Orto Farfalle

Orto Farfalle Orto Farfalle é uno spazio urbano gestito dall'Associazione Sefora Cardone Onlus all'interno di Parco Domingo, al quartiere Poggiofranco di Bari.

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10/04/2026

Per donare il 5/1000 e far proseguire i nostri tanti progetti umanitari e di sostegno ai meno abbienti, basta inserire il codice fiscale che appare nell'immagine.

19 SETTEMBRE 2024. EDITORIALE CANALE WHATSAPP ASSOCIAZIONE SEFORA CARDONE ETS.-Antagonismo, conflitto, contesa, distruzi...
19/09/2024

19 SETTEMBRE 2024. EDITORIALE CANALE WHATSAPP ASSOCIAZIONE SEFORA CARDONE ETS.
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Antagonismo, conflitto, contesa, distruzione e violenza. Si tratta di diversi termini che stanno a indicare “l’individuo in lotta”. In lotta con se stesso: tra acume e idiozia, tra equilibrio e confusione, tra razionalità e irrazionalità. Fermenti della mente. Pensieri divisi: tra felicità e sofferenza, tra godimento e dolore. Da un lato c’è la faccia del bene e dall’altra parte c’è la faccia del male. Una sorta di Giano bifronte diviso, a metà, tra due volti diversi tra loro: accordo e disaccordo, armonia e disordine, simmetria e caos, moto e stasi, opposizione e consenso, sviluppo e regresso. Sono i due oceani, del “senso” e del “non senso” che s’incontrano nel turbinio delle onde e dei marosi. Siamo in presenza di due forze antagoniste, in osmosi apparente. E di cui si spera abbia avere sempre la meglio: il buono, il positivo, il vantaggioso ed il produttivo, al posto di tutto il resto, che non ha nulla a che vedere con quanto c’è di conciliante e favorevole. Guerra e pace. Violenza e nonviolenza. Solidarietà e avversione. Uguaglianza e diversità. Fraternita e ostilità. Tranquillità e baraonda. Una Babilonia di “stati d’animo” che portano, da un lato, al conflitto armato e alla violenza, e dall’altro lato all’intesa e alla distensione.
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Queste considerazioni portano ad assimilare le guerre (quelle battagliate sul campo, tra eserciti armati contrapposti) con le guerre combattute “dentro le città” e nei i paesi, all’interno delle periferie urbane. Lotta alla criminalità organizzata. Lotta alla mafia, alla camorra, alla stidda, alla ndrangheta, alla “sacra corona unita” e alla “quarta mafia”. I fenomeni delittuosi non riguardano solo l’Italia. La malavita s’insinua dovunque, nel mondo. Esiste la Yakuza, giapponese, che ogni anno contabilizza guadagni illeciti che si aggirano tra i 100 e i 180 miliardi di dollari. C’è la Solntsevskaya Bratva, russa, che fa ricavi che ammontano attorno ai 70 miliardi di dollari, ogni anno. C’è la Sinaloa messicana che fa profitti criminali che arrivano a toccare i 10 miliardi di dollari. La seconda organizzazione criminale asiatica - dopo la Yakuza - è quella delle Triadi: organizzazioni criminali che fanno introiti illegali per un ammontare complessivo di circa 8 miliardi di dollari. La “Cosa nostra” americana continua ad essere (a detta di molti istituti di statistica internazionali) la più allarmante, pericolosa e diffusa formazione delinquenziale presente negli Stati Uniti d’America. Essa si colloca al primo posto, per fatturato, nella classifica mondiale delle associazioni per delinquere. In Italia la gemella mafia, fattura 40 miliardi di euro all'anno, pari a poco più del 2% del “prodotto interno lordo” nazionale.
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Come si può ben comprendere, viviamo in un mondo diviso, nettamente, a metà. Solo un cambio di mentalità può portare, tutto il genere umano, ad escludere quanto di negativo, di avverso e di sfavorevole si sviluppa, nella vita di tutti i giorni. È necessaria, insomma, una presa di consapevolezza collettiva ed individuale, su “che cosa siamo” e su “che cosa vorremmo essere”. E come dovremmo diventare, per attuare un cambio di passo degli usi e costumi. Sono abitudini radicate che tardano ad andare via. Sono consuetudini così tanto ben radicate da incrostarsi nel livello, più basso, delle tradizioni. Quelle dannose e pericolose, che annullano, cancellano ed elidono lo scopo stesso per cui esse sono nate. Cioè di dare un “senso antropologico” ai saperi e ai valori del genere umano: rischiando, così, di sedimentarsi nelle “pratiche quotidiane” di una società che non ama il rinnovamento. È questo il motivo per cui i retaggi si trasformano in una gabbia e in una prigione, senza sbocco alcuno per un individuo che ama cambiare. È questo un anelito che appartiene a tutti coloro che non si lasciano imbrigliare nelle pastoie del passato. E che guardano al futuro con grande fiducia.
