02/09/2026
Piero Pisenti, nato a Perugia nel 1887 ma profondamente legato a Pordenone, fu una delle figure più importanti del fascismo friulano. Avvocato e parlamentare, dopo una lunga carriera nel regime arrivò, nel novembre 1943, al ministero della Giustizia della Repubblica sociale italiana. Un incarico che lo mise al centro delle drammatiche vicende dell'ultimo fascismo.
La sua ascesa era iniziata nella Pordenone del primo dopoguerra. Dopo essere stato consigliere comunale e assessore all'Istruzione, Pisenti si avvicinò al fascismo, diventandone uno dei principali organizzatori in Friuli. Deputato dal 1924, ricoprì diversi incarichi nel regime, mantenendo però una certa autonomia rispetto alle correnti più radicali dello squadrismo.
Dopo l'8 settembre 1943 Pisenti aderì alla RSI. Il 6 novembre, dopo la morte di Antonino Tringali Casanuova, Mussolini lo nominò ministro della Giustizia. Pisenti accettò ponendo una condizione precisa: la magistratura avrebbe dovuto rimanere distinta dalla politica. Per questo si oppose all'obbligo, per i magistrati, di prestare giuramento alla nuova Repubblica sociale.
Il suo ministero si trovò tuttavia stretto fra il potere della RSI e quello tedesco. Pisenti contestò infatti l'esercizio della sovranità giudiziaria tedesca nell'Adriatisches Küstenland, rivendicando le prerogative italiane nei territori orientali. Nello stesso spirito intervenne contro la banda di Pietro Koch, responsabile di torture e violenze, contribuendone all'arresto. Cercò così di mantenere un'apparenza di legalità anche dentro uno Stato nato dalla guerra e dall'occupazione.
Il caso più delicato fu il processo di Verona, celebrato nel gennaio 1944 contro i membri del Gran Consiglio che avevano votato l'ordine del giorno Grandi il 25 luglio 1943. Pisenti espresse a Mussolini forti perplessità giuridiche: a suo giudizio non esistevano elementi sufficienti per configurare il reato di alto tradimento e non era legittimo costruire retroattivamente un'accusa penale.
Dopo le condanne a morte di Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi, Pisenti si dichiarò disposto a trasmettere a Mussolini le richieste di grazia. Non poté farlo: Alessandro Pavolini, segretario del Partito fascista repubblicano, si oppose, rivendicando al partito la gestione del procedimento. Il caso mostrò così il conflitto fra la concezione giuridica di Pisenti e la logica politica della RSI.
La parabola di Pisenti, fascista convinto, non può però essere letta come quella di un oppositore del fascismo. Negli anni Venti e Trenta, da prefetto della Provincia di Udine e Gorizia, era stato un fedele dirigente del regime, aveva partecipato alla legislazione razziale del 1938 e rimase ministro di Mussolini fino alla caduta della RSI.
Arrestato nel 1945, fu assolto dall'accusa di collaborazionismo nel 1946. Tornato a Pordenone, esercitò l'avvocatura e difese numerosi fascisti e neofascisti. Morì nel 1980.
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