Centro Promozione Familiare - Insieme con la Coppia

Centro Promozione Familiare - Insieme con la Coppia Centro di Promozione Familiare

Il metodo di lavoro del Centro è caratterizzato da :

a) analisi e studio dell’attuale realtà della coppia, dei suoi rapporti con la società e la Chiesa e presa di coscienza dei condizionamenti che la coppia subisce ed esercita ;

b) atteggiamento di ricerca sistematica e dibattito costante all’interno ed all’esterno del Centro ;

c) impegno all’azione concreta, nella pluralità dei doni diversi di

singoli o coppie e nelle modalità consentite dalle situazioni e dalla cultura locale ;

d) rispetto della libertà e delle scelte dell’altro, comprese le convinzioni etiche e religiose ;

e) nella consulenza familiare, estrema attenzione e rispetto dell’altro, accompagnati dallo sforzo di aiutarlo a diventare un “protagonista” della propria storia personale e di coppia ;

f) verifica delle radici culturali ed antiche remote, che animano ed orientano l’intervento tecnico ;

g)verifica periodica dei risultati e aggiornamento degli obiettivi e dei metodi.

Siamo di Dio, un popolo in missione.Nella XI domenica del Tempo Ordinario leggiamo dal Vangelo di Matteo l’inizio del di...
13/06/2026

Siamo di Dio, un popolo in missione.

Nella XI domenica del Tempo Ordinario leggiamo dal Vangelo di Matteo l’inizio del discorso missionario (Mt 9,36-10,8) con cui Gesù delinea l’identità della Chiesa e della sua missione. Il tema della pericope evangelica
è il filo conduttore anche delle altre due letture.
L’elemento fondamentale della missione è l’opera del Signore e la sua centralità; è Lui l’artefice della missione e l’evangelizzazione è innanzitutto opera sua. È Gesù che, volendo nella sua misericordia la salvezza degli uomini, si fa incontro ai loro limiti e alle loro fatiche: «vedendo le f***e, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore». (Mt 9,36). All’origine della missione ci sono due
sue azioni particolari: vedere e compatire. Gesù vede in profondità, scorgendo i bisogni degli altri, le fatiche dell’uomo abbandonato a sé stesso. Il suo non è un intervento a distanza, ma conseguenza della compassione, del patire con gli altri, coinvolgendosi pienamente; è l’agire misericordioso di Dio.
La prima lettura (Es 19,2-6a) narra il coinvolgimento pieno di Dio con Israele fino a stabilire con il popolo un’alleanza. All’origine è la sua previa opera liberatrice: «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e
come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto ve**re fino a me» (Es 19,4). Questa elezione non porta al popolo benefici esclusivi, ma è un dono da condividere, diventando segno per gli altri popoli: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,6a).