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Lo sperato cambiamento dell’umanità richiede di affrontare delle sfide radicali. La prima delle quali è quella di trasformare l’attaccamento nei confronti dell’”Io” nell’attenzione verso il ”Noi”. Sono diversi gli obiettivi ed i traguardi da raggiungere. Il primo, a livello collettivo, è l’eliminazione degli estremi di ricchezza e povertà. Segue la risoluzione delle contese e delle controversie: non in maniera polemica e litigiosa ma in una forma pacifica, mite, bonaria e mansueta. Ma la meta più ambita è quella che si deve sviluppare a livello individuale. E che consta in quello che si potrebbe definire come l’“olismo delle parti”. Che cosa significa? Vuol dire che bisognerebbe applicare ad ogni realtà - oggettiva o soggettiva, che essa sia - il metodo dell’”Uno in tutto”. E che consiste nel cogliere la “totalità delle situazioni” a partire dalla specificità del “peculiare”. Immediatamente dopo segue la necessità, da parte di ogni singolo individuo, di utilizzare la “maieutica socratica” per riuscire a trovare la verità, a partire da se stessi. Il filosofo cinese, Lao Tzu (571 a.C. - 487 a.C. diceva a questo riguardo : «Colui che conosce gli altri è sapiente: colui che conosce se stesso è illuminato; colui che vince un altro è potente; colui che vince se stesso è superiore». E così è.
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Questi argomenti ci riportano al focus del tema che ci siamo assegnati. Quello, cioè, della criminalità organizzata e dei ricavi che essa ne trae, a livello planetario. Stando ad un rapporto pubblicato su “Il Sole 24 ore”: «Il fatturato transnazionale del crimine organizzato nel biennio 2015-2016 ha oscillato (…) tra i 3,6 e i 4,8 trilioni di dollari. Una cifra che equivale al 7% del “prodotto interno lordo” mondiale. Non bastasse questo, il mancato profitto per il settore privato a causa della indebita concorrenza sul mercato globale del crimine organizzato, per lo stesso periodo è stimato in circa 130 miliardi di dollari». Si tratta di un mercato illegale assai consistente. Denunciare il fenomeno è un atto di responsabilità. È assurdo tacere su un “elemento sommerso” di una così tale consistenza. La consapevolezza aiuta a trovare delle soluzioni globali, a partire dalla definizione delle problematiche nazionali. Il primato negativo italiano spetta alla potente mafia calabrese che possiede un patrimonio compreso tra i 60 e 70 miliardi di euro, all’anno. Alla ndrangheta segue la camorra i cui guadagni, per attività illecite, si aggirano intorno ai 33 miliardi annui: secondo i dati forniti dall’”Istituto di Studi Politici Economici e Sociali - EURISPES” che ha indagato, a fondo, tutti i fenomeni malavitosi italiani. Un Paese dove la delinquenza è estremamente diffusa è il Messico. Qui sono presenti undici organizzazioni di narcotrafficanti (tra cui: cartello del Golfo, Sinaloa, Familia Michoacana, Los Zetas, Juárez, Los Arellano e Beltran Leyva) i cui “addentellati criminali” si espandono in più parti del mondo.
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La sfida del tempo presente è racchiusa in una frase: «Ama il prossimo tuo più di stesso». Metterla in pratica sarebbe utile per vincere la stessa battaglia che si sostenne duemila anni fa, quando si radicò un “principio d’umanità” che risulta sempre attuale. È quello dell’«ama il prossimo tuo come te stesso». Questa nuova regola mise da parte, all’epoca, l’antica “legge del taglione”. Adesso si spera di poter ottenere qualcosa di simile, attraverso un avanzamento delle coscienze, che dovrebbe portare ciascuno di noi a considerare l’Altro non solo come un suo simile, ma come un proprio prossimo. E questo richiede di affrontare di petto i problemi della contemporaneità. Più si alza l’attenzione, più c’è la possibilità che i problemi si risolvano. Così è per le guerre. Così è per la fame, nei Paesi che soffrono. Così è per la violenza. Pensiamo: ai femminicidi, allo sfruttamento minorile e alla tratta degli schiavi, giusto appunto per fare degli esempi. Oggi gli Stati debbono investire, sempre di più, sulla legalità. A partire dalla sicurezza e dall’educazione, prima ancora che sulla repressione: che pure non deve mancare. E deve essere altrettanto efficace, come tutto il resto.
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© Rino Cardone.
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18 SETTEMBRE 2024. EDITORIALE CANALE WHATSAPP ASSOCIAZIONE SEFORA CARDONE ETS.  - La guerra è una costante della storia ...
18/09/2024

