15/05/2026
A PROPOSITO DEL LUPO
Nel Circolo Tavo Burat – Pro Natura diversi soci si sono interessati e si interessano al lupo, uno dei grandi carnivori del nostro Paese insieme all’orso e alla lince. Sergio Marucchi, ad esempio, si è occupato più volte su Rivista Biellese degli aspetti storici e antropologici del tormentato rapporto uomo-lupo nel nostro territorio, altri soci hanno collaborato ai monitoraggi ed organizzato conferenze sul tema.
Il recente caso di cronaca del cane di Michele Serra ucciso dai lupi è rimbalzato in modi controversi e in certi casi strumentali sui media e sui social, riportando in primo piano il tema del lupo. Il segugio di piccola taglia Osso è stato sbranato in Val Tidone, fatto che ha causato evidentemente dolore al proprietario il quale tuttavia ha scritto un articolo invitando ad intervenire per contenere l’espansione dei lupi in Italia.
Cominciamo allora proprio dal tema della corretta gestione dei propri animali domestici in aree in cui è presente il lupo. Purtroppo anche in questa occasione gli organi di informazione hanno dato spazio alle solite “leggende metropolitane” sul tema lupo: lupi introdotti; ripopolamenti; invasione di lupi; rischi per l’incolumità delle persone e via delirando…
La lobby venatoria e i suoi referenti politici (a tutti i livelli) hanno subito colto la palla al balzo per sollecitare piani di abbattimento ed altre nefandezze, questo sull’onda – purtroppo – del recente declassamento a livello comunitario della specie lupo da specie “rigorosamente protetta” a specie “protetta”.
Per inciso si fa finta di non sapere che i piani di abbattimento, dove da tempo vengono operati – vedi Francia – si sono dimostrati inutili e spesso controproducenti.
Intendiamoci il percorso per creare un contesto di convivenza con il mondo selvatico (non solo con il lupo) è complesso e comporta attenzione a quanto da anni esprime la scienza, volontà politica ma soprattutto una maturazione culturale collettiva. E sull’ultimo punto molte sono gli enti e le associazioni che da anni lavorano sul territorio nazionale.
Doveroso ricordare:
- l’associazione “Io non ho paura del lupo” (https://www.iononhopauradellupo.it);
- ISPRA (https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/monitoraggio-nazionale-del-lupo);
- il Progetto Life Wolf Alps EU (https://www.lifewolfalps.eu);
- il Centro Grandi Carnivori della Regione Piemonte (https://www.centrograndicarnivori.it);
- il Gruppo Grandi Carnivori del CAI (https://csc.cai.it/gruppo-grandi-carnivori/);
- la vasta galassia delle associazioni ambientaliste ed animaliste.
… della serie “se ci si vuole informare correttamente le sedi ci sono” !
Ma torniamo all’argomento iniziale; la morte del cane Osso di Michele Serra, fatto che comunque non può che addolorarci. Va tenuto conto che con l’espansione – non invasione! – della popolazione di lupo non solo in montagna ma in aree collinari e di pianura, più densamente popolate rispetto alle aree montane, anche nei contesti abitati aumentano inevitabilmente le occasioni di avvistamento e incontro.
Da qui la necessità di mettere in atto per gli animali di affezione – soprattutto cani e gatti – strategie di convivenza che senza ledere la libertà di nessuno la rendono più consapevole.
Ecco dunque le principali buone norme di comportamento, riferite soprattutto ai cani:
- Non lasciare il cane libero di uscire da solo di casa/giardino/cortile;
- Tenere il cane in un ricovero notturno, in particolare se in calore, durante le ore crepuscolari e notturne;
- Non lasciare fonti di cibo nei pressi delle abitazioni;
- Non tentare mai e per nessun motivo di avvicinare gli animali (vale per il lupo e per qualsiasi selvatico) né di interferire con il loro comportamento;
- Non dare mai da mangiare al lupo e ai selvatici;
- In contesti naturali/rurali, portare sempre il cane al guinzaglio e non lasciarlo libero di girare da solo.
Norme di buon senso e tutto sommato semplici che servono ad evitare che si ripetano fatti dolorosi.
Altra questione riguarda la predazione di capi di bestiame che preoccupa gli allevatori e che si interseca con la recente vicenda dell’avvelenamento di più di 20 lupi nel Parco nazionale d’Abruzzo, Molise e Lazio; un episodio gravissimo che dà conto del problematico rapporto tra lupi e essere umani. Il declassamento del livello di protezione del lupo induce intanto in un evidente errore, cioè quello di considerare tutto sommato meno grave l’uccisione dolosa di questi animali selvatici. Ricordiamo che negli anni 70 i lupi in Italia erano sull’orlo dell’estinzione, tra i 100 e i 200 esemplari soltanto, e solo l’aumento delle prede ha consentito a questa specie di ripopolare l’arco appenninico e alpino fino ad attestarsi oggi tra i 3.000 e i 3.500 esemplari. Un numero non certo elevatissimo ma che per vari motivi crea ansia tra cui una informazione spesso di stampo allarmistico.