Ecco perché Gesù, dinanzi alle f***e stanche invita innanzitutto i suoi discepoli a pregare «il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!» (Mt 9,37) e poi, secondo l’agire di Dio, coinvolge gli uomini stessi nell’opera della salvezza e li sceglie nonostante le loro fragilità. Come Israele fu scelto dal Signore per essere sua «proprietà fra tutti i popoli» (Es 19,5), così Gesù «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità» (Mt 10,1). E come Dio scelse Israele non per particolari doti, ma solo per suo amore e sua grazia (cfr. Dt 7,7-9), così Gesù scelse dodici
uomini senza particolari qualità; infatti, scorrendo l’elenco dei Dodici (cfr. Mt 10,2-4), ricorderemmo tutti i loro momenti di fragilità raccontati dagli Evangelisti. Gesù non cerca strumenti perfetti, ma cuori disposti a
lasciarsi guarire. Con loro costruirà un annuncio, non fondato sul successo ma sulla verità e sulla forza mite del Vangelo.
Il cuore della missione cristiana non è una prestazione da garantire, ma una presenza da condividere, quella di Cristo, vero amico e salvatore dell’uomo.
Se la testimonianza è il compito di ogni battezzato, è dalla comunione con gli altri che dipende la credibilità della missione. È significativo l’elenco a coppie degli apostoli, pur essendo uomini molto diversi tra loro per
provenienza e carattere, ma la comunione è proprio nella capacità di armonizzare le differenze di ognuno ed è frutto dell’adesione personale a Cristo che ci ha scelti.
Il Signore che «percorreva tutte le città e villaggi insegnando...curando ogni malattia e infermità» (Mt 9,35) vuole una Chiesa sempre in cammino sulle sue orme: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei
cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni» (Mt 10,37-38).
Non è solo un elenco di opere da eseguire, ma anche azioni da compiere con lo stile di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,38).
Preghiamo, allora, il Padre perché siano anche i nostri atteggiamenti: «Apri i nostri occhi perché vediamo le necessità dei fratelli, ispiraci parole e opere per confortare gli affaticati e gli oppressi. Fa’ che li serviamo in
sincerità di cuore sull’esempio di Cristo e secondo il suo comandamento» (Preghiera eucaristica V/3)
San Paolo nella seconda lettura (Rm 5,6-11) ci offre una “rilettura in ottica pasquale” della nostra esperienza di fede, che inizia da un atto gratuito dell’amore misericordioso di Dio, che «dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Perciò
diveniamo testimoni di esser «stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo» (Rm 5,10).
Siamo, dunque, il popolo di Dio e con lui siamo in cammino sulle strade della storia per annunciare a tutti gli uomini la sua presenza, il suo amore misericordioso e il suo volere salvifico. Non temiamo fragilità alcuna
né possibili ostacoli, ma con fiducia riconosciamo di essere chiamati dal Signore e da lui sostenuti nella grande opera dell’evangelizzazione, perché non manchi a nessuno la gioia del Vangelo.