18 SETTEMBRE 2024. EDITORIALE CANALE WHATSAPP ASSOCIAZIONE SEFORA CARDONE ETS.
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La guerra è una costante della storia umana. È una espressione della violenza. Essa si manifesta: tra gruppi e gruppo, siano essi etnici o tribali. E tra Stati e Stati. Essa ha origini molto antiche, che affondano nella notte dei tempi. Ovvero da quando i clan e le tribù hanno iniziato ad opporsi tra loro: per il controllo dei propri interessi: per assicurarsi la completa egemonia dei territori e per esprimere la loro supremazia a livello collettivo.
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Ci chiediamo. L'aggressività del genere umano è qualcosa di connaturato, o meno, all’indole della persona? «Homo homini lupus» è l’espressione latina con cui il commediografo romano, Plauto sosteneva che «ogni uomo è un lupo per un altro uomo». Dopo di lui la medesima frase venne ripresa, pari pari, dal filosofo inglese, Thomas Hobbes (5 aprile 1588, Westport, Malmesbury, Regno Unito – 4 dicembre, 1679, Hardwick, Cambridgeshire, Regno Unito). Non dovremmo fermarci a queste due argomentazioni. Ma andare oltre. Sfuggendo agli stereotipi e allargando lo spettro dei “prototipi sociali” ed il ventaglio dei “modelli antropici”.
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Sulla stessa lunghezza d’onda di Plauto e di Thomas Hobbes è la formulazione che è stata adottata dal teologo umanista, Erasmo (Rotterdam, 27/28 ottobre 1466/1469 – Basilea, 12 luglio 1536) secondo il quale: “L'uomo per l'uomo o è un Dio o è un lupo”. Indubbiamente più fiduciosa è la “visione antropologica” alla quale giunse il filosofo e pedagogista, John Locke (29 agosto 1632, Wrington, Regno Unito - 28 ottobre 1704, Essex, Regno Unito). A suo modo di vedere: gli esseri umani sono istintivamente socievoli, in quanto posseggono un intimo senso di giustizia che li conduce a non arrecarsi danno, l’uno con l’altro. A questo si aggiunga, pure, che l’individuo è l’unico essere vivente a cercare di dare un “significato universale” alla sua vita. Si nasce. Si muore. Si può fare meglio, sempre meglio, sempre di più, per controllare i propri istinti.
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Nel corso del tempo, sono stati una serie di “elementi sensibili” (che si sono via via sviluppati) a determinare: l’insorgere di giganteschi dissidi che sono sfociati, nel naturale svolgersi degli eventi, in conflitti armati tra gli Stati e in dispute teologiche (di fondo guerrafondaie). Escludendo le guerre, nate e combattute a causa d’interessi nazionali, permangono tutte le “altre” guerre di matrice massimalista e dogmatica che, oggettivamente, sono incomprensibili per chi ha fiducia in un “Dio Che È presente nella storia”. Ci riferiamo a quelle guerre e a quegli atti di “terrorismo fondamentalista” (“radicalizzato” nelle diverse culture) nati in nome di un di “Dio nominato invano” e mescolato con il “profano”. Rileggendo i fatti appartenuti alla storia dell’antichità vengono in mente: la “guerra giusta” perpetrata dai Crociati e la “guerra santa” compiuta dai Saraceni.
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Riguardo alle cause che hanno provocato e che stanno provocando l’insorgere dei giganteschi dissidi (che angosciano l’umanità) c’è, di sicuro, il cosiddetto “pensiero particolarista” che non accetta, null’altro, che non appartenga a “se stesso” ed al proprio Ego smisurato (protetto in una “camera stagna” per non subire gli assalti dell’Altro: ovvero del diverso e del dissimile). Elenchiamo adesso le “questioni divisive” che producono dei “varchi conflittuali” all’interno del genere umano, senza trovare degli “elementi congiuntivi” di soluzione. Queste problematiche sono determinate: da razze dissomiglianti, da etnie divergenti, da culture non dialoganti, da pensieri politici ed economici contrastanti e da fedi religiose discrepanti tra loro (a causa di “dottrine teologico/integraliste” e “fondamentaliste” che non hanno nulla a che vedere con Dio).
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Questo è l’impianto, generale, dal quale si sono sviluppate e si continuano a sviluppare tutte le guerre: quelle del passato e quelle del presente. È triste dirlo ma si tratta di segni evidenti della decadenza e della rovina dei tempi. Siamo in presenza di un malcostume dell’umanità. Si tratta di un vizio molto antico, che affonda le sue radici nell’offesa: dei principi, dei valori etici e delle norme morali che appartengono, per sua natura, all’essere umano.
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Ma quando ha avuto tutto inizio? Certamente da quando si sono fatte largo, nei pensieri del genere umano, delle idee e dei concetti sostanzialmente “divisivi”. E tutto questo deriva dal “dualismo culturale” che divide e che spezza, nettamente, la realtà in due parti. Ovvero in due zone distinte, che non si considerano parallele tra loro. Ovvero: positivo/negativo; bene/male; caldo/freddo; chiaro/scuro. È questa una storia che ha avuto inizio già prima del pensiero Illuminista. È vero Cartesio ne parlò. Ma è pure vero che si è sempre pensato, ancor prima di lui, alla divisione della realtà, in due forze contigue tra loro. I Greci furono maestri di questo pensiero. Anche in Oriente c’è una percezione simile a questa, che considera che “tutto” ha avuto origine da un “uovo cosmico” (principio di tutto l’universo): in cui sono presenti due forze unite tra loro, che hanno finito, poi, con il dividersi. Proprio come nel mito di Aristofane, ripreso da Platone, dove si afferma che all’origine della creazione, l’uomo e la donna erano congiunti tra loro in una “sfera cosmica” che dopo venne spezzata in due, da Zeus: Dio del cosmo e della legge dell'ordine.
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Solo in anni recenti ha iniziato a farsi strada (dopo i prodromi preannunciati dalla cultura Zen che è nata tra il XII° e il XIII° secolo) una “visione monista”, alternativa a quella “dualista”. Attraverso questa, l’umanità potrebbe assicurarsi, oggi, un futuro di pace e di prosperità. Superando, in questa maniera, ogni genere: di differenza, di disparità, di divario, di diversità e di disuguaglianza. Questa è la sfida per il terzo Millennio. Come anticipava il filosofo greco-antico, Aristotele (384 avanti Cristo, Stagira, Grecia - 22 avanti Cristo, Calcide, Grecia) «l'uomo è per natura un “animale comunitario”, un “animale politico». Adesso, bisogna dimostralo. Mettendo fine: alle guerre, alle violenze e a tutto ciò che c’è di negativo, nel mondo.
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17 SETTEMBRE 2024. EDITORIALE CANALE WHATSAPP ASSOCIAZIONE SEFORA CARDONE ETS.  -Nel primo semestre del 2024, l’Organizz...
17/09/2024

