12/06/2026
● Lea Melandri: "Il mio femminismo è stato per tutti. Anche per i maschi: da tempo, quando li incontro, mi rendo conto che hanno capito che ho sempre parlato di loro".
“Ho rifiutato i dogmi, non sono una maestra ma una compagna di strada. Sono povera, grata, allegra”.
Un appello per la Bacchelli all’icona delle battaglie delle donne.
Simonetta Sciandivasci
La Stampa
11 Giugno 2026
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Lea Melandri è una femminista storica. Perché ha fatto la storia del femminismo italiano, e perché ha infilato il femminismo nella storia, e quindi nella vita, sconvolgendone prospettive, sguardi, linguaggio.
È grazie a lei e alle sue compagne se oggi sappiamo (lei dice «siamo coscienti») che le donne sono il “soggetto imprevisto della storia”, che il mondo è una elaborazione maschile, che non le donne e gli uomini sono astrazioni ma che lo sono il maschile e il femminile.
Lea «ha contribuito a trasformare il modo in cui pensiamo oggi la libertà, il desiderio, la pedagogia e la relazione tra esperienza personale e dimensione pubblica», si legge nell’appello per farle avere il vitalizio che la legge Bacchelli assegna a cittadine e cittadini italiani che abbiano contribuito significativamente alla vita culturale del paese e si trovino in uno stato di necessità economica.
Da giorni, da quando la giornalista Annalisa Camilli ne ha scritto su Internazionale, le firme per “Dire grazie a Lea”, crescono.
«Mi commuove: significa che il mio femminismo è stato per tutti. Anche per i maschi: da tempo, quando li incontro, mi rendo conto che hanno capito che ho sempre parlato di loro. E sono stati due giovani amici a propormi di provare la Bacchelli: io non ci avrei mai pensato», dice mentre si prepara a partire per Roma da Milano, dove vive, per ritirare un premio per il suo impegno nella lotta contro la violenza di genere.
Di giornali ne ha fondati (Lapis, L’erba Voglio). Sui giornali ha sempre scritto (Il Corriere della Sera, Gli altri, L’Unità, Il Fatto).
Ma è stata prima di ogni cosa un’insegnante di liceo e scuola media. «Sono una compagna di vita, non mi piace quando mi chiamano maestra».
Ha 85 anni, l’accento romagnolo, la “voce da mondina” (così è descritta nella sua biografia sull’Enciclopedia delle Donne), un’ironia tenerissima. Dice che con gli anni si diventa più libere e più spiritose.
L' I N T E R V I S T A
Ma lei è sempre stata libera.
«E più passa il tempo e più capisco che lo devo ai miei genitori, che mi hanno amata e sostenuta. E sono stati sempre spiritosi, e hanno ballato il liscio ogni sera quando tornavano dai campi: guardandoli, ho imparato anche io. Erano due mezzadri, eppure mi hanno fatta studiare, e hanno apprezzato la mia diversità, i miei capelli rossi, il fatto che fossi femmina, sebbene di solito le figlie femmine nelle famiglie contadine fossero disprezzate. Hanno persino ammirato il mio femminismo e la mia singolitudine».
Che bella parola.
«L’ho inventata io, perché non mi piace dire single né solitudine. Non sono una donna sola, ma ho sempre vissuto da sola: ho avuto pochi e brevi amori, e non perché l’amore non mi interessasse, anzi, ma è stato più importante per me ritrovare e scoprire la mia singolarità. Dal 1971, sono una solitaria molto socievole».
Perché dal 1971?
«È l’anno in cui entrai nel femminismo. Erano usciti da poco i libretti verdi di "Rivolta Femminile" di Carla Lonzi, che teorizzavano il separatismo, ma io non ero in condizione di cogliere la forza di quelle posizioni così radicali, perché mettevano al centro la sessualità e in ombra l’amore, e per me amore ha sempre voluto dire bisogno d’amore. E io lo avevo».
Perché non era in grado?
