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Fermiamoci un momento o precipiteremo  nell’abisso
16/06/2026

Fermiamoci un momento o precipiteremo nell’abisso

Fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità Diotima, ha costruito una delle riflessioni più originali del Nov...
13/06/2026

Fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità Diotima, ha costruito una delle riflessioni più originali del Novecento sul rapporto tra donne, linguaggio, maternità e autorità. Lei, donna di pensiero e sentire altri, di sè diceva di essere “sgarbata” e lo diceva senza autocompiacimento né vantandosi. Una filosofa. Quando andò in pensione dall’università fece fare la lezione ultima sua lezione ad una bidella.
Nel libro dedicato alla sorella Lucia nel 2011 racconta:
“Mi fermerò a raccontare più diffusamente un episodio che vide come protagonista Luce Irigaray, invitata a parlare alla festa delle donne del Partito comunista italiano nel 1986. Parlerò di una sorprendente proposta da lei fatta in quell'occasione. Luce Irigaray è un nome importante nel pensiero femminista. L'ho quasi citata parlando del "mistero dimenticato delle genealogie femminili", che è pari pari il titolo di una sua conferenza tenuta a Siracusa nella primavera del 1989. Questo, infatti, è un tema ricorrente nella sua ricerca, da lei sviluppata su quei confini porosi della storia che sono l'inconscio e la mitologia.
Il 1986, quando fu invitata dalle comuniste italiane, era l'anno di Chernobyl. Per chi non lo sapesse, nella primavera di quell'anno esplose uno dei due reattori della centrale atomica di Chernobyl nell'ex Unione Sovietica. L'incidente, oltre a portare morte, malattie inguaribili e desolazione, risvegliò emozioni e preoccupazioni nel nostro mondo (quello ricco e industrializzato di allora) per le conseguenze in sé e per quello che significava sulla strada del progresso. Vivere dopo Chernobyl era il tema della festa delle donne comuniste, decise a sviluppare una riflessione critica sullo sviluppo tecnologico e i suoi limiti. Non dimentichiamo, d'altra parte, che mancavano tre anni al famoso e imprevisto crollo del muro di Berlino (1989) cui sarebbe seguito il disfacimento del PCI.
«A chi oggi ha a cuore la giustizia sociale»: con queste parole Luce Irigaray introdusse la sua proposta. Aveva parlato del disordine rappresentato dall'incidente atomico mettendolo in rapporto con le radici patriarcali della nostra civiltà. Si rivolgeva al pubblico, che era molto numeroso, e ai dirigenti del partito come a persone di cui poteva pensare che avessero a cuore la giustizia sociale; in quel luogo e momento, credo che ciò fosse ancora approssimativamente vero.
Vi propongo, disse dunque, di affiggere in tutti i luoghi pubblici delle belle immagini raffiguranti la coppia (naturale e spirituale) madre-figlia, coppia che testimonia di un rapporto molto particolare con la natura e la cultura. Simili rappresentazioni sono assenti da tutti i luoghi civili e religiosi. Ciò significa un'ingiustizia culturale facile da riparare.
Perché disse "ingiustizia"? Perché, spiegò, la mancanza di immagini dedicate alle genealogie femminili si accompagna a una perdita d'identità individuale e collettiva per le donne. La coppia madre-figlia viene sempre cancellata, anche dove viene onorata, aggiunse e citò Lourdes, che attira grandi f***e e che riguarda la relazione di una figlia (Bernadette) con una madre divina, ma la madre viene solitamente rappresentata senza la figlia e il tutto è organizzato e gestito da uomini. «Eppure quell'evento potrebbe commemorare la coppia madre-figlia così importante prima della nostra storia patriarcale».
Questo il succo della proposta che, nella conversazione informale tra l'invitata e le/i dirigenti del partito, tornò a essere formulata da lei come cosa seria e fattibile. Lo era, in effetti, ma cadde nel vuoto, vuoto anche di obiezioni o domande. Ricordo i visi cordiali, rispettosi e indifferenti.
Si vede dal viso quando l'intelligenza si spegne per qualche ragione, a volte perché la mente non afferra e si scoraggia, a volte, come in questo caso, perché la cosa non la tocca.
Tuttavia, ci fu un seguito: la proposta, infatti, è stata liberamente raccolta da donne, alcune forse tra quelle presenti al discorso del 1986, altre che la ritrovarono successivamente. Era già l'era dello spazio virtuale e le idee avevano già cominciato a fare la vita errabonda di internet. Per esempio, la teologa canadese Carolyn Sharp ne venne a conoscenza nella versione concepita dalla stessa Irigaray per le donne di tradizione cristiana: vi propongo di esporre immagini raffiguranti Maria con sant'Anna, sua madre.
E ha raccontato in internet che queste parole la lasciarono perplessa, ma che decise ugualmente di visitare una basilica dedicata a sant'Anna e, nell'abbondante iconografia del luogo, pian piano vide affiorare le tracce di un divino femminile, arrivate dai tempi più remoti fino al nostro, laico e disincantato, grazie alla pietà popolare. lo penso che si tratti, da parte della teologa canadese, di una scoperta importante per due versi: primo, perché suggerisce che nelle classi popolari le donne abbiano esercitato una certa non
appariscente egemonia; secondo, perché opera il riscatto della storia delle donne facendo leva, più che sulla ricerca specialistica, sulla decantazione della mente dai pregiudizi tipici della donna emancipata.
Per Luce Irigaray non fu dunque uno scacco. Lo fu in un certo senso per gli uomini e le donne che l'avevano invitata e non seppero approfittare di lei, della quale avevano bisogno ma non lo sapevano; non per lei, perché la sua proposta ha camminato ugualmente in una maniera che è abbastanza caratteristica della politica delle donne quando si tratta di guadagnare terreno senza uccidere né farsi uccidere. «Non ci saranno né guerre, né morti, né feriti», disse la filosofa francese in quel discorso in cui proponeva una semplice ma potente azione di giustizia simbolica in favore delle donne, e la proponeva a uomini e donne in cui probabilmente vedeva i migliori eredi della rivoluzione comunista.” Luisa Muraro
Grazie a Lorella Greco per questo bellissimo ricordo di una maestra