17 SETTEMBRE 2024. EDITORIALE CANALE WHATSAPP ASSOCIAZIONE SEFORA CARDONE ETS.
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Nel primo semestre del 2024, l’Organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite ha registrato il numero, complessivo, di abitanti presenti, attualmente, sulla Terra. Nel rapporto intitolato “World Population Prospects 2024” l’ONU ha censito una popolazione cumulativa di 8 miliardi e 200 milioni. Si tratta, chiaramente, di un dato variabile, che cambia di ora in ora e che è suscettibile di cambiamenti. Ovvero: di crescite e di decrescite, che non si scosteranno, di molto, dalla cifra attuale, di per se già molto rilevante. E che farà letteratura per gli anni a ve**re. Dallo stesso resoconto si rileva che nel 2080 la consistenza numerica, generale e complessiva, raggiungerà (nei prossimi cinquantasei anni; fino ad arrivare alle soglie della fine del secolo) il primato di 10 miliardi e 300 milioni. Con una crescita, dunque di 2 miliari e 100 milioni. Appena mezzo secolo fa, nel 1975, i corrispondenti valori di “crescita demografica” si attestavano intorno ai 4 miliardi di persone. Praticamente: la metà di oggi.
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Ogni giorno nascono, nel mondo, all’incirca 250 mila individui. E ne muoiono circa 115 mila, di cui 24 mila per fame o per cause correlate. Si stima che ogni quattro secondi, muore una persona per mancanza di cibo. ¾ di questi decessi interessano bambini e bambine, al di sotto dei cinque anni. Muore, praticamente, un soggetto ogni cinque secondi. Nel mese di marzo del 2024 i morti, per causa bellica, hanno raggiunto (nell’arco parziale della prima metà dell’anno) un numero che si aggira, approssimativamente, intorno ai 238 mila: di cui 100 mila, solo, nel conflitto armato presente in Etiopia.
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Nel nostro pianeta non si muore, solo, di fame, ma anche per mancanza d’acqua pulita. Ogni anno ci sono 8 milioni di morti. L’insufficienza idrica colpisce, in modo particolare, le donne ed i bambini: giacché spetta a loro per cultura, nelle società arcaiche e tribali, il compito di procacciare il bene acqua, per la loro comunità d’appartenenza. A farne di più le spese sono i più piccoli. Si conta che oltre 1000 minori (di cinque anni) muoiono, ogni giorno, per malattie causate dall’acqua contaminata e/o correlate alle scarse condizioni igieniche.
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Si tratta di situazioni che colpiscono, anche, gli adulti. 2 miliardi e 200 milioni sono costretti a bere acqua sporca. Mentre 3 miliardi e 600 milioni non dispongono di servizi igienici. E com’è moto, quando l’acqua scarseggia ed i sistemi fognari non funzionano, aumenta (di conseguenza e di gran lunga) il pericolo di contrarre malattie come, ad esempio: il colera, la diarrea, l’epatite, la poliomielite ed il tracoma (che affligge gli occhi). Come si può ben comprendere, questa difficile situazione igienicosanitaria incide, alla lunga, sulle prospettive di vita e sulla lunghezza dell’età.

