L'oppure

L'oppure Dieci anni di idee, comunità e progetti per restare e far crescere casa nostra.

L'associazione L’oppure è la voce giovane del territorio: da Pordenone raccontiamo tradizioni, storia e cultura con l’energia del volontariato e l’amore per la nostra terra. L’oppure è un’associazione che vive e racconta in modo nuovo il territorio. È un progetto giovane e dinamico che si pone l’obiettivo di raccontare il patrimonio culturale, artistico ed ambientale delle nostre terre. L’arte, la

storia, le tradizioni e la letteratura sono alcuni dei protagonisti di questo racconto, assieme ai festival e alle manifestazioni che animano le città in cui L’oppure è presente. Operiamo con passione e creatività, cercando sempre di fornire contenuti di qualità, con uno stile innovativo. Se vuoi ricevere i nostri aggiornamenti sui futuri eventi ed attività, il modo migliore è iscriverti alla nostra newsletter! 📧

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Piero Pisenti, nato a Perugia nel 1887 ma profondamente legato a Pordenone, fu una delle figure più importanti del fasci...
02/09/2026

Piero Pisenti, nato a Perugia nel 1887 ma profondamente legato a Pordenone, fu una delle figure più importanti del fascismo friulano. Avvocato e parlamentare, dopo una lunga carriera nel regime arrivò, nel novembre 1943, al ministero della Giustizia della Repubblica sociale italiana. Un incarico che lo mise al centro delle drammatiche vicende dell'ultimo fascismo.

La sua ascesa era iniziata nella Pordenone del primo dopoguerra. Dopo essere stato consigliere comunale e assessore all'Istruzione, Pisenti si avvicinò al fascismo, diventandone uno dei principali organizzatori in Friuli. Deputato dal 1924, ricoprì diversi incarichi nel regime, mantenendo però una certa autonomia rispetto alle correnti più radicali dello squadrismo.

Dopo l'8 settembre 1943 Pisenti aderì alla RSI. Il 6 novembre, dopo la morte di Antonino Tringali Casanuova, Mussolini lo nominò ministro della Giustizia. Pisenti accettò ponendo una condizione precisa: la magistratura avrebbe dovuto rimanere distinta dalla politica. Per questo si oppose all'obbligo, per i magistrati, di prestare giuramento alla nuova Repubblica sociale.

Il suo ministero si trovò tuttavia stretto fra il potere della RSI e quello tedesco. Pisenti contestò infatti l'esercizio della sovranità giudiziaria tedesca nell'Adriatisches Küstenland, rivendicando le prerogative italiane nei territori orientali. Nello stesso spirito intervenne contro la banda di Pietro Koch, responsabile di torture e violenze, contribuendone all'arresto. Cercò così di mantenere un'apparenza di legalità anche dentro uno Stato nato dalla guerra e dall'occupazione.

Il caso più delicato fu il processo di Verona, celebrato nel gennaio 1944 contro i membri del Gran Consiglio che avevano votato l'ordine del giorno Grandi il 25 luglio 1943. Pisenti espresse a Mussolini forti perplessità giuridiche: a suo giudizio non esistevano elementi sufficienti per configurare il reato di alto tradimento e non era legittimo costruire retroattivamente un'accusa penale.

Dopo le condanne a morte di Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi, Pisenti si dichiarò disposto a trasmettere a Mussolini le richieste di grazia. Non poté farlo: Alessandro Pavolini, segretario del Partito fascista repubblicano, si oppose, rivendicando al partito la gestione del procedimento. Il caso mostrò così il conflitto fra la concezione giuridica di Pisenti e la logica politica della RSI.

La parabola di Pisenti, fascista convinto, non può però essere letta come quella di un oppositore del fascismo. Negli anni Venti e Trenta, da prefetto della Provincia di Udine e Gorizia, era stato un fedele dirigente del regime, aveva partecipato alla legislazione razziale del 1938 e rimase ministro di Mussolini fino alla caduta della RSI.

Arrestato nel 1945, fu assolto dall'accusa di collaborazionismo nel 1946. Tornato a Pordenone, esercitò l'avvocatura e difese numerosi fascisti e neofascisti. Morì nel 1980.