Don Enzo Misuriello, assistente spirituale

Il Corpo di Cristo pane per il nostro cammino verso l’eternità.Nella solennità del Corpus Domini celebriamo e adoriamo i...
07/06/2026

Il Corpo di Cristo pane per il nostro cammino verso l’eternità.

Nella solennità del Corpus Domini celebriamo e adoriamo il Cristo presente vivo e vero nell’Eucaristia,
«morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo, nell'attesa della sua venuta» (Preghiera eucaristica III). La processione, parte integrante della celebrazione, è il segno del nostro cammino verso il Regno, sostenuti e “nutriti” dalla presenza perenne e reale del Signore.
La metafora del cammino è suggerita dalla prima lettura (Dt 8,2-3.14b-16a), invece, Gesù nella pericope evangelica (Gv 6,51-58), dopo essersi rivelato “pane vivo”, indica nell’eternità la meta di questo percorso: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). Egli, cioè, è il pane vivo che non soddisfa la fame di cibo, ma la fame
di felicità, di vita vera e piena; e nulla più della promessa di eternità poteva soddisfare questa fame esistenziale. Con il dono della sua vita e della resurrezione, Gesù ci nutre per la vita eterna, la vita stessa di Dio, che possiamo vivere già oggi in attesa della «domenica senza tramonto» (Prefazio X dell’Ordinario).
Con l’allegoria del cibo, inoltre, Gesù rivela la dolcezza e la tenerezza di Dio che si prende cura del suo popolo, di ogni uomo. Il cibo infatti è bene essenziale e un atto di cura per la nostra anima: «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54).
Questo cammino verso l’eternità ha le sue peculiarità. Un “esercizio di memoria” ci incoraggia a proseguirlo sempre, superando ogni ostacolo. Lo raccomandava Mosè a Israele: «Ricòrdati di tutto il cammino che il
Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto» (Dt 8,2)». Non si tratta semplicemente del ricordo di una storia passata, ma è l’impegno a vivere la grazia di un evento decisivo per la propria vita: «non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Dt 8,14b). Il memoriale biblico, celebrando gli eventi della salvezza, li rende realmente presenti a coloro che li celebrano, perché possano goderne gli effetti nel loro tempo. Così la liturgia eucaristica non è la commemorazione dell’ultima cena, ma il memoriale del mistero pasquale del Signore che fa «sentire sempre in noi i benefici della redenzione» (Rito della benedizione eucaristica). Come fu per Israele, anche quando dovessimo attraversare momenti di «deserto grande e spaventoso» (Dt 8,15), confidiamo sempre in Colui che
«ha nutrito di manna sconosciuta» (Dt 8,16).
Nel “grande sacramento” del Corpo e del Sangue di Cristo tutto ciò è perfettamente compiuto; «Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono» (Gv 6,58). Mangiare il Corpo
di Cristo ci permette di stabilire una intima comunione con Lui: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56). È unione di vite, la nostra e quella divina, vissuta con gesti concreti, pertanto, come Gesù, essendo una sola cosa con il Padre (cfr. Gv 10,31), gli ha obbedito fino al sacrificio di sé, così anche noi accogliendo Lui nella nostra vita, la impegniamo per Lui: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (Gv 6,57). Vive per il Signore chi, osservando i suoi insegnamenti, “rimane in Lui e nel suo amore” (cfr. Gv 15,10); chi vive il Vangelo nell’amore, nel servizio e nel perdono per i fratelli.
Nella seconda lettura (1Cor 10,16-17) san Paolo descrive il duplice senso della comunione eucaristica. È comunione con il Signore, infatti, «il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?» (1Cor 10,16).
Ma la comunione con il Signore è vera, autentica, se siamo in comunione tra noi, così come non esiste comunione tra noi, se ognuno non vive per il Signore: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un
solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1Cor 10,17). Se lasciamo che il Signore rimanga in noi, allora si trasformerebbero anche i nostri legami di fraternità e tutte le nostre relazioni.
Meditando le letture di questa liturgia, rendiamo grazie al Signore, che nella sua benevolenza ci nutre di sé ed è sempre presente in noi e tra noi, e ci riconosciamo popolo in cammino verso il suo Regno. Facciamo nostra, allora, l’invocazione del canto che molto probabilmente risuonerà nelle processioni di questo giorno:
«Il Tuo popolo in cammino, cerca in Te la guida, sulla strada verso il Regno, Sei sostegno col Tuo Corpo. Resta
sempre con noi, o Signore».