Stando agli indicatori demografici, sempre nel 2024, le persone bisognose di aiuti umanitari hanno raggiunto la cifra di 300 milioni. Soltanto poco più della metà di quest’individui (180 milioni e ½) saranno raggiunti dal sistema di soccorso internazionale. Si calcola che per sostenere 72 Paesi saranno, ad essi, indirizzati: 46 miliardi e ½ di dollari, pari a circa 41 miliardi e 810 mila euro. Nello specifico, 14 miliardi di dollari saranno rivolti alle crisi mediorientali e nordafricane.
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Il paradosso di questa situazione è che per sostenere non tutta l’umanità che soffre (300 milioni di uomini e donne, d’ogni età) ma solamente una parte di essa (180 milioni e ½ d’individui) saranno impegnate poche briciole. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo. In tutto saranno elargiti, a stento, 46 miliardi e ½ di dollari. Quando, invece, unicamente nello scorso anno (nel 2023) sono stati spesi, complessivamente, 2 trilioni e ½ di dollari per le spese militari globali. Per fare un esempio: l’Italia ha superato, quest'anno, per la prima volta, i 29 miliardi di euro, con una crescita del 5,1% riferita al 2023 e del 12,5% rispetto agli ultimi anni due anni.
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Vi sembra essere questa una società che ragiona? Crediamo proprio di no. Quello che accade è un riflesso del deterioramento della pace e della sicurezza, a livello internazionale. Siamo in presenza di forze distruttive che superano quelle costruttive. E che accentuano l’antico dilemma presente nella collettività umana divisa, sin dall’antichità, tra Eros e Thanatos: tra i due impulsi che dominano, da sempre, il genere umano.
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Bisogna correre ai ripari e arrivare ad un cambio di mentalità. Ci si riuscirà? Difficile dirlo. Posti, come siamo, di fronte ad un baratro collettivo, che necessita di prospettive positive. Bisogna che le “pulsioni di vita” superino le “spinte di morte”. Bisogna annullare l’aggressività, dando spazio alla quiete e alla calma. Favorendo una società empatica ed olistica. Bisogna sviluppare la capacità di mettersi nei panni del prossimo e d’immedesimarsi nell'altro. Esclusivamente così si accoglierà il diverso e s’includerà lo straniero, non consentendo che ci siano persone che muoiano di fame o per mancanza di cure sanitarie.
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I dati parlano chiaro. Secondo i calcoli effettuati da “Oxfam” (Confederazione internazionale, di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale) per cancellare la fame nel mondo basterebbe che i Paesi più industrializzati del mondo, appartenenti al G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America) devolvessero 31 miliardi e 700 milioni di dollari in più all’anno.
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Qualora si aggiungessero, poi, a questa cifra altri 4 miliardi di dollari si ridurrebbe, in maniera importante, il livello d’indebitamento delle nazioni, più fragili e fortemente indebitate, che sono presenti nel Sud del mondo: liberando, nel contempo, una quantità di risorse pubbliche, utili e necessarie, per assicurare l’erogazione di “servizi essenziali”. Come, ad esempio, l’istruzione e la sanità.
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Per di più, se i Paesi del G7 diminuissero del 2,9% la loro spesa militare-annuale si libererebbero delle risorse economiche, sufficienti per azzerare, per intero, la fame nel mondo e per estinguere la crisi del debito estero, che affligge e che schiaccia i Paesi più poveri e vulnerabili. È stato calcolato che per ottenere questo risultato, c’è bisogno semplicemente di 35 miliardi e 700 milioni di dollari, su un totale di 1.200 miliardi della stessa moneta. Davvero una inezia. Ma tutto questo richiede un’assunzione di responsabilità. Ed ancor più necessita della costruzione di un nuovo Ordine Mondiale.
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Riusciremo in questo? Difficile rispondere, specie in questo momento nel quale non si vede una prospettiva futura: presi - come si è - da “processi involutivi” e da “seduzioni nichiliste” che negano i valori ed i significati della relazione umana. Come sostiene il giornalista, Riccardo Bonacina: «c’è fame di solidarietà; c’è fame di sviluppo ordinato e sostenibile; c’è fame di cooperazione». Detto in uno: c’è fame di valori, capaci di “rassettare” le coscienze individuali e di riordinare i comportamenti collettivi. E fin quando le tante “ali del genere umano” (scienza e coscienza; cultura e conoscenza; sapere e sapienza; intelletto e spirito; materia e anima) non si muoveranno insieme, l’uccello dell’umanità non sarà in grado di volare nei prati: dell'abolizione degli estremi di ricchezza e povertà; della esaltazione della giustizia; della creazione di un Confederazione mondiale e dell'instaurazione di una pace permanente e universale. E stando così le cose i problemi non i risolveranno. Speriamo d’invertire presto la rotta.
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CRESCE LA TENSIONE NEL C***O Ď’AFRICA, L'EGITTO INVIA 10MILA SOLDATI IN SOMALIA.Una delle principali grane di cui dovrà ...
16/09/2024