Della sua vita parliamo qui 👉https://www.loppure.it/piero-pisenti/

Il Livenza è da sempre un fiume di confine. Già nella preistoria separava gli insediamenti dei Veneti, a occidente, da q...
31/08/2026

Il Livenza è da sempre un fiume di confine. Già nella preistoria separava gli insediamenti dei Veneti, a occidente, da quelli dei Galli e dei Carni, a oriente. Nel Medioevo divenne anche il limite occidentale della Patria del Friuli. Su questa frontiera strategica sorse il castello di Polcenigo.

Non sappiamo quando venne costruito il primo fortilizio. È possibile che i Romani avessero sfruttato l’altura come punto di osservazione fortificato. La prima attestazione certa risale però al 963, quando Ottone I donò il castello Paucinico alla Chiesa di Belluno. Da qui avrebbe preso nome la famiglia dei Polcenigo.

Nel XIII secolo i signori di Polcenigo entrarono nelle lotte che opponevano il patriarca di Aquileia ai nobili friulani. Nel 1219 aderirono alla ribellione contro Bertoldo di Andechs, alleandosi con Treviso. Dopo anni di guerra, nel 1221 raggiunsero un accordo con il patriarca, conservando però una notevole autonomia.

Nei secoli successivi i Polcenigo continuarono a essere protagonisti delle contese regionali. Combatterono contro patriarchi, signori locali e città vicine, occupando anche Caneva, Sacile e Aviano. Nel 1386 il castello resistette per tre giorni all’assalto dei Sacilesi; nel 1410 fu invece conquistato e incendiato dagli Udinesi.

Nel 1411 i Polcenigo cercarono la protezione di Venezia. Nello stesso anno il Friuli fu invaso dalle truppe ungheresi dell’imperatore Sigismondo e anche il castello cadde. La guerra tra Venezia e l’Impero proseguì fino al 1420, quando l’intero Friuli entrò definitivamente nei domini della Serenissima.

Con Venezia il castello p***e progressivamente la propria funzione militare. Dopo i danni subiti durante le incursioni turche del 1499, agli inizi del Settecento i conti Ottavio e Minuccio di Polcenigo decisero di costruire una nuova residenza accanto alle antiche rovine. Il progetto fu affidato all’architetto Matteo Lucchesi.

Il palazzo settecentesco reinterpretava in forme originali l’architettura veneziana, con un grande androne centrale, un monumentale salone e prospettive aperte sul paesaggio.

Ne parliamo qui 👉https://www.loppure.it/castello-di-polcenigo

I sindaci vanno e vengono, ma alcuni finiscono per rappresentare un'intera epoca. È il caso di Vendramino Candiani, figu...
28/08/2026

I sindaci vanno e vengono, ma alcuni finiscono per rappresentare un'intera epoca. È il caso di Vendramino Candiani, figura centrale del Risorgimento pordenonese e primo sindaco della città italiana. Con prudenza e capacità amministrativa attraversò gli ultimi anni della dominazione austriaca e accompagnò Pordenone nella transizione verso il nuovo Stato nazionale.

Nato a Pordenone il 27 agosto 1820, Candiani apparteneva a una famiglia di antiche origini, probabilmente veneziane, con un ramo a Sacile. Anche la madre, Domenica Suia, occupò un ruolo insolito per l'epoca: nei primi decenni dell'Ottocento esercitò tramite procuratore le funzioni di deputato comunale. Un ambiente familiare che precedette la sua futura partecipazione alla vita pubblica cittadina.

Nel 1853 Candiani fu nominato assessore dal governo austriaco, nonostante i suoi sentimenti antiasburgici e i rapporti con i patrioti favorevoli all'unità italiana. Seppe però usare l'incarico per migliorare la città: contribuì alla realizzazione della strada della stazione, l'attuale via Mazzini, inaugurata con la ferrovia nel 1855, e dei giardini pubblici, destinati anche a fiere e mercato del bestiame.

Parallelamente all'amministrazione, partecipò alla mobilitazione patriottica. Nel 1859 si oppose al prestito di guerra imposto dall'Austria e nel 1860 prese parte al plebiscito segreto sull'annessione. Il 18 febbraio 1861 guidò poi la silenziosa manifestazione lungo la ferrovia per protestare contro il governo austriaco. Fu sospeso e multato, ma tornò nel consiglio nel 1865 e l'anno dopo fu nuovamente assessore.