Ricordiamo in particolare nel Biellese le invettive anti lupo del cacciatore e neo-vannacciano Guido Dellarovere che addirittura alza il numero dei lupi presenti nel Biellese a 200.
In realtà gli attacchi a persone documentati in Italia sono meno di 10 in un decennio e tutti casi non gravi e indotti dall’abbandono di cibo che ha portato all’avvicinamento degli animali ad insediamenti umani. Sono comunque di certo molti di più i casi di aggressione di cani randagi o di proprietà con esisti spesso letali per le persone.
Rappresenta un problema il possibile attacco di lupi alle greggi ma occorre in questo caso fare un paio di considerazioni. Innanzitutto agricoltori e allevatori in Italia sono in evidente crisi ma non certo a causa del lupo che diventa un facile capro espiatorio. Ben altri sono i problemi per i piccoli allevatori e pastori delle aree interne e delle fasce montane. In primis il latte pagato pochissimo, lo spopolamento che fa perdere ai territori servizi essenziali dalle scuole, alle farmacie, alle poste. E così il lupo, già oggetto nei secoli passati di atroci persecuzioni, diventa nell’immaginario collettivo il “lupo cattivo” da cui difendersi, e se possibile, secondo alcuni, da eliminare.
In realtà i modi per difendere il bestiame allo stato brado ci sono: reti elettrificate e sorveglianza, da parte degli umani ma soprattutto dei cani maremmani. Se correttamente applicate sono pratiche che funzionano come dimostrano le esperienze di vari pastori che affermano di non avere mai perso un capo di bestiame. Caso mai occorre che le istituzioni esercitino un ruolo fondamentale nell’informazione corretta e anche nel sostegno agli allevatori.
L’allarmismo e la disinformazione spesso strumentale non portano da nessuna parte, o per meglio dire portano al bracconaggio, alla uccisione dei lupi con esche avvelenate e tagliole. Non dimentichiamo poi che l’uso di veleni è un vero crimine perché introduce sostanze che entrano nella rete trofica e possono causare danni a catena.
La parola chiave è adattamento. Non dimentichiamo il ruolo utilissimo dei lupi nel regolare la quantità di fauna selvatica. A meno che riconosciamo questo ruolo solo ai cacciatori! Occorrerà renderci conto che il lupo nelle aree montane ha il nostro stesso diritto di vivere e sarà da ricercare un equilibrio e un approccio culturale che renda concreto questo diritto degli animali più iconici dei nostri territori alpini ed appenninici.
C’è poi il fenomeno dell’ibridazione ovvero della nascita di esemplari derivanti dall’accoppiamento di cani e lupi. Occorre intanto ricordare che cani e lupi appartengono alla stessa specie (Canis lupus) e quindi da loro accoppiamento nascono meticci che possono a loro volta riprodursi in modo illimitato. Abbiamo sentito su questo problema il parere di Alessandro Ceffa, naturalista biellese che in passato si è occupato di lupi per spostare ora la sua attenzione sull’avifauna.
Il maggiore esperto in Italia, Paolo Ciucci, è poco ottimista in proposito. Sono previste tre modalità per cercare di contrastare in qualche modo il fenomeno: cattura con successiva sterilizzazione e rilascio, cattura e confinamento in struttura, eutanasia. Secondo Ceffa l’ultima soluzione è la preferita dai tecnici, perché le prime due richiedono un enorme dispendio di energie fisiche ed economiche. Inoltre è una soluzione poco considerata anche dalla politica, timorosa di perdere consensi da parte del mondo animalista e amanti dei cani. Il fenomeno ibridazione interessa, secondo uno studio compiuto nel centro-sud Italia, il 50% degli esemplari in Umbria, Lazio, Marche Campania.
Se la passano un po’ meglio i lupi in Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia e Calabria, ma sempre con percentuali di ibridazione dal 30% in su. Eclatante è poi il caso della Toscana dove si raggiungono quote del 70%. Mancano invece i dati per il Nord dove forse il fenomeno è meno grave ma andrebbe comunque studiato. La Società Italiana di Scienze Naturali lancia l’allarme e fa presente che in nessuna altra area del mondo il fenomeno di WHD (ibridazione di cane lupo) ha una tale rilevanza.
Anche secondo Ceffa la mala gestione dei cani da parte dell’uomo minaccia di estinzione genomica il lupo appenninico. Il naturalista fa poi notare una differenza importante tra ibridazione e introgressione. “L’introgressione è quando il DNA del cane si fissa in quello del lupo, mentre l’ibridazione è la nascita di esemplari tra lupo e cane, che se non si accoppiano ulteriormente con ibridi o cani, ma solo con lupo, portano i caratteri fenotipici e il DNA a tornare abbastanza nella norma della sottospecie di lupo appenninico.”.
Insomma i temi del rapporto uomo-lupo e delle strategie di conservazione sono estremamente complessi e possono essere affrontati solo attraverso la messa in campo di metodi scientifici di analisi della situazione.
Biella 15 maggio 2026
Circolo Tavo Burat APS ETS
A cura di Giuseppe Paschetto e Silvano Beduglio con contributo di Alessandro Ceffa