16/09/2024
16 SETTEMBRE 2024. EDITORIALE CANALE WHATSAPP ASSOCIAZIONE SEFORA CARDONE ETS.
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Kofi Annan (Kumasi, Ghana, 8 aprile 1938 – Berna, Svizzera, 18 agosto 2018) premio Nobel per la pace (nel 2001), segretario generale delle Nazioni Unite (tra il 1997 ed il 2006) lo aveva, già, previsto nel 2002, quando disse che l’accesso ed il controllo delle risorse idriche erano i due fattori che, in quel momento, rischiavano di trasformarsi in una fonte di discordia, provocando lo scatenarsi di nuove guerre. E così è stato. Ed il problema persiste, ancora adesso. Le aree più a rischio sono quelle del nord Africa e del Medioriente, dove alla penuria d’acqua si aggiungono altre problematiche governative, come: l'instabilità politica e la mancanza di sicurezza nazionale. Con motivazioni differenti (pensiamo alla pericolosità che ha raggiunto il cambiamento climatico) il fenomeno è presente, anche, ora: in America Latina, in Asia e in Australia.
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I primi segnali del potenziale insorgere di nuove guerre, a causa dell’acqua (in inglese: water wars) furono indicati, nel 1995, da Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale (tra il 1992 ed il 2000), il quale predisse il cambio di passo che avrebbero avuto i conflitti armati, a cavallo del terzo Millennio. E lo fece con queste parole: «Se le guerre del XX° secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI° secolo avranno come oggetto l’acqua. Da Israele all’India, passando per la Turchia, sono numerosi i focolai che presto potrebbero sfociare in veri e propri conflitti armati».
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Dopo Ismail Serageldin e dopo Kofi Annan, anche, Papa Francesco s’interrogò, nel 2017, sulla possibilità, o meno che «in mezzo a questa ‘terza guerra mondiale a pezzetti’ che stiamo vivendo (…) stiamo andando verso la grande guerra mondiale per l’acqua». Nel 2019 - due anni dopo questo studio interdisciplinare effettuato dalla “Pontificia Accademia delle Scienze” (di cui abbiamo riportato la posizione dal Pontefice) - l’UNESCO (l'Agenzia delle Nazioni Unite che partecipa ai progetti diretti a concretizzare la pace nel mondo) ha censito, in tutto il pianeta, 263 conflitti armati legati alla risorsa acqua (all'incirca il triplo del decennio precedente). Si tratta di un fenomeno che è presente a diverse latitudini e longitudini del globo. E cioè: in Medio Oriente, in America Latina, in Africa e in Asia.
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Qualora non s’intervenga in maniera rapida e adeguata c’è il rischio, concreto, che queste guerre siano destinate, a mano a mano, ad aumentare, a causa: dell’esaurimento delle falde acquifere; del diminuire della portata idrica dei fiumi e dei laghi; del cambiamento climatico che determina, a sua volta, sempre maggiori periodi di siccità; dell’incremento, inarrestabile, della popolazione intercontinentale e dell’”accaparramento indebito” (in inglese: water grabbing) attuato, da alcuni Stati, sui bacini acquiferi transfrontalieri, appartenenti a piccole comunità locali o a nazioni confinanti. Laddove la situazione si è fatta, in questo periodo, assai più drammatica è nel cosiddetto “C***o d’Africa allargato” (Etiopia, Kenya, Gibuti, Somalia e Sudan) dove la crisi umanitaria sta raggiungendo delle proporzioni spaventose e inimmaginabili. L’UNHCR, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha calcolato che in tutta l’area sono presenti 31 milioni di persone che vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare e che devono far fronte: non solo alla carenza di cibo ma, anche, alla scarsità di acqua potabile. Si prevede che il 2025 sarà l’”annus horribilis” per il C***o d’Africa: una zona geografica sottoposta, da sempre, a siccità estreme, alternate a inondazioni disastrose. Oggi 50 milioni d’individui rischiano di morire di fame.
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Secondo “Oxfam” e “Save the Children” (due organizzazioni internazionali che si dedicano alla riduzione della povertà globale) c’è il rischio, reale e concreto, che in Etiopia, Kenya e Somalia, la siccità possa arrivare ad uccidere una persona ogni 48 secondi. Di fronte a tutto questo, la comunità internazionale rimane insensibile, indifferente, sorda, muta, incapace di evitare che la fame possa continuare a mietere così tante vittime in Africa orientale e nel resto del mondo. Le nazioni più industrializzate al mondo (riunite nel G7) promettono aiuti a queste popolazioni salvo, poi, a tirarsi indietro quando le loro necessità superano gli interessi del resto del pianeta, affamato e derelitto, che porta i Paesi più poveri sull’orlo del precipizio a causa: della bancarotta e della crescita del debito pubblico. Anche le Nazioni Unite fanno ben poco per risolvere il problema, visto che il loro impegno si limita a dare delle “risposte umanitarie” insufficienti e scarsamente finanziate, che non si spingono oltre il 2% delle reali necessità. Troppo poco. Bisogna fare tanto, tanto, di più.