Durante la Terza guerra d'indipendenza Candiani dimostrò anche notevole capacità amministrativa. Mentre le truppe austriache si ritiravano, riuscì a ottenere una ricevuta ufficiale delle requisizioni e delle forniture imposte alla città. Quel documento si rivelò prezioso molti anni dopo: nel 1886 consentì infatti al Comune di ottenere il rimborso delle somme dovute, con gli interessi maturati.

L'11 ottobre 1866, dopo l'annessione del Friuli al Regno d'Italia, Candiani divenne il primo sindaco italiano di Pordenone. Nei sette anni di mandato promosse una profonda modernizzazione: nacquero l'Asilo infantile Vittorio Emanuele II, la Pinacoteca e la Scuola tecnica; fu istituito il Tribunale e vennero avviati l'illuminazione pubblica e la stazione meteorologica. Fu inoltre tra i fondatori della Società Operaia.

Lasciata la carica nel 1873, Candiani si dedicò allo studio della storia cittadina. Pubblicò nel 1881 un catalogo delle opere d'arte pordenonesi e nel 1902 la sua opera maggiore, Pordenone. Ricordi cronistorici dall'origine del Friuli a tutto il 1900. Morì a Fiume Veneto nel 1906 e fu sepolto a Pordenone a spese del Comune. La sua eredità unisce patriottismo, amministrazione e cultura.

Ne parliamo qui 👉https://www.loppure.it/vendramino-candiani/

La Casa delle Esposizioni di Illegio, in Carnia, dal 2004 ha ospitato 22 mostre portando oltre 1600 opere e 750mila visi...
26/08/2026

La Casa delle Esposizioni di Illegio, in Carnia, dal 2004 ha ospitato 22 mostre portando oltre 1600 opere e 750mila visitatori. L’edizione 2026 ruota attorno al tema del dialogo, parola oggi fragile e trascurata, ma fondamento della civiltà occidentale e della vita culturale europea.

La mostra attraversa 11 sale e indaga il dialogo come esperienza umana decisiva. Nella polis greca esso generò tre forme inedite: filosofia, tragedia e democrazia. Da Platone a Cicerone, da Galileo a Leopardi, la parola viva ha sempre guidato la ricerca della verità.

La sezione Dialoghi d’amore apre il percorso con opere che raccontano l’incontro tra anime e sensibilità: il Raffaello e la Fornarina di Gandolfi, dove l’artista sembra amare più l’arte che la modella, e gli episodi danteschi di Paolo e Francesca e Pia dei Tolomei, simboli di passioni e destini intrecciati.

In Discepoli e maestri emerge il rapporto formativo tra generazioni: il Tiziano e Irene di Spilimbergo di Lega mostra l’intensità dell’apprendimento artistico, mentre Savini illustra un episodio della Vita Nova, dove Dante, ispirato da Beatrice, trasforma un incontro casuale in poesia.

La sezione La ricerca della verità accosta mondi lontani: uno skyphos attico con l’enigma della sfinge e Edipo dialoga con la pittura sacra di Honthorst (Cristo davanti a Caifa) e con l’Ecce Homo di Hayez, opere che interrogano l’uomo sul mistero del giudizio e della rivelazione.

Il cuore della mostra è L’incontro vero, dove il dialogo diventa esperienza radicale: Stom con La negazione di Pietro, Valentin de Boulogne con il Noli me tangere e Caravaggio con l’Incredulità di san Tommaso mostrano lo scontro tra dubbio, fede e presenza reale dell’altro.

In La difficile fraternità spicca Esaù vende la primogenitura a Giacobbe di Stom, volto della mostra: la luce di una candela illumina il conflitto tra fratelli, simbolo di un dialogo ferito ma necessario. Seguono Frastuono e silenzio, dove convivono convivialità, città e inquietudine.

Le ultime sezioni indagano maschere, incomprensioni e trascendenza: dal Ridotto di Venezia di Longhi all’Arlecchino di Picasso, fino alla violenza della Congiura di Catilina. Il percorso si chiude con Sant’Agostino in meditazione del Caravaggio, dialogo con il cielo e con sé stessi.

Clicca qui per saperne di più 👉: https://www.loppure.it/il-dialogo-di-illegio-quando-larte-e-poesia-silenziosa/

Per quasi un secolo e mezzo, il Cotonificio di Torre ha accompagnato la trasformazione di Pordenone da centro artigianal...
24/08/2026

Per quasi un secolo e mezzo, il Cotonificio di Torre ha accompagnato la trasformazione di Pordenone da centro artigianale a città industriale. Nato sulle rive del Noncello nell'Ottocento, divenne uno dei principali poli cotonieri del Friuli, attraversando guerre, crisi e profonde trasformazioni economiche. La sua storia è anche quella di migliaia di lavoratori e di un territorio che, attorno alla fabbrica, costruì una parte della propria identità.

