26/06/2026
Finito il Pride, si spengono i carri, si piegano le bandiere e cala il silenzio.
Un silenzio che troppo spesso serve a nascondere una verità scomoda: fuori dalle piazze, nelle nostre città, nei nostri quartieri, nei nostri paesi, l’omofobia continua a esistere. Continua a ferire. Continua a fare paura.
Ci raccontiamo l’Italia dei diritti, della tolleranza, dell’inclusione. Ma c’è un’altra Italia che conosciamo bene: quella degli insulti sussurrati o gridati per strada, delle famiglie che non accettano, delle persone costrette a nascondersi per non essere giudicate.
Non è un fenomeno del passato. Sta accadendo oggi.
E mentre una nuova ondata di conservatorismo prova a rimettere in discussione conquiste, visibilità e dignità delle persone LGBTQIA+, il linguaggio dell’odio torna a essere legittimato, normalizzato, giustificato.
Per questo alcune tragedie non possono essere archiviate come semplici fatti di cronaca.
Perché l’odio non nasce dal nulla. Cresce in una cultura che tollera la discriminazione, minimizza l’omofobia e considera ancora le nostre vite, i nostri amori e le nostre famiglie come qualcosa di “diverso”.
Perché finché ci sarà anche una sola persona costretta a scegliere tra essere sé stessa ed essere accettata, la nostra lotta non sarà finita. Credit: testo Valentina Vigliarolo, vignetta Beatrice Pantaleo