Registrazione della Lectio Magistralis tenuta da Luisa Muraro a por...

● Lea Melandri: "Il mio femminismo è stato per tutti. Anche per i maschi: da tempo, quando li incontro, mi rendo conto c...
12/06/2026

● Lea Melandri: "Il mio femminismo è stato per tutti. Anche per i maschi: da tempo, quando li incontro, mi rendo conto che hanno capito che ho sempre parlato di loro".

“Ho rifiutato i dogmi, non sono una maestra ma una compagna di strada. Sono povera, grata, allegra”.

Un appello per la Bacchelli all’icona delle battaglie delle donne.

Simonetta Sciandivasci
La Stampa
11 Giugno 2026
***
Lea Melandri è una femminista storica. Perché ha fatto la storia del femminismo italiano, e perché ha infilato il femminismo nella storia, e quindi nella vita, sconvolgendone prospettive, sguardi, linguaggio.

È grazie a lei e alle sue compagne se oggi sappiamo (lei dice «siamo coscienti») che le donne sono il “soggetto imprevisto della storia”, che il mondo è una elaborazione maschile, che non le donne e gli uomini sono astrazioni ma che lo sono il maschile e il femminile.

Lea «ha contribuito a trasformare il modo in cui pensiamo oggi la libertà, il desiderio, la pedagogia e la relazione tra esperienza personale e dimensione pubblica», si legge nell’appello per farle avere il vitalizio che la legge Bacchelli assegna a cittadine e cittadini italiani che abbiano contribuito significativamente alla vita culturale del paese e si trovino in uno stato di necessità economica.

Da giorni, da quando la giornalista Annalisa Camilli ne ha scritto su Internazionale, le firme per “Dire grazie a Lea”, crescono.

