06/09/2026
Si chiamava Lorena Isceri. Aveva 45 anni.
Aveva già chiesto aiuto. E negli ultimi minuti della sua vita ha provato ancora a salvarsi.
Il suo ex l’ha aspettata nel garage. L’ha picchiata, legata, caricata in macchina e chiusa nel bagagliaio. Lorena, da lì dentro, è riuscita a chiamare il 112. Ha provato a spiegare dove si trovava mentre l’uomo che diceva di averla amata la stava portando verso la morte.
Poi il viadotto sull’A1: lui l’ha uccisa, lanciandola da un viadotto di 40 metri. Non contento, lo ha comunicato con soddisfazione alla madre di lei. Dopo si è tolto la vita.
E mentre accadono storie come questa, c’è Roberto Vannacci che gira l’Italia spiegandoci che “il femminicidio non esiste” e che il reato di femminicidio andrebbe cancellato.
Venga qui, Generale.
Venga a raccontarcelo guardando la fotografia di Lorena.
Ci spieghi come dobbiamo chiamare un uomo che aspetta la propria ex sotto casa perché lei ha deciso di lasciarlo.
Come dobbiamo chiamare l’idea per cui una donna, quando dice basta, diventa qualcosa da punire.
Come dobbiamo chiamare quel possesso feroce che trasforma una relazione finita in una sentenza di morte.
Per Vannacci sarà pure una parola fastidiosa. Per Lorena è stata la realtà.
Ed è proprio questo il punto che certa destra cerca disperatamente di cancellare insieme al termine: la matrice, il dominio, controllo. La convinzione che una donna sia tua e che, se prova ad andarsene, possa pagarla con la vita.
Togliere una parola dal codice penale costa poco.
Togliere Lorena da quel viadotto, purtroppo, è impossibile.
Perciò la prossima volta che Vannacci salirà su un palco a spiegare che “il femminicidio non esiste”, ricordatevi di lei.
Ricordatevi di Lorena Isceri.
Perché a furia di negare il fenomeno, l’unica cosa che sparisce sono le donne.