CRESCE LA TENSIONE NEL C***O Ď’AFRICA, L'EGITTO INVIA 10MILA SOLDATI IN SOMALIA.

Una delle principali grane di cui dovrà occuparsi Retno Marsudi, ex ministro degli esteri indonesiano e ora Inviata speciale Onu per l’Acqua, sarà probabilmente il contenzioso per l’acqua del Nilo che da anni vede Egitto e Sudan contro l’Etiopia. Difatti, sulla nomina di Marsudi, firmata ieri dal Segretario generale Guterres, l’Egitto ha espresso subito la propria soddisfazione.

Pochi giorni fa, il presidente egiziano Abdel-Fattah El-Sisi, in un discorso pubblico aveva chiesto la piena attuazione della carta delle Nazioni Unite, riformando il sistema finanziario globale, combattendo la povertà e garantendo a tutti la sicurezza alimentare. “Serve la cooperazione internazionale – ha spiegato Al Sisi - per garantire l'accesso universale all'acqua e per sostenere il diritto alla gestione dei fiumi transfrontalieri con il consenso di tutti i paesi interessati". Riferimento esplicito allo scontro diplomatico per l’acqua del Nilo iniziato ormai 13 anni fa contro l’Etiopia, subito dopo che Addis Abeba aveva annunciato il progetto della Gerd, Grand Ethiopian Renaissance Dam, una gigantesca diga lungo il Nilo Azzurro, l’affluente che nasce appunto in Etiopia e alimenta per l’84% il flusso delle acque del Nilo.