«Per vent’anni ho dormito nella stanza dei miei genitori, ero figlia unica ma in casa eravamo in 8, e ho assistito a una sessualità molto vivace ma a volte anche molto violenta. E questo ha reso difficoltosa la mia sessualità da adulta. L’autocoscienza femminista mi aiutò moltissimo. Avevamo capito che la sessualità femminile e il piacere erano stati cancellati, e allora li indagammo. Capii che il sogno d’amore è un’illusione quando finì il mio primo, grande amore. Andai in analisi e la mia dottoressa, bravissima, mi disse: lei parla in pubblico, scrive, vuole anche l’amore? Le dissi: mi scusi, forse è troppo».
Con Lonzi litigò?
«Una volta scrissi un pezzo su "L’erba Voglio", a proposito del piacere femminile e dell’inseparabilità dal sogno d’amore, e feci un titolo che lei non mi perdonò mai: “Piccolo pene, ascolta”. Lei pretendeva che usassi la parola clitoride, ma io non volli, anche perché pensavo con divertimento a una canzone antica che diceva “Pino solitario ascolta”».
Ha avuto altri contrasti?
«Sì. Con il femminismo della differenza, espresso soprattutto dalla Libreria delle Donne di Milano, che negli anni ’80 divenne un pensiero unico, dogmatico: ne criticai l’impostazione perché cancellava la pratica legata ai corpi, alla sessualità, alle vite e spostava tutto il terreno sul simbolico, mentre noi avevamo cercato di collegare corpo e pensiero. Per anni, arrivò sui giornali solo quel pensiero, e si p***e la ricchezza dell’universo femminista, che tra gli anni ‘80 o ‘90 fu ricchissimo, basta recuperare le riviste dell’epoca, tutte altissime, affascinanti. Che peccato. Si creò una divergenza netta, io venni allontanata. Un esilio durato vent’anni. Ma non ho mai cambiato idea, sono un mulo da campagna e avevo ragione: mantenere il legame profondo con il femminismo degli anni Settanta è stato fondamentale».
Si riferisce a?
«Almeno a due cose: la scoperta che il personale è politico, che significava riconoscere la politicità di tutte le esperienze più universali dell’umano come la sessualità, la maternità, il legame familiare, l’invecchiamento, la morte, che da sempre erano privatizzate, cioè confinate nel privato e naturalizzate. Noi capimmo che, invece, queste esperienze appartengono alla storia, alla cultura, alla politica. Questo intendevamo dicendo che il personale è politico, che non è la stessa cosa di dire che il privato è politico, anche se oggi si fa questa confusione. Noi abbiamo sprivatizzato la vita personale, e abbiamo riconosciuto che il sé è ciò che abbiamo in comune con gli altri umani, è un archivio di una storia millenaria. E poi: in quegli anni, tra i 70 e gli 80, abbiamo scavato profondamente nel sé, analizzando soprattutto la sessualità, le relazioni tra donne, tra madre e figlio, tra donne e mondo, ma sempre avendo ben presente che il nesso tra individuo e società è incancellabile».
È un’eredità che è rimasta?
«La sacrosanta battaglia delle identità non binarie e del movimento Lgbtq+ attinge alle medesime forme. Poi, il femminismo del nostro tempo, quello di Non una di meno, ha uno sguardo più centrato su tutte le forme di dominio che hanno alla base il sessismo e inglobano il razzismo, il classismo, tutte le forme di autoritarismo, di fascismo, di nazionalismo. E questo orientamento verso il mondo temo abbia fatto perdere la volontà e il desiderio di entrare in profondità nelle vite, ma se non parti dalle vite, non riesci a trovare una motivazione per cambiare il mondo».
Non dice femminismi?
«So che oggi si preferisce la dicitura al plurale, ma penso che pur nella varietà delle pratiche c’è una base comune: la lotta per sottrarre il corpo delle donne alla materialità dell’oppressione, e la conquista della loro individualità al di fuori di ruoli e funzioni con cui sono sempre state identificate. Oggi si parla di generi nel senso di maschile e femminile ma non si dice che genere femminile per millenni è stato solo la donna, non le donne. Il femminile era considerato un tutto omogeneo, mentre gli uomini si sono sempre pensati come individui distinti. E infatti oggi fanno fatica a pensarsi come genere, a interrogarsi su cosa sia la virilità, e questa è una delle ragioni per le quali, di fronte alla violenza dei loro simili, riescono a dire che li non riguarda: perché pensano in chiave individuale, e non capiscono, invece, che li riguarda e li interroga come genere».