Don Enzo Misuriello, assistente spirituale

Vita e relazioni ad immagine della TrinitàLa domenica successiva alla Pentecoste celebriamo la Solennità della SS. Trini...
31/05/2026

Vita e relazioni ad immagine della Trinità

La domenica successiva alla Pentecoste celebriamo la Solennità della SS. Trinità. È il Mistero peculiare della nostra fede, infatti, se l’unicità di Dio è professata anche da ebrei e mussulmani, soltanto noi crediamo «in un
solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo» (cfr. Professione di fede), in Dio che è in sé stesso comunione di tre Persone, pur essendo sempre un solo Dio. Il dogma della Trinità è l’affermazione più esauriente dell’identità
di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4), mistero di amore di tre persone così unite tra loro, tanto da essere una sola persona. La Trinità è la rivelazione dell’amore di Dio, è il “mistero della sua vita” (crf. preghiera colletta) di
cui, per sua benevolenza ci fa partecipi, illuminando la nostra vita.
La prima lettura (Es 34,4b-6.8-9) narra l’Alleanza ristabilita da Dio con Israele dopo il peccato di idolatria del popolo con la costruzione e l’adorazione del vitello d’oro (cfr. Es 32). Dio «scese nella nube» presso Mosè e
«proclamò il nome del Signore» (Es 34,5) rivelando i suoi “segni particolari”: «il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso» (Es 34,6). Come Israele, idolatro perché impaziente nell’attesa di Mosè, salito al
Sinai al cospetto di Dio, anche noi rischiamo di “costruirci” un Dio a misura delle nostre esigenze. Nonostante tutto, il Signore ci chiede di credere nel suo nome, “misericordioso e pietoso”.
Mosè, confidando in queste qualità proprie di Dio, si affida a Lui e invoca anche per il popolo: «perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità» (34,9). E Dio ha sempre guidato e protetto il suo
popolo, perdonando ogni sua infedeltà. «Parole come "misericordioso", "pietoso", "ricco di grazia" ci parlano tutte di una relazione, di Dio che si offre, che vuole colmare ogni lacuna, ogni mancanza, che vuole donare e perdonare, che desidera stabilire un legame saldo e duraturo» (Benedetto XVI).
La suprema rivelazione dell’Amore di Dio è nel Figlio Gesù; in Lui l’Amore si fatto realmente vicino agli uomini, si è rivelato con parole e gesti “umani”. Nel dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo, riportato nella pericope evangelica (Gv 3,16-18), il Signore rivela il progetto salvifico del Padre: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito» (Gv 3,16). In Gesù l’amore misericordioso di Dio ha raggiunto il suo vertice: per la salvezza degli uomini, non ha risparmiato la sua vita. In Gesù di Nazareth l’uomo ha conosciuto Dio «lento
all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6). Il Padre lo ha mandato non «per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17). L’amore di Dio, l’amore che è Dio, è paradossale: non
giudica, ma perdona e ama quelli che noi non ameremmo, i peccatori.
Unica condizione per ricevere il perdono è la fede «nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3,18), pertanto lasciamoci amare da Lui e amiamo Lui e come Lui.
Nella preghiera colletta propria di quest’anno, dopo aver riconosciuto il “mistero della sua vita”, chiediamo:
«sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché, amandoci come fratelli, rendiamo gloria al tuo santo nome». Il Mistero della SS. Trinità è infatti per noi “scuola” di vita e di amore; la fede in
Dio Uno e Trino ci impegna a vivere nella fraternità e nella comunione perché creati ad immagine e somiglianza di un Mistero di relazione. San Paolo nella seconda lettura (1Cor 13,11-13) delinea la vita
ecclesiale come riflesso in ogni tempo dell’immagine di Dio: «siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi»
(1Cor 13,11). L’Apostolo rassicura i Corinzi e ogni comunità cristiana che la loro vita è benedetta e sostenuta dalla presenza e dall’opera delle tre persone divine: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la
comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (1Cor 13,13). La "grazia" è l’offerta gratuita della vita del Figlio per la nostra salvezza, è dono dell’«amore» del Padre, che ci immerge nella stessa vita di comunione di
Dio, alimentata tra i credenti, nella chiesa, dallo Spirito Santo.
Celebriamo, dunque, il Mistero di Dio Uno e Trino, adoriamo e contempliamo il suo essere “Amore infinito e misericordioso” e imitiamo la sua profonda comunione, vivendo a sua immagine tutte le nostre relazioni,
specialmente quelle familiari ed ecclesiali.

Don Enzo Misuriello, assistente spirituale

Il dono dello Spirito Santo per una vita nuova, nella pace e nel perdonoIl giorno di Pentecoste, invochiamo con il ritor...
24/05/2026