● Fonte notizia e approfondimento:

Due i nodi della crisi: lo scontro tra Egitto, Etiopia e Sudan per l’acqua del Nilo e l’appoggio di Addis Abeba ai separatisti del Somaliland

16 SETTEMBRE 2024. EDITORIALE CANALE WHATSAPP ASSOCIAZIONE SEFORA CARDONE ETS.  -Kofi Annan (Kumasi, Ghana, 8 aprile 193...
16/09/2024

16 SETTEMBRE 2024. EDITORIALE CANALE WHATSAPP ASSOCIAZIONE SEFORA CARDONE ETS.
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Kofi Annan (Kumasi, Ghana, 8 aprile 1938 – Berna, Svizzera, 18 agosto 2018) premio Nobel per la pace (nel 2001), segretario generale delle Nazioni Unite (tra il 1997 ed il 2006) lo aveva, già, previsto nel 2002, quando disse che l’accesso ed il controllo delle risorse idriche erano i due fattori che, in quel momento, rischiavano di trasformarsi in una fonte di discordia, provocando lo scatenarsi di nuove guerre. E così è stato. Ed il problema persiste, ancora adesso. Le aree più a rischio sono quelle del nord Africa e del Medioriente, dove alla penuria d’acqua si aggiungono altre problematiche governative, come: l'instabilità politica e la mancanza di sicurezza nazionale. Con motivazioni differenti (pensiamo alla pericolosità che ha raggiunto il cambiamento climatico) il fenomeno è presente, anche, ora: in America Latina, in Asia e in Australia.
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I primi segnali del potenziale insorgere di nuove guerre, a causa dell’acqua (in inglese: water wars) furono indicati, nel 1995, da Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale (tra il 1992 ed il 2000), il quale predisse il cambio di passo che avrebbero avuto i conflitti armati, a cavallo del terzo Millennio. E lo fece con queste parole: «Se le guerre del XX° secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI° secolo avranno come oggetto l’acqua. Da Israele all’India, passando per la Turchia, sono numerosi i focolai che presto potrebbero sfociare in veri e propri conflitti armati».
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Dopo Ismail Serageldin e dopo Kofi Annan, anche, Papa Francesco s’interrogò, nel 2017, sulla possibilità, o meno che «in mezzo a questa ‘terza guerra mondiale a pezzetti’ che stiamo vivendo (…) stiamo andando verso la grande guerra mondiale per l’acqua». Nel 2019 - due anni dopo questo studio interdisciplinare effettuato dalla “Pontificia Accademia delle Scienze” (di cui abbiamo riportato la posizione dal Pontefice) - l’UNESCO (l'Agenzia delle Nazioni Unite che partecipa ai progetti diretti a concretizzare la pace nel mondo) ha censito, in tutto il pianeta, 263 conflitti armati legati alla risorsa acqua (all'incirca il triplo del decennio precedente). Si tratta di un fenomeno che è presente a diverse latitudini e longitudini del globo. E cioè: in Medio Oriente, in America Latina, in Africa e in Asia.
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Qualora non s’intervenga in maniera rapida e adeguata c’è il rischio, concreto, che queste guerre siano destinate, a mano a mano, ad aumentare, a causa: dell’esaurimento delle falde acquifere; del diminuire della portata idrica dei fiumi e dei laghi; del cambiamento climatico che determina, a sua volta, sempre maggiori periodi di siccità; dell’incremento, inarrestabile, della popolazione intercontinentale e dell’”accaparramento indebito” (in inglese: water grabbing) attuato, da alcuni Stati, sui bacini acquiferi transfrontalieri, appartenenti a piccole comunità locali o a nazioni confinanti. Laddove la situazione si è fatta, in questo periodo, assai più drammatica è nel cosiddetto “C***o d’Africa allargato” (Etiopia, Kenya, Gibuti, Somalia e Sudan) dove la crisi umanitaria sta raggiungendo delle proporzioni spaventose e inimmaginabili. L’UNHCR, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha calcolato che in tutta l’area sono presenti 31 milioni di persone che vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare e che devono far fronte: non solo alla carenza di cibo ma, anche, alla scarsità di acqua potabile. Si prevede che il 2025 sarà l’”annus horribilis” per il C***o d’Africa: una zona geografica sottoposta, da sempre, a siccità estreme, alternate a inondazioni disastrose. Oggi 50 milioni d’individui rischiano di morire di fame.