La storia dello stabilimento di Torre iniziò nel 1839, quando i fratelli Belaz e il socio Blanch avviarono la costruzione di una grande filatura lungo il Noncello. La scelta sfruttava l'energia dell'acqua, convogliata attraverso un canale artificiale per azionare i macchinari.

L'edificio, moderno per l'epoca, crebbe rapidamente insieme a magazzini, officine e altri fabbricati, trasformando l'area rurale in un vero polo industriale. Nel 1866 la filatura disponeva di circa 20.000 fusi e impiegava quasi 650 lavoratori. Il complesso comprendeva anche una tintoria e un'officina meccanica, capace di riparare e costruire macchinari. La produzione era collegata alla tessitura meccanica di Roraigrande, formando un articolato sistema industriale. Nonostante le crisi commerciali e la scarsità di cotone durante la Guerra di Secessione americana, l'attività continuò a espandersi.

Nella seconda metà dell'Ottocento il complesso raggiunse così dimensioni imponenti, arrivando a coinvolgere circa 1.200 lavoratori. Nel 1894 la Società Cotonificio Veneziano subentrò nella gestione degli stabilimenti di Torre e Rorai, consolidandone lo sviluppo. Il 29 settembre 1884, intanto, re Umberto I visitò lo stabilimento di Torre, come ricorda ancora oggi una targa all'ingresso, soggiornando a Villa Amman (oggi Villa Carinzia).

All'inizio del Novecento Torre e Rorai costituivano uno dei principali poli cotonieri del Friuli occidentale. Nel 1899 il complesso raggiungeva circa 31.000 fusi, 560 telai e 1.600 operai, con una produzione destinata anche ai mercati esteri. La crescita trasformò profondamente il quartiere e la città, creando lavoro e nuove infrastrutture. Il cotonificio divenne così uno dei simboli della prima industrializzazione pordenonese.

La Prima guerra mondiale interruppe bruscamente questa crescita. Il 21 maggio 1916 un violento incendio danneggiò gravemente lo stabilimento, mentre nel 1917, durante gli eventi seguiti alla ritirata di Caporetto, il complesso subì ulteriori devastazioni e lo smantellamento degli impianti. Nel dopoguerra iniziò una grande ricostruzione: le strutture danneggiate furono rinnovate anche con il cemento armato, mantenendo però riconoscibile l'impianto storico della fabbrica.

Ricostruito nei primi anni Venti, il cotonificio tornò rapidamente in funzione, accompagnando la ripresa economica di Pordenone. Nuovi investimenti aumentarono la meccanizzazione e la produttività. Anche nel secondo dopoguerra lo stabilimento mantenne un ruolo importante nell'economia locale, mentre negli anni Cinquanta e Sessanta la città si trasformava in un grande centro industriale, accanto a realtà come Zanussi e Savio. Torre rimaneva così una presenza significativa del tessuto produttivo pordenonese.

Dagli anni Settanta la crescente concorrenza internazionale e la trasformazione del mercato misero in difficoltà il settore cotoniero. A Torre il declino portò alla cessazione definitiva dell'attività nel 1984 e al progressivo abbandono degli edifici.

Ne parliamo qui 👉https://www.loppure.it/cotonificio-di-torre/

🌴 Ci prendiamo una piccola pausa. Ci rivediamo a fine agosto! ☀️Anche per L'oppure è arrivato il momento di rallentare u...
07/08/2026

🌴 Ci prendiamo una piccola pausa. Ci rivediamo a fine agosto! ☀️

Anche per L'oppure è arrivato il momento di rallentare un po'. Durante il mese di agosto ci prenderemo una breve pausa dalle pubblicazioni per ricaricare le energie.

📚 I nostri articoli torneranno alla fine del mese, con nuove storie, curiosità e approfondimenti dedicati al territorio, alla sua storia e al suo patrimonio culturale.

Nel frattempo stiamo lavorando dietro le quinte per preparare un autunno ricco di contenuti: nuovi progetti, nuovi racconti e tante occasioni per essere presenti e in prima linea sul territorio, continuando a valorizzarlo attraverso la ricerca e la divulgazione.