Il dono dello Spirito Santo per una vita nuova, nella pace e nel perdono

Il giorno di Pentecoste, invochiamo con il ritornello al salmo responsoriale: «Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra». L’invocazione è di grande attualità perché in un contesto storico, condizionato da tante
guerre e violenze, crediamo, e per questo preghiamo, che il Signore possa rinnovare il cuore di ogni uomo.
La Parola di Dio in questa solennità è lieto annuncio del dono dello Spirito Santo, autore della vita nuova, che si realizza soprattutto nella pace, nel perdono e nella comunione. Lo Spirito Santo è Dio che si manifesta
a noi, parla a noi, parla e abita in noi, illumina la nostra vita e parla attraverso di noi.
Gli Atti degli Apostoli nella prima lettura (At 2,1-11) narrano una manifestazione divina riconoscibile dai suoi segni caratteristici: «Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e
riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro» (At 2,2-3). La rivelazione di Dio in Gesù di Nazareth, avvenuta più di duemila anni fa, continua
incessantemente nella storia come da una sorgente inesauribile, appunto mediante il dono dello Spirito Santo, e subito la sua manifestazione porta una novità, un evento mai accaduto prima: «Tutti furono colmati
di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (At 2,4). Al contrario della dispersione degli uomini, provocata dal loro tentativo di arrivare a Dio
di propria iniziativa e a modo proprio, costruendo la torre di Babele (cf Gen 11,1-9), il dono dello Spirito riunisce gli uomini di ogni lingua e di ogni nazione. Quando lo Spirito dimora negli uomini, essi cominciano
a parlare. A Dio anzitutto, in modo sorprendentemente nuovo, perché lo Spirito cambia il cuore, dona un cuore filiale e crea un rapporto di intima e grande familiarità con Dio. E parlano agli altri, proclamando loro
le grandi opere compiute da Dio e annunciando il Vangelo, la buona notizia che Gesù è risorto.
La vita nuova dei discepoli del Risorto, alimentata dal dono dello Spirito, si esprime in gesti concreti, in un modo nuovo di vivere in relazione a Dio e agli altri.
La pericope evangelica (Gv 20,19-23) insegna che lo Spirito Santo è il dono del Risorto che inaugura per tutti gli uomini il tempo della grazia. È fonte di forza e coraggio per i credenti, come fu per gli Apostoli
rinchiusi nel loro luogo «per timore dei Giudei» (Gv 20,19) e che il Signore liberò dalla paura che li opprimeva:
«Pace a voi!» (Gv 20,19.21); è la pace messianica, pienezza di vita nuova, la stessa vita di Dio donata con un soffio (cfr. Gv 20,22) come nella creazione.
L’uomo ritrova così con Dio la pace delle origini per il perdono ottenuto dal sacrificio di Gesù sulla croce, dalla sua resurrezione e con il dono della sua presenza: «soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv
20,22). La novità di vita donata dallo Spirito Santo è motivo di relazioni nuove fondate sul perdono, che perciò diventa missione di ogni credente e della Chiesa: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno
perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,23). Il perdono incondizionato può aprire veramente ogni cuore ed è la via che bisogna ripercorre per contribuire con l’aiuto dello Spirito a
rinnovare la nostra terra. È significativa proprio in questi giorni la testimonianza di Davide Simone Cavallo, il giovane di 22 anni invalido dopo l’accoltellamento subito per tentata rapina, che ha voluto abbracciare e
perdonare i suoi aggressori dopo la sentenza del tribunale. Ha dichiarato di averlo fatto per non darla vinta alla logica della vendetta e della violenza subita.
Oggi più che mai, nel contesto in cui viviamo, siamo chiamati tutti ad essere testimoni di pace e di perdono, in modo credibile, attraverso un vissuto concreto di comunione, stile proprio dei discepoli di Cristo e segno
della vita nuova donata dallo Spirito. San Paolo nella seconda lettura (1Cor 12,3-7.12-13), scrive che la
comunione è opera dello Spirito Santo e che «a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito
per il bene comune» (1Cor 12,7), infatti lo Spirito Santo è l’artefice della comunione, è Lui che unisce tutti noi in Cristo. «Noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo» (1Cor 12,13) e questa
unità non ci uniforma, ma crea la “convivialità delle differenze” (don Tonino Bello),
“principio architettonico” della pace; «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6).
Docili, dunque, all’azione dello Spirito Santo, parliamo a tutti con linguaggio dell’amore, perché con la nostra testimonianza lo Spirito continui a rinnovare la terra.

Don Enzo Misuriello, assistente spirituale

La gloria del Signore e la missione della ChiesaL’ascensione di Gesù al cielo è l’evento definitivo del mistero pasquale...
16/05/2026

