22/08/2026
UNA PARTITA, UNA CITTÀ BLINDATA E UN DISSENSO SORVEGLIATO
Alcune riflessioni dopo Atalanta - Hapoel
In occasione della partita tra Atalanta e Hapoel Tel Aviv, Bergamo è stata sottoposta a una militarizzazione sproporzionata e inquietante: strade presidiate, reparti schierati, controlli, mezzi delle forze dell’ordine e agenti presenti in ogni parte della città.
Bergamo è stata trattata come una zona di guerra per trasformare lo sport in uno strumento utile a ripulire l’immagine di uno Stato di apartheid che sta commettendo un genocidio.
Per queste ragioni abbiamo aderito al presidio promosso dalla Rete Bergamo per la Palestina. Una mobilitazione molto partecipata e determinata che, nonostante la fortissima pioggia, ha portato in piazza centinaia di persone per affermare con chiarezza che non può esserci normalità mentre in Palestina proseguono il genocidio, l’occupazione e la distruzione sistematica di un popolo.
Anche la gestione della sicurezza ha mostrato un’evidente disparità. Da una parte è stato vietato introdurre nello stadio bandiere palestinesi e ai tifosi dell’Atalanta vengono ormai vietate quasi tutte le trasferte, amichevoli comprese. Dall’altra, durante la partita, il settore occupato dai sostenitori della squadra di Tel Aviv è stato illuminato da una quantità spropositata di torce ed è stato loro concesso di raggiungere lo stadio in corteo, cosa che da tempo non veniva consentita a Bergamo ai tifosi ospiti.
Una contraddizione che rende ancora più evidente il carattere politico delle misure adottate: la solidarietà con il popolo palestinese è stata trattata come un problema di ordine pubblico, mentre all’interno dello stadio sono stati tollerati comportamenti ben più appariscenti.
Quanto accaduto durante il pomeriggio rende il quadro ancora più grave. Prima del presidio, mentre alcuni di noi passeggiavano per le vie del centro senza svolgere alcuna iniziativa pubblica, sono stati costantemente seguiti da numerosi agenti della Digos.
Il pedinamento è proseguito fino alla sede di USB Bergamo, controllata da due auto con agenti in borghese: una collocata davanti all’ingresso principale e una nei pressi dell’entrata secondaria. Quando siamo usciti, gli agenti ci hanno seguito prima fino a un bar e successivamente fino al presidio.
Non stavamo manifestando, non stavamo distribuendo materiale e non stavamo compiendo alcuna azione. Stavamo semplicemente camminando per le strade della nostra città.
Un episodio breve, ma emblematico del clima creato attorno a questa partita e della volontà di controllare e intimidire preventivamente chi esprime solidarietà con il popolo palestinese. La libertà di movimento, di espressione e di organizzazione politica e sindacale non può essere compressa sulla base delle idee sostenute o della partecipazione prevista a una manifestazione pubblica.
Questa enorme mobilitazione di uomini, mezzi e strutture ha inoltre un costo rilevante, sostenuto dalla collettività. Risorse pubbliche che potrebbero essere utilizzate per aumentare i salari, rafforzare la sanità e l’istruzione pubblica, garantire il diritto alla casa e migliorare i servizi essenziali sono state invece impiegate per militarizzare una città e proteggere lo svolgimento di una partita funzionale alla normalizzazione politica di Israele.
Questo episodio non riguarda soltanto la solidarietà con la Palestina. Si inserisce in un clima più generale nel quale le questioni sociali vengono affrontate sempre meno attraverso il confronto e sempre più come problemi di ordine pubblico.
Lo vediamo davanti ai cancelli delle aziende, durante gli scioperi, nei picchetti contro i licenziamenti, nelle mobilitazioni per il diritto alla casa e nelle piazze contro la guerra. Lavoratrici, lavoratori, sindacalisti e attivisti vengono controllati e identificati, mentre restano senza risposta le vere emergenze: salari insufficienti, precarietà, sfruttamento, morti sul lavoro, liste d’attesa nella sanità e sfratti.
Questa è una precisa scelta politica: trasformare il dissenso in una questione di sicurezza e trattare come potenzialmente pericoloso chi sciopera, manifesta o esprime solidarietà con un popolo massacrato.
USB Bergamo respinge questa deriva autoritaria e ribadisce che continuerà a stare nelle piazze, nei luoghi di lavoro e davanti ai cancelli. Non saranno la militarizzazione delle città, i controlli o i pedinamenti a fermare la solidarietà con il popolo palestinese e le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori.
La sicurezza che rivendichiamo non è quella delle città blindate.
