16/07/2026
A tenere il banco del dibattito pubblico degli ultimi giorni è la notizia di un’aggressione avvenuta a San Benedetto del Tronto, ripresa da un video che ormai circola ovunque tra web e notiziari. Si vede un uomo, in evidente stato di alterazione, che blocca il traffico stradale e grida; poi un altro, che sopraggiunge, e dopo alcuni inviti a spostarsi dalla carreggiata lo atterra e lo colpisce ripetutamente, spostandolo di forza sul marciapiede. Con il passare delle ore sono emersi l’antefatto e sempre più dettagli, tanto sulla storia dell’aggredito quanto su quella aggressore. Ma non è pertinenza di questo commento indagarli, contrariamente a due questioni fondamentali che vengono in superficie dal fondo del discorso collettivo che si è scatenato attorno all’episodio. Chi invoca o difende l’uso della violenza per risolvere una situazione, per quanto molesta, comunque non violenta, non chiede giustizia ma giustizieri. Fuori dalle poche e comunque regolamentate sacche di autotutela che lo Stato riconosce ai propri cittadini (nelle quali non rientra il caso di specie), vale il monopolio statale della forza fisica, con tutti i significati moderni di civiltà che si porta dentro. Non è così distante il motivo per cui critichiamo e denunciamo lo stesso Stato quando, attraverso i suoi apparati, esercita il proprio potere di forza al di fuori del sentiero tracciato dalle norme: è una violenza illegale, che al pari di quella di chi si fa giustizia da sé non è legittimata da nessuna delicata tutela dei diritti e degli interessi di cui la legge, invece, promette di farsi carico. Ancora, le posizioni più estreme che stanno partecipando al dibattito erano attuali già prima che l’avvenimento desse località e sembianze al tema nazionale della sicurezza. In un’epoca fortemente segnata culturalmente e politicamente da preoccupanti pulsioni securitarie (già prima dell’attuale legislatura), troppo spesso si risponde su misura ad ogni fatto di cronaca con un reato, un indurimento di pena o un allentamento delle condizioni per accedere al carcere. Tutto ciò, alimentando una retorica dell’insicurezza capace di smuovere la paura dei cittadini a dispetto di ogni dato che, al contrario, indica l’Italia come uno dei paesi più sicuri in Europa. L’equivalenza tra diritto penale e sicurezza è un equivoco antiscientifico e, nel peggiore dei casi, truffaldino. E tra gli effetti collaterali di una temperie del genere, non a caso, non solo c’è l’ineffettività rispetto ai problemi che si vogliono risolvere. Bisogna contare anche il distoglimento delle risorse da interventi utili (welfare state o investimenti per sopperire alle carenze di organico e di mezzi delle autorità di pubblica sicurezza), oltre all’aumento di una diffusa percezione d’insicurezza, incontrollata e ingiustificata, capace perfino di materializzarsi in forme impreviste. Ecco perché scegliere di rinunciare alle proprie libertà in nome della sicurezza è un errore. E se non si può impedire quanto è già avvenuto, bisogna iniziare a coltivare un dibattito migliore, per una versione più democratica della sicurezza.