La gloria del Signore e la missione della Chiesa

L’ascensione di Gesù al cielo è l’evento definitivo del mistero pasquale: la resurrezione non è un semplice ritorno alla vita, una specie di reincarnazione, ma l’ingresso del Signore nella gloria. È un evento dal duplice
significato perché la sua salita al cielo non segna il distacco definitivo di Gesù da questo mondo, ma l’inizio della Sua nuova e perenne presenza tra i suoi discepoli e nel mondo attraverso la loro missione.
Nel racconto evangelico (Mt 28,16-20) il Risorto appare agli Apostoli e dice loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,18). Dopo la resurrezione, continua ad esercitare il suo potere salvifico anche sulla terra e rassicura i suoi discepoli: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
È bello notare che tutto il Vangelo di Matteo è racchiuso tra due promesse della presenza del Signore: all’inizio è annunciato come l’Emmanuele, il Dio con noi (cfr. Mt 1,23), e alla fine Egli stesso assicura la sua presenza
per sempre tra i suoi.
Con l’ascensione il Signore ci fa sperimentare il vuoto della sua assenza per colmarlo con il dono dello Spirito Santo, che ancora oggi ravviva la presenza di Dio in ognuno di noi e tra di noi. San Paolo scrive nella
seconda lettura (Ef 1,17-23) che il Padre «lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli» (Ef 1,20) e raccomanda a noi, come allora agli Efesini, di pregare affinché Dio conceda «uno spirito di sapienza e
di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati» (Ef 1,17-18).
La sua presenza, però, può essere riconosciuta solo nella fede, che non è scontata, in nessuno; anche gli Apostoli «quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono» (Mt 28,17), infatti sognavano di poter dominare su Gerusalemme e di sconfiggere gli oppressori, invece, il sogno di Gesù era il “dominio” dell’amore
compiuto con il trionfo della croce.
Con il mistero dell’ascensione inizia, poi, la presenza del Signore attraverso i suoi testimoni. L’evangelista Matteo in effetti non racconta esplicitamente l’episodio dell’ascensione, ma l’invio in missione degli Apostoli da parte del Cristo Risorto. «Io sono con voi» è anche il compimento di un’altra promessa di Gesù: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). San Paolo ribadisce nella seconda lettura che il Padre: «lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose» (Ef 1,22-23).
Ma che significa essere testimoni? Nel racconto degli Atti degli Apostoli prima di ascendere al cielo, il Signore affida un compito: «di me sarete testimoni» (At 1,9). Con queste parole Gesù delinea l'esperienza e il servizio della Chiesa nella storia. La testimonianza del Risorto, non si limita a semplici attività da svolgere, ma
è condivisione di vita dopo una previa esperienza personale. “Testimoni di me” significa una reale conoscenza della sua persona, una relazione vera con Lui. È il legame vitale con il Signore a renderci autentici testimoni e questo legame è sostenuto dal dono del Risorto: «Avrete la forza dallo Spirito Santo che scenderà
su di voi» (At 1,9); è Lui, fonte inesauribile di vita, che comunica la luce, l'energia e la tenacia per la missione e abilita gli evangelizzatori al loro compito.
La missione della Chiesa inizia dalla Galilea, dove era iniziata quella di Gesù; più che geografica è una annotazione simbolica delle nostre “galilee”, delle nostre fragilità e delle “periferie esistenziali” degli uomini,
a cui siamo inviati perché possano incontrare il Signore.
Il compito dei testimoni ha una valenza universale perché la salvezza operata dal Signore è un dono per tutti, perciò sono inviati «a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra» (At 1,8)
e la loro missione consiste nel fare «discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19).
“Fare discepoli”, infine, è il contenuto della missione. Letteralmente nel testo si ha quest’unico imperativo, che viene specificato da alcuni participi: «andando fate discepoli». I testimoni non attendono immobili che gli
altri si avvicinino, ma come il Signore vanno incontro a loro. "Fare discepoli" significa non semplicemente offrire un messaggio, ma mettere in relazione personale con Gesù, in uno stato di totale appartenenza a Lui.
Faremo discepoli con due azioni particolari: battezzando e insegnando. Battezzare è portare l’uomo a Dio, non solo ritualmente, ma soprattutto con la testimonianza di vita; è creare nuove relazioni con Dio attraverso
le nostre corrette relazioni. Insegnare (in-signare) è l’impegno a lasciare il segno, a “fare segno” vivendo in prima persona ciò che si annuncia.
Il Signore, asceso al cielo, non ci lascia soli e chiede a noi di essere testimoni del suo amore, di essere segno della sua presenza tra gli uomini.

Don Enzo Misuriello, assistente spirituale

Testimoni del Risorto e confortati dallo Spirito, se amiamo veramente il SignoreLa sesta domenica di Pasqua ci proietta ...
09/05/2026