«Mi commuove: significa che il mio femminismo è stato per tutti. Anche per i maschi: da tempo, quando li incontro, mi rendo conto che hanno capito che ho sempre parlato di loro. E sono stati due giovani amici a propormi di provare la Bacchelli: io non ci avrei mai pensato», dice mentre si prepara a partire per Roma da Milano, dove vive, per ritirare un premio per il suo impegno nella lotta contro la violenza di genere.

Di giornali ne ha fondati (Lapis, L’erba Voglio). Sui giornali ha sempre scritto (Il Corriere della Sera, Gli altri, L’Unità, Il Fatto).

Ma è stata prima di ogni cosa un’insegnante di liceo e scuola media. «Sono una compagna di vita, non mi piace quando mi chiamano maestra».

Ha 85 anni, l’accento romagnolo, la “voce da mondina” (così è descritta nella sua biografia sull’Enciclopedia delle Donne), un’ironia tenerissima. Dice che con gli anni si diventa più libere e più spiritose.

L' I N T E R V I S T A

Ma lei è sempre stata libera.

«E più passa il tempo e più capisco che lo devo ai miei genitori, che mi hanno amata e sostenuta. E sono stati sempre spiritosi, e hanno ballato il liscio ogni sera quando tornavano dai campi: guardandoli, ho imparato anche io. Erano due mezzadri, eppure mi hanno fatta studiare, e hanno apprezzato la mia diversità, i miei capelli rossi, il fatto che fossi femmina, sebbene di solito le figlie femmine nelle famiglie contadine fossero disprezzate. Hanno persino ammirato il mio femminismo e la mia singolitudine».

Che bella parola.

«L’ho inventata io, perché non mi piace dire single né solitudine. Non sono una donna sola, ma ho sempre vissuto da sola: ho avuto pochi e brevi amori, e non perché l’amore non mi interessasse, anzi, ma è stato più importante per me ritrovare e scoprire la mia singolarità. Dal 1971, sono una solitaria molto socievole».

Perché dal 1971?

«È l’anno in cui entrai nel femminismo. Erano usciti da poco i libretti verdi di "Rivolta Femminile" di Carla Lonzi, che teorizzavano il separatismo, ma io non ero in condizione di cogliere la forza di quelle posizioni così radicali, perché mettevano al centro la sessualità e in ombra l’amore, e per me amore ha sempre voluto dire bisogno d’amore. E io lo avevo».

Perché non era in grado?

«Per vent’anni ho dormito nella stanza dei miei genitori, ero figlia unica ma in casa eravamo in 8, e ho assistito a una sessualità molto vivace ma a volte anche molto violenta. E questo ha reso difficoltosa la mia sessualità da adulta. L’autocoscienza femminista mi aiutò moltissimo. Avevamo capito che la sessualità femminile e il piacere erano stati cancellati, e allora li indagammo. Capii che il sogno d’amore è un’illusione quando finì il mio primo, grande amore. Andai in analisi e la mia dottoressa, bravissima, mi disse: lei parla in pubblico, scrive, vuole anche l’amore? Le dissi: mi scusi, forse è troppo».

Con Lonzi litigò?

«Una volta scrissi un pezzo su "L’erba Voglio", a proposito del piacere femminile e dell’inseparabilità dal sogno d’amore, e feci un titolo che lei non mi perdonò mai: “Piccolo pene, ascolta”. Lei pretendeva che usassi la parola clitoride, ma io non volli, anche perché pensavo con divertimento a una canzone antica che diceva “Pino solitario ascolta”».

Ha avuto altri contrasti?

«Sì. Con il femminismo della differenza, espresso soprattutto dalla Libreria delle Donne di Milano, che negli anni ’80 divenne un pensiero unico, dogmatico: ne criticai l’impostazione perché cancellava la pratica legata ai corpi, alla sessualità, alle vite e spostava tutto il terreno sul simbolico, mentre noi avevamo cercato di collegare corpo e pensiero. Per anni, arrivò sui giornali solo quel pensiero, e si p***e la ricchezza dell’universo femminista, che tra gli anni ‘80 o ‘90 fu ricchissimo, basta recuperare le riviste dell’epoca, tutte altissime, affascinanti. Che peccato. Si creò una divergenza netta, io venni allontanata. Un esilio durato vent’anni. Ma non ho mai cambiato idea, sono un mulo da campagna e avevo ragione: mantenere il legame profondo con il femminismo degli anni Settanta è stato fondamentale».