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A questa situazione, già molto grave di per se, si aggiungono, poi, i conflitti armati: che in Etiopia, Kenya e Somalia hanno già provocato (insieme ai mutamenti climatici) circa 40 milioni di profughi, rifugiati e sfollati. Si tratta di 1/3 di quei 120 milioni di “esuli globali”, sparsi su tutto il pianeta. Come si può ben comprendere, in quest’area, siamo in presenza, sciaguratamente, di una “guerra dimenticata”. Una delle tante, per la verità, di cui non ne parla nessuno. Nell’aprile del 2024, “Amnesty International” (l'organizzazione umanitaria impegnata a dirimere le ingiustizie nel mondo) ha stilato un elenco delle nazioni che sono cadute nel “silenzio assordante” dei mass-media. Tra questi Paesi ci sono: il Burkina-Faso, il Camerun, il Mali, la Nigeria, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia ed il Sudan. A questi Stati si aggiungono, poi, quelle repubbliche e sovranità nazionali dove gli arresti e le “detenzioni arbitrarie” sono delle pratiche correnti, effettuate all’ordine del giorno. E che rimangono nascoste; obliate, nel silenzio, dall’opinione pubblica. Pensiamo: all’Etiopia, al Senegal, al Botswana, al Burundi, al Niger e allo Zimbabwe. Si tratta di piccole e grandi realtà geografiche sulle quali è caduto addosso il “velo pietoso”: del disinteresse, del distacco, dell’impassibilità, dell’indifferenza e della noncuranza, di fronte ad un genere di “drammi umanitari” (di così vasta portata storica) che avrebbero dovuto ricevere, all'opposto, ben altra ed impegnativa soluzione.
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E invece non è così. E al contrario ci si specula sopra. Come nel caso - si sarà capito - del C***o d’Africa, salito agli onori della cronaca per essere un’area geopolitica di grande interesse, economico e commerciale, sottoposta agli appetiti delle grandi potenze internazionali e dei loro alleati. Sbalordisce la quantità di nazioni occidentali che hanno puntato gli occhi su questa fascia di territorio, che per la sua posizione geografica risulta essere assai strategica, all’interno dello scacchiere nordafricano/orientale. Passato il Novecento, ci si augurava di essersi lasciti alle spalle il colonialismo, in questo lembo di terra (tristemente appetito nel XX° secolo) che dispone, nel sottosuolo, d’inestimabili risorse naturali che fanno il paio con le tonnellate d’idrocarburi che transitano, ogni giorno, lunghe le rotte marittime prospicenti al Mar Rosso, al Golfo di Aden e allo stretto di Bab al-Mandeb. Ma così non è stato. Dispiace dirlo ma tra le “nazioni insospettabili” ci sono, pure, purtroppo, alcuni Paesi europei. Tra cui “qualcuno” che letto il nome, saremmo costretti a “balzare dalla sedia” per l’indignazione. E gridare il nostro orrore, di cittadini che ripudiano la guerra.
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Non si può più andare avanti così. Bisogna fare qualcosa E mettere fine a quest’obbrobrio della storia che colpisce tutto il C***o d’Africa e che rischia di degenerare in un conflitto bellico di maggiore portata e senza precedenti. Passando dall’essere una guerra “sbilanciata” sugli “odi razziali” (di numerose tribù) e sulle “istanze indipendentiste” (di circa trenta gruppi etnici) fino ad arrivare a trasformarsi in una guerra regionale: di più vasta importanza e grandezza, che si potrebbe espandere, a sua volta, su una parte, molto significativa, del restante continente africano, fino ad arrivare a toccare l’attigua pen*sola arabica: con l’Arabia Saudita, lo Yemen, l’Oman e gli Emirati Arabi Uniti che sono proprio là, a portata di mano del C***o d’Africa. E lì la situazione è già abbastanza “calda” a causa del gruppo armato, dei miliziani sciiti, che fanno parte del movimento yemenita degli houthi.
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© Rino Cardone.
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