra persona. Esistono criteri di intervento e luoghi comuni che condizionano tutto il modus operandi dei professionisti che si occupano di separazioni genitoriali. Essi sono interamente basati su un principio individualista, per cui al cittadino che vuole separarsi dal coniuge, o comunque dall’altro genitore dei propri figli, deve essere garantito sopra ogni cosa il diritto di poterci riuscire il prima possibile. Senza alcun riguardo per le ragioni degli altri soggetti coinvolti, e soprattutto dei figli. In Italia, circa l’80% delle separazioni coniugali avviene in forma consensuale: ciò significa che in tutti questi casi non esistono motivazioni oggettive, al di là della “incompatibilità di carattere” che viene brevemente addotta nei ricorsi, per giustificare la fine di quelle famiglie. Non ci sono in questi casi ragioni oggettive di violenza, né prevaricazioni o colpe gravi, e nemmeno motivazioni di fatto: si tratta di situazioni in cui semplicemente i coniugi non si amano più e desiderano rifarsi una vita. Oltretutto, l’esperienza dimostra che molto spesso in questi casi a volere la separazione, in realtà, è uno solo dei due partner, e l’altro si adegua per ragioni di orgoglio, e perché percepisce ben presto che sarebbe comunque impossibile opporsi sul piano giuridico. Dunque, di fronte al progressivo venir meno della stabilità delle convivenze genitoriali, alle ragioni della conservazione dei legami reciproci non è lasciata alcuna chance. Da questo modo di procedere, nascono insuperabili ostacoli alla soluzione di crisi familiari che pure – come insegna l’esperienza dei pochi che stanno cercando di opporsi a questa deriva – potrebbero essere positivamente risolte senza la definitiva frattura della stabilità della coppia. Per questo, un gruppo di avvocati, psicologi, psicoterapeuti e mediatori familiari, ciascuno agendo nell’ambito delle sue competenze professionali, hanno deciso di dare vita in Bologna a una associazione per la conciliazione familiare. Lo scopo associativo è quello di promuovere ricerche, studi, convegni, nonché varie occasioni di crescita professionale e di scambio di esperienze, con la finalità di dare vita a una nuova cultura della conciliazione familiare. In prospettiva, l’obiettivo è di formare operatori del diritto e della psicologia, verso la nascita di una nuova professionalità, distinta da quella del mediatore familiare, che sappia intervenire nelle crisi familiari e genitoriali – a fronte di spontanee richieste di aiuto – nell’ottica di preservare e finché possibile salvare la conservazione dei legami. L’obiettivo del conciliatore familiare sarà quello di perseguire la rimozione delle cause che hanno portato alla crisi della coppia genitoriale, o quanto meno mitigarne gli effetti più distorti e devastanti. Tutto questo nell’interesse sia dei singoli interessati che dei loro figli. In quest’ottica, i professionisti che hanno dato vita all’associazione si sono altresì impegnati fin da ora a osservare e sviluppare, nella loro pratica quotidiana, un criterio di intervento che preveda:
- Per gli avvocati, una maggiore attenzione alle ragioni della conservazione della famiglia e dell’integrità delle coppie genitoriali, mediante il rifiuto delle iniziative ingiustificatamente tese alla disgregazione delle stesse o comunque all’esasperazione del conflitto. Il tutto nel rispetto dei diritti dell’individuo, da contemperarsi tuttavia, in questa materia, con i principi degli articoli 29 e 30 della Costituzione.
- Per gli psicologi e gli psicoterapeuti, un criterio di aiuto al paziente che tenga conto dell’importanza della conservazione dei legami familiari e genitoriali per il benessere dell’individuo, e della effettiva sussistenza di autentici disagi, patologie e distorsioni della personalità che passano attraverso l’esasperazione della conflittualità verso il partner e/o i figli.
- Per i mediatori familiari, l’esigenza di superare l’idea della mediazione come semplice ausilio a “divorziare bene”, e di apprendere tecniche di gestione del conflitto che siano finalizzate a aiutare le coppie in difficoltà a superare la crisi, riscoprendo l’importanza del loro legame personale e genitoriale, e l’intrinseca negatività della sua dissoluzione. Per quanto possa apparire ambizioso, o velleitario, il nostro impegno è basato sull’osservazione della realtà, su un’esperienza ormai consolidata, e sulla convinzione che sia urgente porre fine a criteri di intervento che ormai non rispondono più alle reali esigenze delle persone coinvolte, e nemmeno a quelle della società nel suo insieme.