Testimoni del Risorto e confortati dallo Spirito, se amiamo veramente il Signore

La sesta domenica di Pasqua ci proietta alle solennità dell’Ascensione e della Pentecoste, che portano a compimento questo tempo liturgico e celebrano il dono dello Spirito Santo e l’inizio della missione della Chiesa e di ogni credente. Sono i due temi dei brani biblici dell’odierna liturgia.
L’apostolo Pietro nella seconda lettura (1Pt 3,15-18) esorta i neofiti e tutti i discepoli di Cristo alla testimonianza, compito insito alla fede, che è vivere in relazione al Signore e aderire pienamente e consapevolmente a Lui: «adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori pronti sempre a rispondere a chiunque vi
domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). La testimonianza, vissuta per amore di Dio, manifesta concretamente la sua tenerezza per tutti, perciò «questo sia fatto con dolcezza e rispetto» (1Pt 3,15).
Il racconto degli Atti degli Apostoli nella prima lettura (At 8,5-8.14-17) è l’esperienza della Chiesa come compimento della promessa del Signore. La sollecitudine degli Apostoli e della Chiesa di Gerusalemme per l’opera del diacono Filippo muta un’esperienza dolorosa di persecuzione in possibilità di vita della Comunità in Samaria e ciò che prima ostacolava la missione, diventa opportunità e occasione di annuncio. L’attenzione
degli Apostoli per la nuova Comunità è premura di condividere il Dono del Risorto, «scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo» (At 8,15).
Lo Spirito Santo è il dono promesso dal Signore, che sostiene i credenti ed è l’artefice della loro missione.
Nella pericope evangelica (Gv 14,15-21) Gesù annuncia per la prima volta il Dono suo e del Padre: «io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,16). È la prima di cinque promesse con cui Gesù, nel suo discorso di addio, annuncia il dono dello Spirito Santo. È il dono del Padre ottenuto dalla sua preghiera per noi, un evento di amore e comunione. È il Paraclito, vocabolo greco che significa “colui che è chiamato vicino”, dato per sostenerci, per consigliare come difenderci. In
latino è ad-vocatus, un "Avvocato difensore" che assisterà, proteggerà i discepoli, continuando l'opera del Signore. È lo Spirito della verità che eliminerà ogni dubbio sulla rivelazione definitiva di Dio in Gesù Cristo
(cfr. brano di domenica scorsa). È la presenza di Dio in noi, presenza amorevole e motivo di unione intima e permanente con Dio (cfr. Gv 14,7), è il dono con cui il Signore ci assicura: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi»
(Gv 14,18).
Il nostro compito di testimoni è possibile e sarà autentico ed efficace solo per la nostra docilità all’azione dello Spirito. L’obbedienza a Lui è fiducia e riconoscenza per l’amore che riceviamo ed è questa l’essenza
della nostra fede: amati da Dio, lo amiamo e amiamo gli altri come lui ci ha amati. Per questo Gesù premette all’annuncio dello Spirito un’esortazione: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15).
L’osservanza dei comandamenti è segno di amore donato con gesti concreti, del resto, il verbo greco tradotto “osservare” significa anche custodire. Il Signore chiede un’osservanza che è custodia di un dono.
Pertanto, il “se” indica una proposta, non una condizione imposta; non moltiplica i nostri doveri, ma esprime un modus vivendi: ogni obbedienza è autentica e possibile se sgorga da una relazione di amore e di gratitudine. Furono significative a tal proposito le parole di Papa Francesco nell’udienza del 27 giugno 2018:
«La vita cristiana è anzitutto la risposta grata a un Padre generoso. I cristiani che seguono solo dei “doveri” denunciano di non avere una esperienza personale di quel Dio che è “nostro” […] La formazione cristiana non
è basata sulla forza di volontà, ma sull’accoglienza della salvezza, sul lasciarsi amare».
Sappiamo che i comandamenti di Gesù sono riassunti nel suo nuovo comandamento, dato già dall’inizio del discorso di addio: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).
“Comandamento”, dunque, significa causa e “forma” della nostra testimonianza; l’amore per il Signore è obbedienza a Lui: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (Gv 14,21).
L’amore di Gesù, infine, è senza misura, non è solo “fino” alla fine, ma “oltre” la fine, oltre ogni ostacolo e rifiuto. È alquanto impegnativo, ma e saremo capaci solo se uniti a Lui e docili allo Spirito Santo che ci promette.