È la sicurezza di un salario dignitoso, di un lavoro senza sfruttamento, di una casa, di servizi pubblici accessibili e di una vita libera dalla guerra e dalla repressione.UNA PARTITA, UNA CITTÀ BLINDATA E UN DISSENSO SORVEGLIATO
Alcune riflessioni dopo Atalanta - Hapoel
In occasione della partita tra Atalanta e Hapoel Tel Aviv, Bergamo è stata sottoposta a una militarizzazione sproporzionata e inquietante: strade presidiate, reparti schierati, controlli, mezzi delle forze dell’ordine e agenti presenti in ogni parte della città.
Bergamo è stata trattata come una zona di guerra per trasformare lo sport in uno strumento utile a ripulire l’immagine di uno Stato di apartheid che sta commettendo un genocidio.
Per queste ragioni abbiamo aderito al presidio promosso dalla Rete Bergamo per la Palestina. Una mobilitazione molto partecipata e determinata che, nonostante la fortissima pioggia, ha portato in piazza centinaia di persone per affermare con chiarezza che non può esserci normalità mentre in Palestina proseguono il genocidio, l’occupazione e la distruzione sistematica di un popolo.
Anche la gestione della sicurezza ha mostrato un’evidente disparità. Da una parte è stato vietato introdurre nello stadio bandiere palestinesi e ai tifosi dell’Atalanta vengono ormai vietate quasi tutte le trasferte, amichevoli comprese. Dall’altra, durante la partita, il settore occupato dai sostenitori della squadra di Tel Aviv è stato illuminato da una quantità spropositata di torce ed è stato loro concesso di raggiungere lo stadio in corteo, cosa che da tempo non veniva consentita a Bergamo ai tifosi ospiti.
Una contraddizione che rende ancora più evidente il carattere politico delle misure adottate: la solidarietà con il popolo palestinese è stata trattata come un problema di ordine pubblico, mentre all’interno dello stadio sono stati tollerati comportamenti ben più appariscenti.
Quanto accaduto durante il pomeriggio rende il quadro ancora più grave. Prima del presidio, mentre alcuni di noi passeggiavano per le vie del centro senza svolgere alcuna iniziativa pubblica, sono stati costantemente seguiti da numerosi agenti della Digos.
Il pedinamento è proseguito fino alla sede di USB Bergamo, controllata da due auto con agenti in borghese: una collocata davanti all’ingresso principale e una nei pressi dell’entrata secondaria. Quando siamo usciti, gli agenti ci hanno seguito prima fino a un bar e successivamente fino al presidio.
Non stavamo manifestando, non stavamo distribuendo materiale e non stavamo compiendo alcuna azione. Stavamo semplicemente camminando per le strade della nostra città.
Un episodio breve, ma emblematico del clima creato attorno a questa partita e della volontà di controllare e intimidire preventivamente chi esprime solidarietà con il popolo palestinese. La libertà di movimento, di espressione e di organizzazione politica e sindacale non può essere compressa sulla base delle idee sostenute o della partecipazione prevista a una manifestazione pubblica.
Questa enorme mobilitazione di uomini, mezzi e strutture ha inoltre un costo rilevante, sostenuto dalla collettività. Risorse pubbliche che potrebbero essere utilizzate per aumentare i salari, rafforzare la sanità e l’istruzione pubblica, garantire il diritto alla casa e migliorare i servizi essenziali sono state invece impiegate per militarizzare una città e proteggere lo svolgimento di una partita funzionale alla normalizzazione politica di Israele.
Questo episodio non riguarda soltanto la solidarietà con la Palestina. Si inserisce in un clima più generale nel quale le questioni sociali vengono affrontate sempre meno attraverso il confronto e sempre più come problemi di ordine pubblico.
Lo vediamo davanti ai cancelli delle aziende, durante gli scioperi, nei picchetti contro i licenziamenti, nelle mobilitazioni per il diritto alla casa e nelle piazze contro la guerra. Lavoratrici, lavoratori, sindacalisti e attivisti vengono controllati e identificati, mentre restano senza risposta le vere emergenze: salari insufficienti, precarietà, sfruttamento, morti sul lavoro, liste d’attesa nella sanità e sfratti.
Questa è una precisa scelta politica: trasformare il dissenso in una questione di sicurezza e trattare come potenzialmente pericoloso chi sciopera, manifesta o esprime solidarietà con un popolo massacrato.
USB Bergamo respinge questa deriva autoritaria e ribadisce che continuerà a stare nelle piazze, nei luoghi di lavoro e davanti ai cancelli. Non saranno la militarizzazione delle città, i controlli o i pedinamenti a fermare la solidarietà con il popolo palestinese e le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori.
La sicurezza che rivendichiamo non è quella delle città blindate.
È la sicurezza di un salario dignitoso, di un lavoro senza sfruttamento, di una casa, di servizi pubblici accessibili e di una vita libera dalla guerra e dalla repressione.