Si riferisce a?

«Almeno a due cose: la scoperta che il personale è politico, che significava riconoscere la politicità di tutte le esperienze più universali dell’umano come la sessualità, la maternità, il legame familiare, l’invecchiamento, la morte, che da sempre erano privatizzate, cioè confinate nel privato e naturalizzate. Noi capimmo che, invece, queste esperienze appartengono alla storia, alla cultura, alla politica. Questo intendevamo dicendo che il personale è politico, che non è la stessa cosa di dire che il privato è politico, anche se oggi si fa questa confusione. Noi abbiamo sprivatizzato la vita personale, e abbiamo riconosciuto che il sé è ciò che abbiamo in comune con gli altri umani, è un archivio di una storia millenaria. E poi: in quegli anni, tra i 70 e gli 80, abbiamo scavato profondamente nel sé, analizzando soprattutto la sessualità, le relazioni tra donne, tra madre e figlio, tra donne e mondo, ma sempre avendo ben presente che il nesso tra individuo e società è incancellabile».

È un’eredità che è rimasta?

«La sacrosanta battaglia delle identità non binarie e del movimento Lgbtq+ attinge alle medesime forme. Poi, il femminismo del nostro tempo, quello di Non una di meno, ha uno sguardo più centrato su tutte le forme di dominio che hanno alla base il sessismo e inglobano il razzismo, il classismo, tutte le forme di autoritarismo, di fascismo, di nazionalismo. E questo orientamento verso il mondo temo abbia fatto perdere la volontà e il desiderio di entrare in profondità nelle vite, ma se non parti dalle vite, non riesci a trovare una motivazione per cambiare il mondo».

Non dice femminismi?

«So che oggi si preferisce la dicitura al plurale, ma penso che pur nella varietà delle pratiche c’è una base comune: la lotta per sottrarre il corpo delle donne alla materialità dell’oppressione, e la conquista della loro individualità al di fuori di ruoli e funzioni con cui sono sempre state identificate. Oggi si parla di generi nel senso di maschile e femminile ma non si dice che genere femminile per millenni è stato solo la donna, non le donne. Il femminile era considerato un tutto omogeneo, mentre gli uomini si sono sempre pensati come individui distinti. E infatti oggi fanno fatica a pensarsi come genere, a interrogarsi su cosa sia la virilità, e questa è una delle ragioni per le quali, di fronte alla violenza dei loro simili, riescono a dire che li non riguarda: perché pensano in chiave individuale, e non capiscono, invece, che li riguarda e li interroga come genere».

Come si spiega la violenza dei ragazzi sulle ragazze?

«Ho molte risposte. In “L’invenzione della virilità”, Sandro Bellassai scrive che le guerre mondiali e il fascismo nacquero anche dal rancore maschile verso le nuove libertà femminili. Ho il sospetto che un discorso molto simile vada fatto anche per le guerre contemporanee. Poi, ora le donne sono indipendenti, e gli uomini non hanno più i corpi sociali (il clero, l’esercito, il lavoro) che gli garantiscono i privilegi da cui avevano ereditato l’idea della naturalità della loro superiorità. Sono sempre più soli e di fronte alla libertà di una donna che decide della propria vita e che non è più a loro disposizione, si sentono smarriti: capiscono che sono dipendenti da lei. E questo è per loro intollerabile».

L’educazione sessuo- affettiva è un rimedio?