Don Enzo Misuriello, assistente spirituale

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03/05/2026

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Il Signore è la via che conduce al PadreLa pericope evangelica della quinta domenica di Pasqua (Gv 14,1-12) ci riporta n...
02/05/2026

Il Signore è la via che conduce al Padre

La pericope evangelica della quinta domenica di Pasqua (Gv 14,1-12) ci riporta nel contesto dell’ultima cena. È parte del discorso di addio di Gesù agli Apostoli, un addio nel senso etimologico del termine, dalla locuzione “a Dio”; infatti, dialogando con loro il Signore traccia la via che conduce l’uomo al Padre.
Bisogna innanzitutto non aver paura delle avversità della vita e credere in Lui, sempre. Il Signore incoraggia gli Apostoli turbati dall’annuncio della sua passione: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e
abbiate fede anche in me» (Gv 14,1). Il verbo “turbare”, usato da Gesù, indica la paura del mare in tempesta ed è sprone per noi nelle “intemperie” della vita personale, dell’intera umanità e della comunità ecclesiale:
malattie, disagi economici e relazionali, violenze e guerre, indifferenza a Dio e ai suoi testimoni.
L’incoraggiamento del Signore è fondato sulla promessa: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,3). La morte imminente di Gesù suscita negli Apostoli la paura per la loro fine, simile alla nostra preoccupazione circa la
meta del cammino di vita e di fede: che sarà di noi dopo la morte? Dove siamo diretti?
Con il sacrificio della croce Gesù ci riconcilia definitivamente con il Padre e ci prepara un posto sicuro nel suo cuore misericordioso. La meta alla fine della vita è l’eterna pace con Dio nella sua dimora, ma il suo cuore è un posto sicuro in cui vivere tutta la vita presente. È suggestiva a tal proposito la scoperta interiore di Sant’Agostino raccontata nelle Confessioni: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Libro I, 1,1).
Gesù è la via per giungere al Padre. Così risponde alla domanda di Tommaso circa la via per questo “posto”:
«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,5). Gesù è la via che conduce al Padre, la verità che ci fa liberi, la vita che ci riempie di gioia (cfr. Preghiera eucaristica V/b).
La sua è via dell’amore fino al dono totale di sé, è la via della croce e la nostra fede è sequela, imitazione del suo esempio. Credere è riconoscere il Signore come unica verità, senza alcun compromesso, unica parola
che rivela Dio, roccia a cui affidarci e per questo ci rende liberi. Credere è ritrovare la vita vera, vivendo la nostra alla luce del Risorto.
Gesù ribadisce la sua “via” anche alla richiesta di Filippo: «mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8). L’Apostolo esprime il desiderio più profondo dell’uomo di poter vedere Dio; è la preghiera del salmista: «il tuo volto,
Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 26,8-9). Ma Dio non si rivela sempre prodigiosamente, bensì nella sua Parola e nel volto di ogni persona e se lo crdessimo, anche noi scopriremmo che la preghiera di Filippo è di fatto già esaudita: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9). Il volto di Dio, dunque, lo riconosciamo nei tanti uomini del nostro
tempo crocifissi dalla malattia, dalla povertà, dalla disperazione, da ogni tipo di ingiustizia e violenza; se non accogliamo il Signore glorificato sulla croce, non possiamo conoscere Dio e vivere nella Sua pace.
Conoscere Dio e percorre la sua Via, ci permette di migliorare il mondo in cui viviamo: «chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14,12). La fede vince i turbamenti del cuore e ci rende capaci di opere grandi, non prodigi, ma gesti
quotidiani compiuti straordinariamente, per amore, come ha fatto Gesù.
Il dono della Parola di Dio in questa domenica è la consolazione, la consapevolezza di essere amati e scelti da Dio, come leggiamo nella seconda lettura (1Pt 2,4-9): «Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione Santa, popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 2,9). Questa consolazione si traduce nei gesti concreti indicati dall’Apostolo: «avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per
offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo» (1Pt 2,4-5).
La prima lettura (At 6,1-7) ci offre l’esempio della prima comunità cristiana: fedele al Signore, organizza la sua vita con ca**tà e senza trascurare alcun servizio per le necessità spirituali e quelle materiali dei suoi
membri.
Percorrendo la via del Signore, avremo la gioia di ritrovare il nostro posto nella dimora di Dio, nel suo cuore.

Don Enzo Misuriello, assistente spirituale

Indirizzo

Barletta
76121

Orario di apertura

Martedì 18:30 - 20:30
Giovedì 18:30 - 20:30

Sito Web

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