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Secondo “Oxfam” e “Save the Children” (due organizzazioni internazionali che si dedicano alla riduzione della povertà globale) c’è il rischio, reale e concreto, che in Etiopia, Kenya e Somalia, la siccità possa arrivare ad uccidere una persona ogni 48 secondi. Di fronte a tutto questo, la comunità internazionale rimane insensibile, indifferente, sorda, muta, incapace di evitare che la fame possa continuare a mietere così tante vittime in Africa orientale e nel resto del mondo. Le nazioni più industrializzate al mondo (riunite nel G7) promettono aiuti a queste popolazioni salvo, poi, a tirarsi indietro quando le loro necessità superano gli interessi del resto del pianeta, affamato e derelitto, che porta i Paesi più poveri sull’orlo del precipizio a causa: della bancarotta e della crescita del debito pubblico. Anche le Nazioni Unite fanno ben poco per risolvere il problema, visto che il loro impegno si limita a dare delle “risposte umanitarie” insufficienti e scarsamente finanziate, che non si spingono oltre il 2% delle reali necessità. Troppo poco. Bisogna fare tanto, tanto, di più.
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A questa situazione, già molto grave di per se, si aggiungono, poi, i conflitti armati: che in Etiopia, Kenya e Somalia hanno già provocato (insieme ai mutamenti climatici) circa 40 milioni di profughi, rifugiati e sfollati. Si tratta di 1/3 di quei 120 milioni di “esuli globali”, sparsi su tutto il pianeta. Come si può ben comprendere, in quest’area, siamo in presenza, sciaguratamente, di una “guerra dimenticata”. Una delle tante, per la verità, di cui non ne parla nessuno. Nell’aprile del 2024, “Amnesty International” (l'organizzazione umanitaria impegnata a dirimere le ingiustizie nel mondo) ha stilato un elenco delle nazioni che sono cadute nel “silenzio assordante” dei mass-media. Tra questi Paesi ci sono: il Burkina-Faso, il Camerun, il Mali, la Nigeria, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia ed il Sudan. A questi Stati si aggiungono, poi, quelle repubbliche e sovranità nazionali dove gli arresti e le “detenzioni arbitrarie” sono delle pratiche correnti, effettuate all’ordine del giorno. E che rimangono nascoste; obliate, nel silenzio, dall’opinione pubblica. Pensiamo: all’Etiopia, al Senegal, al Botswana, al Burundi, al Niger e allo Zimbabwe. Si tratta di piccole e grandi realtà geografiche sulle quali è caduto addosso il “velo pietoso”: del disinteresse, del distacco, dell’impassibilità, dell’indifferenza e della noncuranza, di fronte ad un genere di “drammi umanitari” (di così vasta portata storica) che avrebbero dovuto ricevere, all'opposto, ben altra ed impegnativa soluzione.
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E invece non è così. E al contrario ci si specula sopra. Come nel caso - si sarà capito - del C***o d’Africa, salito agli onori della cronaca per essere un’area geopolitica di grande interesse, economico e commerciale, sottoposta agli appetiti delle grandi potenze internazionali e dei loro alleati. Sbalordisce la quantità di nazioni occidentali che hanno puntato gli occhi su questa fascia di territorio, che per la sua posizione geografica risulta essere assai strategica, all’interno dello scacchiere nordafricano/orientale. Passato il Novecento, ci si augurava di essersi lasciti alle spalle il colonialismo, in questo lembo di terra (tristemente appetito nel XX° secolo) che dispone, nel sottosuolo, d’inestimabili risorse naturali che fanno il paio con le tonnellate d’idrocarburi che transitano, ogni giorno, lunghe le rotte marittime prospicenti al Mar Rosso, al Golfo di Aden e allo stretto di Bab al-Mandeb. Ma così non è stato. Dispiace dirlo ma tra le “nazioni insospettabili” ci sono, pure, purtroppo, alcuni Paesi europei. Tra cui “qualcuno” che letto il nome, saremmo costretti a “balzare dalla sedia” per l’indignazione. E gridare il nostro orrore, di cittadini che ripudiano la guerra.
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Non si può più andare avanti così. Bisogna fare qualcosa E mettere fine a quest’obbrobrio della storia che colpisce tutto il C***o d’Africa e che rischia di degenerare in un conflitto bellico di maggiore portata e senza precedenti. Passando dall’essere una guerra “sbilanciata” sugli “odi razziali” (di numerose tribù) e sulle “istanze indipendentiste” (di circa trenta gruppi etnici) fino ad arrivare a trasformarsi in una guerra regionale: di più vasta importanza e grandezza, che si potrebbe espandere, a sua volta, su una parte, molto significativa, del restante continente africano, fino ad arrivare a toccare l’attigua pen*sola arabica: con l’Arabia Saudita, lo Yemen, l’Oman e gli Emirati Arabi Uniti che sono proprio là, a portata di mano del C***o d’Africa. E lì la situazione è già abbastanza “calda” a causa del gruppo armato, dei miliziani sciiti, che fanno parte del movimento yemenita degli houthi.
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© Rino Cardone.
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