«Sa che io negli anni ’70 provai a far parlare i miei ragazzi di come vivevano i rapporti tra loro e fui denunciata dal professore di religione? Eravamo in una scuola media. Mi tennero a casa per un anno, con lo stipendio dimezzato, in attesa di un processo che poi non ci fu e tornai a lavoro. Sui giornali mi chiamavano “la prof del Sesso”. E comunque sì, certo, l’educazione sessuo-affettiva a scuola sarebbe importante, così come sarebbe importante che nell’insegnamento scolastico entrasse il femminismo. Ma non vedo come, visto che l’ultimo ddl di Valditara è la vendetta contro la cultura femminista, che viene bloccata da tutte le parti».

Vede anche lei una nuova mistica della maternità?

«Io vedo che è urgente interrogare la maternità e l’attaccamento al potere di rendersi indispensabili. Dico sempre che la maternità delle donne è estesissima: curano bambini, anziani e uomini in perfetta salute. E quando lo dico, la platea sussulta sempre. Una volta una donna si alzò e disse: “Lea, hai ragione, ma risparmiaci”. Però ai miei incontri vedo anche moltissimi ragazzi e uomini che mi ascoltano, che sono interessati al femminismo. Ne conosco molti che fanno autocoscienza, e mi dispiace che di loro non si parli mai, e che la maggioranza sembri solo fatta di incel, disagiati, narcisisti, crudeli, violenti. Non è così. Però tra maschi e femmine c’è un gap enorme e molte donne che vorrebbero fare figli, non li fanno perché non sanno con chi farli».

Dal maschile è mai riuscita ad allontanarsi?

«Ma come avrei potuto? Nel fare il percorso di scavo che Sibilla Aleramo descrive come un andare tra “veli tutti da sollevare”, mi sono resa conto che noi abbiamo incorporato e interiorizzato la visione maschile del mondo. Fin dagli anni del liceo io ho amato la cultura e i linguaggi della tradizione greco romana perché li ritrovavo dentro di me. Allora, quello che sempre ho cercato di fare è stato aprire conflittualmente la possibilità di un percorso condiviso gli uomini».

Lei è stata felice?

«E lo sono tutt’ora. E mi penso ancora come la figlia dei miei genitori, la ragazza che studia. E sono sicura di essere riuscita a fare un femminismo che ha parlato a tutti. E non ho perso il contatto con le ragazze che combattono oggi e che mi piacciono molto perché sono più solidali delle borghesi che incontravo io negli anni ’70. Non hanno una organizzazione verticistica».

Un consiglio me lo dà?

«Porti il femminismo sui giornali. Ce n’è grande bisogno. Non sezioni separate, che poi diventano angoli femminili. Litighi. Non abbia paura del conflitto».

Balla ancora il liscio?

«L’ho fatto ballare a tutto il femminismo italiano».

09/06/2026

L’accesso alla contraccezione dipende ancora da dove vivi

A fine maggio la Regione Toscana ha ampliato l’accesso gratuito ai contraccettivi per le persone più giovani, abbassando da 14 a 13 anni l’età minima per richiederli attraverso i consultori.

La Toscana non è l’unica regione a prevedere forme di esenzione dal costo degli anticoncezionali, ma in Italia l’accesso gratuito alla contraccezione dipende ancora dal territorio in cui si vive. Ogni regione segue regole proprie, con fasce d’età, requisiti economici e modalità di distribuzione diverse. E per chi non rientra nelle categorie esonerate, il costo dei contraccettivi continua ad aumentare.
Ognuna fa per sé

In Italia non esiste un sistema unico nazionale che garantisca a tutte la gratuità dei contraccettivi. Le regole cambiano da regione a regione e questo crea differenze nell’accesso alla contraccezione.

In Emilia-Romagna, per esempio, i consultori offrono contraccezione gratuita a chi ha meno di 26 anni e a determinate condizioni anche ad altre fasce della popolazione. Nei consultori si possono ottenere, dopo una consulenza, pillola, cerotto, anello, spirale e impianto sottocutaneo senza pagare il costo del farmaco.

In Piemonte, la gratuità è prevista per le ragazze under 26 e per alcune categorie con esenzioni specifiche, come persone in condizioni economiche difficili o nei periodi successivi a gravidanza o ab**to. Anche qui la distribuzione avviene tramite consultori e servizi sanitari territoriali, ma non è universale.

