13/06/2026
MT 9,36-10,8 Versi importanti quelli che oggi ci racconta fra Alberto Maggi. Compaiono i 12 inviati (apostoli) a predicare il regno di Dio, ovvero un Regno dove non esistono pregiudizi sociali, né hanno più valore le vecchie militanze politiche (i nazionalisti violenti) o religiose. Non ci sono più pastori padroni delle pecore ma operai e collaboratori di Dio.
INSEGNARE VS PROCLAMARE
L’evangelista presenta un quadro generale dell’attività di Gesù per introdurre la tematica della missione dei discepoli e torna a sottolineare che mentre in ambiente giudaico (sinagoghe) Gesù insegna attingendo dalla Scrittura, fuori di queste, in ambiente misto o pagano proclama la grande novità, la buona notizia del Regno, senza bisogno di appoggiarsi ai testi dell’Antico testamento, presentandone gli effetti che sono la guarigione da ogni malattia e infermità.
LA COMPASSIONE, DA ESCLUSIVA DI DIO NELL’AT A PREROGATIVA DI GESU’ NEL VEDERE LA SITUAZIONE DRAMMATICA IN CUI GIACE IL POPOLO NEL NT
La reazione di Gesù nel vedere le f***e è di avere “compassione”. La radice del verbo avere compassione indica le viscere, considerate la sede delle passioni, e questo verbo nell’AT è riservato esclusivamente a Dio e nel NT a Gesù: mentre la misericordia è un sentimento umano, la compassione, sempre accompagnata dal verbo vedere, è esclusiva di Dio in quanto è un’azione divina con la quale si restituisce vita a chi non ce l’ha.
La compassione di Gesù è per la situazione drammatica in cui giace il popolo. Mosè aveva stabilito che ci fosse sempre una guida valida affinché “la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (Nm 27,17; Zc 10,2) ma nessuno si prende cura di questo popolo che, mancando di un orientamento, sta perdendo progressivamente le forze.
NON PIU’ PASTORI PADRONI DELLE PECORE MA OPERAI E COLLABORATORI DEL SIGNORE
Vista la carenza di pastori e lo sbandamento delle pecore, ci si aspetterebbe che la preghiera di Gesù fosse perché il Signore invii pastori per il suo gregge. Invece Gesù parla di operai per la messe. L'unico pastore del gregge è il Signore che in questa attività ha bisogno di collaboratori, di operai. I discepoli vengono messi al corrente della situazione e devono prendere coscienza, mediante la preghiera rivolta al Padre, dell’urgenza della loro missione di collaboratori nella diffusione del Regno. Al contrario dei rappresentanti dell’istituzione religiosa che si sono appropriati del gregge per soddisfare la loro ambizione di potere e si ritengono i padroni delle pecore, i discepoli devono riconoscere che l’unico Pastore del gregge e è Dio, e il loro ruolo, in quanto operai, è solo di collaboratori.
COMPAIONO I 12
Per la prima volta appare nel vangelo di Matteo il numero “Dodici” riferito ai discepoli che seguono Gesù. La cifra richiama le tribù d’Israele e, applicata ai discepoli rappresenta l’Israele che segue Gesù. È un segno di speranza di fronte alla situazione in cui si trovava il popolo, ormai ridotto a due tribù soltanto dopo lo scisma politico e religioso avvenuto sotto il re Roboamo (1 Re 12).
Il gruppo di discepoli, in funzione della sua missione, riceve da Gesù l’autorità sugli “spiriti impuri”. Essere impuro o immondo è la condizione che ostacola la comunicazione con Dio, il tre volte santo (Is 6,3). Lo spirito è una forza esterna all'uomo che se viene accettata agisce nella sua interiorità influendo nel comportamento. Quando questa forza procede da Dio viene definita santa (Spirito santo) perché la sua azione è di separare l’uomo dalla sfera del male e attrarlo sempre più in quella del bene; quando proviene da elementi contrari al Signore è ritenuta una forza impura che trattiene l’uomo nel male e lo rende refrattario all’azione del Cristo.
GLI INVIATI (APOSTOLI): NON È UN TITOLO D’ONORE MA UN’ATTIVITA’ DINAMICA
Gesù non incarica i Dodici di insegnare dottrine ma di trasmettere una forza vitale capace di liberare e di guarire. Infatti, mediante l’annuncio del messaggio del Regno i discepoli potranno liberare gli uomini da tutto ciò che domina (“spirito impuro”) e limita la loro vita (“malattie / infermità”). La loro attività sarà un prolungamento di quella di Gesù (Mt 9,35).