Come si spiega la violenza dei ragazzi sulle ragazze?
«Ho molte risposte. In “L’invenzione della virilità”, Sandro Bellassai scrive che le guerre mondiali e il fascismo nacquero anche dal rancore maschile verso le nuove libertà femminili. Ho il sospetto che un discorso molto simile vada fatto anche per le guerre contemporanee. Poi, ora le donne sono indipendenti, e gli uomini non hanno più i corpi sociali (il clero, l’esercito, il lavoro) che gli garantiscono i privilegi da cui avevano ereditato l’idea della naturalità della loro superiorità. Sono sempre più soli e di fronte alla libertà di una donna che decide della propria vita e che non è più a loro disposizione, si sentono smarriti: capiscono che sono dipendenti da lei. E questo è per loro intollerabile».
L’educazione sessuo- affettiva è un rimedio?
«Sa che io negli anni ’70 provai a far parlare i miei ragazzi di come vivevano i rapporti tra loro e fui denunciata dal professore di religione? Eravamo in una scuola media. Mi tennero a casa per un anno, con lo stipendio dimezzato, in attesa di un processo che poi non ci fu e tornai a lavoro. Sui giornali mi chiamavano “la prof del Sesso”. E comunque sì, certo, l’educazione sessuo-affettiva a scuola sarebbe importante, così come sarebbe importante che nell’insegnamento scolastico entrasse il femminismo. Ma non vedo come, visto che l’ultimo ddl di Valditara è la vendetta contro la cultura femminista, che viene bloccata da tutte le parti».
Vede anche lei una nuova mistica della maternità?
«Io vedo che è urgente interrogare la maternità e l’attaccamento al potere di rendersi indispensabili. Dico sempre che la maternità delle donne è estesissima: curano bambini, anziani e uomini in perfetta salute. E quando lo dico, la platea sussulta sempre. Una volta una donna si alzò e disse: “Lea, hai ragione, ma risparmiaci”. Però ai miei incontri vedo anche moltissimi ragazzi e uomini che mi ascoltano, che sono interessati al femminismo. Ne conosco molti che fanno autocoscienza, e mi dispiace che di loro non si parli mai, e che la maggioranza sembri solo fatta di incel, disagiati, narcisisti, crudeli, violenti. Non è così. Però tra maschi e femmine c’è un gap enorme e molte donne che vorrebbero fare figli, non li fanno perché non sanno con chi farli».
Dal maschile è mai riuscita ad allontanarsi?
«Ma come avrei potuto? Nel fare il percorso di scavo che Sibilla Aleramo descrive come un andare tra “veli tutti da sollevare”, mi sono resa conto che noi abbiamo incorporato e interiorizzato la visione maschile del mondo. Fin dagli anni del liceo io ho amato la cultura e i linguaggi della tradizione greco romana perché li ritrovavo dentro di me. Allora, quello che sempre ho cercato di fare è stato aprire conflittualmente la possibilità di un percorso condiviso gli uomini».
Lei è stata felice?
«E lo sono tutt’ora. E mi penso ancora come la figlia dei miei genitori, la ragazza che studia. E sono sicura di essere riuscita a fare un femminismo che ha parlato a tutti. E non ho perso il contatto con le ragazze che combattono oggi e che mi piacciono molto perché sono più solidali delle borghesi che incontravo io negli anni ’70. Non hanno una organizzazione verticistica».
Un consiglio me lo dà?
«Porti il femminismo sui giornali. Ce n’è grande bisogno. Non sezioni separate, che poi diventano angoli femminili. Litighi. Non abbia paura del conflitto».
Balla ancora il liscio?
«L’ho fatto ballare a tutto il femminismo italiano».