La Toscana segue un modello simile, ma con criteri propri. Oltre ai giovani tra i 13 e i 25 anni, possono accedere alla gratuità anche gli adulti tra i 26 e i 45 anni con particolari esenzioni o con reddito fiscale o ISEE sotto i 30 mila euro, e le donne tra i 26 e i 45 anni entro 12 mesi dal parto o 24 mesi da un’interruzione di gravidanza.

In generale, quindi, il diritto ad accedere gratuitamente ai contraccettivi dipende ancora molto dal territorio in cui si vive, oltre che dall’età e dalla situazione economica.
Il problema del costo

Per chi resta fuori dalle esenzioni, la contraccezione continua a essere una spesa privata, e non sempre si tratta di un costo marginale.

Secondo il rapporto dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) “L’uso dei farmaci in Italia” pubblicato a novembre 2025 e riferito al 2024, due anni fa la contraccezione farmacologica in Italia ha registrato un leggero calo nei consumi, pur con alcune differenze territoriali. Nel 2024 i consumi sono diminuiti al Nord e al Centro, mentre sono leggermente aumentati al Sud. Ma il divario tra aree del Paese resta marcato: il Sud registra circa la metà dei consumi del Nord. Anche tra singole regioni ci sono delle differenze: la Sardegna ha il consumo più alto, pari a oltre cinque volte quello della Basilicata.

Al recente calo nei consumi è corrisposto negli anni un aumento dei costi. La spesa complessiva ha raggiunto 361,1 milioni di euro, mentre il costo medio per dose è aumentato del 18 per cento rispetto al 2017. Nel 2024 il costo medio per dose definita giornaliera (DDD, l’unità di misura standard della prescrizione farmaceutica) ha raggiunto 0,55 euro, mentre nel 2017 era di circa 0,47 euro.

I prezzi variano a seconda del contraccettivo, ma alcuni esempi aiutano a capire l’ordine di grandezza. Una confezione mensile di pillola anticoncezionale può costare anche 25 euro, mentre un anello vaginale si aggira intorno ai 20 euro per un mese di utilizzo. I metodi a lunga durata hanno un costo iniziale più alto: un impianto sottocutaneo può arrivare a circa 200 euro, a cui può aggiungersi il costo dell’inserimento se non viene effettuato nell’ambito del servizio pubblico o di un percorso gratuito. Il punto però non è solo quanto costa una singola confezione, ma quanto pesa la spesa nel tempo.
Il confronto con l’Europa

Secondo il “Contraception Policy Atlas Europe 2026”, che valuta le politiche pubbliche sull’accesso ai contraccettivi, alla consulenza e alle informazioni online, l’Italia raggiunge un risultato intermedio rispetto agli altri Paesi europei.

Dall’Atlante emerge che Paesi come Francia (97,9 per cento), Regno Unito (95,8 per cento), Portogallo (93,8 per cento), Lussemburgo (93,3 per cento) e Belgio (89,8 per cento) sono al vertice della classifica per accesso ai contraccettivi in Europa. Dall’altra parte della graduatoria ci sono Paesi dell’Europa orientale come Slovacchia (32,3 per cento), Ungheria (36,9 per cento) e Polonia (38,9 per cento), che si collocano su livelli molto più bassi, a causa di politiche più restrittive o meno sostegno pubblico.

In questo quadro l’Italia ottiene un punteggio pari a 62,7 per cento, lontano dai Paesi con i punteggi migliori, ma più in alto rispetto all’Europa dell’Est. E a pesare è soprattutto l’assenza di una politica nazionale, che renda la contraccezione accessibile a tutte e tutti.
Questa puntata finisce qui. Noi ci sentiamo come sempre la prossima settimana!
Per segnalazioni, dubbi, suggerimenti puoi scrivermi a [email protected].
Redattrice Pagella.