È questa anche l’unica volta che nel vangelo di Matteo appare il termine “apostoli”, dal greco apostolôn, che significa “inviati”, e non indica un titolo d'onore o una categoria fissa, ma l’attività dinamica dei discepoli, che è sempre esclusivamente proiettata all’esterno della comunità: Gesù non conferirà mai loro alcun incarico verso gli altri membri del gruppo.
I 12 SONO IL POPOLO NUOVO DEL REGNO DI DIO, UN REGNO CHE ACCOGLIE ANCHE I PECCATORI, GLI ESCLUSI
Il primo della lista dei Dodici è Simone, soprannominato Pietro, dal greco petros (pietra) per indicarne la testardaggine. Seguono altri tre discepoli già conosciuti: Andrea, Giacomo e Giovanni. La lista prosegue con una serie di sette nomi, di cui l’unico già conosciuto è Matteo, il pubblicano (Mt 9,9): nel gruppo di Gesù sono presenti pure i peccatori, quelli che per la loro condizione erano considerati esclusi da Israele. Eccetto Matteo, gli altri sei non hanno alcun ruolo nei vangeli e i loro nomi nelle liste degli altri evangelisti sono differenti (in Lc 6,16 Giuda di Giacomo prende il posto di Taddeo) e rappresentano il popolo anonimo che segue Gesù.
Il termine “Kananaios” applicato a Simone non indica la sua origine etnica (“cananeo”, in greco chananaios) ma significa “fanatico, pieno di zelo” (in Luca è infatti chiamato “lo Zelota”, Lc 6,15), cioè appartenente al partito armato dei rivoltosi nazionalisti.
UN REGNO SENZA PREGIUDIZI SOCIALI
La compresenza nel gruppo di due personaggi totalmente antagonisti come uno zelota (che combatteva gli stranieri e i giudei non osservanti) e un pubblicano (non osservante della Legge ed esattore delle tasse per conto degli occupanti romani) dimostra che nella comunità del Regno non esistono pregiudizi sociali, né hanno più valore le vecchie militanze politiche o religiose.
Posto sempre ultimo della lista, Giuda Iscariota, il cui nome richiama la “Giudea”, la regione dove Gesù verrà assassinato, e viene indicato come il traditore. Giuda è conosciuto come Iscariota, dall’ebraico Ish (uomo) e Keriot, villaggio della Giudea (Gs 15,25).
IL PRIMO E L’ULTIMO DELLA LISTA HANNO UNA CARATTERISTICA IN COMUNE: AMBEDUE RINNEGHERANNO GESÙ.
L’evangelista vuole insinuare come tutto il gruppo dei discepoli nel momento della prova abbandonerà Gesù.
Gesù invia i suoi a predicare il regno di Dio ed è anche l’unica volta che comanda qualcosa ai discepoli, segno evidente che incontra resistenza da parte di essi. Ancora imbevuti della tradizione di un Messia vittorioso e di un Israele dominatore di pagani e sterminatore degli eretici, Gesù proibisce ai suoi discepoli di andare per ora da pagani e Samaritani (cf Lc 9,51-53). La loro missione per il momento è limitata alle “pecore perdute” d’Israele. Solo dopo la morte del Cristo, definitivamente infranto il sogno di un Messia dominatore, i discepoli potranno andare anche dai pagani (“tutte le nazioni”, Mt 28,19).
LA MISSIONE DEGLI APOSTOLI: COMPIERE LE STESSE AZIONI DI GESU’ PER PROLUNGARLE NEL TEMPO
Gesù ha curato gli infermi (Mt 8,16; 9,35), risuscitato la figlia di uno dei capi (Mt 9,18-26), purificato il lebbroso (Mt 8,2-4) e cacciato i demòni (Mt 9,32). I discepoli sono chiamati a continuare l’attività di Gesù nel presente.
Infine, Gesù proibisce assolutamente ai discepoli di tassare l’amore che hanno gratuitamente ricevuto: come il Padre ama senza condizioni, così essi devono trasmetterlo. Questa gratuità attuata dai discepoli serve, inoltre, a testimoniare l’essere liberi da ogni preoccupazione materiale (Mt 6,25-33) e non solo credere ma anche praticare la piena fiducia nell’amore del Padre.