02/10/2026
Quella notte tra il 2 e il 3 ottobre del 1989, al Paolo VI di Taranto c'era una donna che non riusciva a dormire tranquilla. Mariateresa, per i suoi cari semplicemente Teresa, era preoccupata in quanto la sera prima il marito Giovanbattista Tedesco, capo della vigilanza all'Italsider (attuale ILVA), non aveva fatto ritorno a casa dal secondo turno, quello pomeridiano, come sempre intorno alla mezzanotte. È vero, Gianni, come lei lo chiamava, a volte si fermava per coprire con qualche ora di straordinario l'assenza improvvisa di alcuni colleghi. Ma, quando alle 5.40 Teresa aprì gli occhi per l'ennesima volta, il fatto che il suo Gianni non fosse ancora tornato le risultò davvero inconsueto. Il pomeriggio prima l'aveva chiamata da lavoro come di solito faceva e aveva una voce strana, le aveva detto che le avrebbe raccontato tutto al ritorno. Ma non fece in tempo.
All'alba del giorno seguente, Teresa scorge dalla finestra l'auto di Gianni parcheggiata sotto casa con uno sportello aperto. Scende di corsa, in vestaglia. Si avvicina. Accanto allo sportello aperto, vede il suo Gianni riverso a terra. Non c'è sangue, ma lo chiama e non risponde. Lo sfiora, è freddo. E allora comprende tutto. Alle sue urla accorrono i vicini. Alcuni vanno da lei, altri, probabilmente, al contempo impediscono di scendere al piccolo Alessandro, figlio di Gianni e Teresa, che aveva sentito la voce straziata della mamma e si era svegliato.
Giovanbattista Tedesco era stato freddato poco prima della mezzanotte al rientro a casa. Un agguato alle spalle per mano dei killer della Sacra Corona Unita, organizzazione a quel tempo molto attiva, anche nell'impianto siderurgico, che non vedeva Tedesco di buon occhio in quanto, con il suo lavoro integerrimo, cercava di contrastare i traffici illeciti che si svolgevano all'interno delle acciaierie.
A Mariateresa e Alessandro il nostro abbraccio.
Per Giovanbattista e per tutte le vittime innocenti di mafia il nostro impegno quotidiano.