Il libro di  Paola Cavallari : “Lilith se ne va. Femminismo, spiritualità e passione politica”, pubblicato nel 2025 dall...
06/06/2026

Il libro di Paola Cavallari : “Lilith se ne va. Femminismo, spiritualità e passione politica”, pubblicato nel 2025 dalla casa editrice Vanda, è una raccolta di testi redatti per scopi differenti e con registri diversi,che spazia lungo 30 anni della vita dell'autrice. Un “diario intellettuale e spirituale che dall'uscita da una relazione tossica e abusante prta alla rinascita anche attraverso l'incontro con il pensiero di altre donne e femministe come Bell Hooks, Maria Zambrano, Hetty Hillesum, e la critica d'arte e pensatrice femminista Carla Lonzi. L'autrice intreccia la vita, l'esperienza spirituale e il suo pensiero con le vicende socio- politiche e il dibattito femminista.

Il testo è introdotto da Gabriella Caramore e la postfazione è a cura di Antonella Potente

Paola Cavallari è filosofa e teologa femminista, impegnata nel dialogo ecumenico e fondatrice dell'Osservatorio Interreligioso sulle Violenze Contro le Donne. E' stata redattrice del periodico «Esodo», e ha collaborato con Lapis e Sottosopra. Ha scritto numerosi libri tra cui: le raccolte d poesie: Tardi ti ho amato e Ho ascoltato tanto . Ha partecipato e curato i volumi: Fedi e femminismi in Italia. La profezia delle donne e Non solo reato, ma anche peccato

La battaglia di Rosa Oliva portò alla sentenza della Corte costituzionale n. 33 del 13 maggio 1960, che fu il primo inte...
06/06/2026

La battaglia di Rosa Oliva portò alla sentenza della Corte costituzionale n. 33 del 13 maggio 1960, che fu il primo intervento in materia di parità di genere ed eliminò di fatto gli elementi di discriminazione delle donne nell'accesso ai concorsi pubblici.

Le donne italiane di recano a votare oggi
02/06/2026

Le donne italiane di recano a votare oggi

28/05/2026

Paola Giovannini Pasti è la nuova presidente di Confagricoltura Donna. Classe 1970, imprenditrice, fondatrice di Confagricoltura Donna Friuli-Venezia Giulia, Giovannini Pasti è socia di cinque aziende agricole di famiglia nel nord-est, tra Veneto e Friuli. Ha condotto studi giuridici ed è appassionata di giornalismo, arte e cultura. Da tempo attiva nel no profit, ha fondato la Onlus “Un sogno per la vita”, creando progetti di vita dalla nascita all’età adulta per persone con disabilità intellettiva ad eziologia genetica.

Nelle prime parole del suo discorso, un omaggio a Confagricoltura Donna e a chi l’ha fondata: “Quattordici anni fa alcune donne insieme a Marina Di Muzio decisero di organizzarsi perché le imprenditrici agricole avessero non solo il diritto ma la necessità di una voce propria, dentro un settore che le vedeva come eccezione – ha detto Giovannini Pasti -. Quelle donne non hanno costruito un'associazione ma una presenza. Ci stiamo insediando oggi su fondamenti che altre hanno gettato con fatica e visione. Non partiamo da zero”.

Gabriella Degli Esposti: la storia di una partigiana da insegnare nelle scuole italianeIl libro scritto dalla figlia per...
28/05/2026

Gabriella Degli Esposti: la storia di una partigiana da insegnare nelle scuole italiane

Il libro scritto dalla figlia permette una narrazione storica capace di educare le nuove generazioni alla cura della memoria della Resistenza

Come allora preservare e divulgare la memoria di tali misfatti, se non partendo proprio dalle istituzioni scolastiche italiane? Bisogna andare nelle scuole perché gli strumenti, quelli che una volta consentivano la relazione tra le persone, sono cambiati, molti ne sono venuti meno visto che, per esempio, l'organizzazione sociale e politica non è più quella di una volta e a causa della perdita di memoria storica, tutti sono uguali.

Com'era la storia che ormai le donne sono dappertutto?
28/05/2026

Com'era la storia che ormai le donne sono dappertutto?

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