Grazie a tutti voi che ci seguite, condividete i nostri contenuti e sostenete il nostro lavoro.

Buone vacanze! 🌊🌞🍉

Oggi dell'ex Cotonificio Amman-Wepfer restano soprattutto muri e silenzi. Eppure, quando venne inaugurato nel 1875, era ...
06/08/2026

Oggi dell'ex Cotonificio Amman-Wepfer restano soprattutto muri e silenzi. Eppure, quando venne inaugurato nel 1875, era uno degli stabilimenti tessili più moderni del Friuli. Grazie all'energia del Noncello arrivò a impiegare fino a 1.700 operai, contribuendo in modo decisivo alla crescita economica e urbana di Pordenone.

La modernità della fabbrica aveva però un prezzo. Tra telai e filande lavoravano uomini, donne e bambini, spesso sottoposti a ritmi durissimi e condizioni difficili. Nel 1887 proprio all'Amman-Wepfer esplose uno sciopero destinato a segnare la storia del movimento operaio locale, con una partecipazione straordinaria anche di lavoratrici e giovanissime operaie.

Da questa vicenda nasce "Eternamente Ricorda", terzo episodio del progetto teatrale COTONE. Lo spettacolo immagina un documentario girato oggi tra le rovine del cotonificio mentre, poco alla volta, le voci dello sciopero di fine Ottocento riemergono dal passato. Due tempi diversi iniziano così a dialogare senza mai incontrarsi davvero.

La protesta operaia è solo il punto di partenza. Lo spettacolo racconta anche la memoria delle famiglie che hanno vissuto la fabbrica per generazioni, intrecciando ricordi, testimonianze e domande che attraversano il tempo. Che cosa resta quando un luogo perde la sua funzione? E cosa accade quando smettiamo di raccontarne la storia?

Tra i protagonisti emerge il ricordo di una nonna entrata in fabbrica da bambina e di un nipote che prova a ricostruire la propria storia attraverso i suoi racconti. Le vicende personali si intrecciano così con quelle della città, mostrando quanto sia fragile il filo che unisce le generazioni quando il silenzio prende il posto delle parole.

Camminando sullo sfondo delle rovine dell'Amman-Wepfer, il pubblico scopre che quelle mura custodiscono ancora le voci di migliaia di persone. "Eternamente Ricorda" invita a guardarle con occhi nuovi e lascia sospesa una domanda che accompagna lo spettatore fino alla fine: quando il lavoro, le fabbriche e persino le persone scompaiono, che cosa continua davvero a vivere nel tempo?

Ecco un'anteprima 👉https://www.loppure.it/cotone-3/

📍 Ingresso del Parco del Seminario, Via del Seminario, Pordenone
🗓️ Sabato 8 agosto – ore 17.00
🗓️ Domenica 9 agosto – ore 10.00

🎟️ Partecipazione gratuita (prenotazione consigliata)
📧 [[email protected]] (mailto:[email protected])
📱 WhatsApp: 371 158 7456

Quando oggi si osserva l’ex cotonificio Amman tra viale Martelli e il Noncello, è difficile immaginare il ruolo centrale...
05/08/2026

Quando oggi si osserva l’ex cotonificio Amman tra viale Martelli e il Noncello, è difficile immaginare il ruolo centrale che ebbe per oltre un secolo. Lo stabilimento fu infatti uno dei principali motori della crescita economica di Pordenone, accompagnando la trasformazione della città da centro commerciale a importante polo industriale del Nord-Est.

La storia dell’Amman iniziò nel 1875, quando gli imprenditori Alberto Amman e Emilio Wepfer scelsero Borgomeduna per costruire un moderno cotonificio. La prima struttura, già visibile nelle immagini del 1877, presentava i caratteri tipici dell’architettura industriale ottocentesca: lunghi padiglioni, mattoni a vista e la torre dell’orologio, simbolo del ritmo del lavoro.

Nel corso dei decenni il complesso crebbe fino a diventare una vera città industriale. Filature, carderie, magazzini, officine e impianti energetici furono organizzati secondo una logica precisa, capace di collegare ogni fase della lavorazione del cotone. L’Amman rappresentava un sistema produttivo moderno, progettato per garantire efficienza e continuità.

Elemento fondamentale dello stabilimento fu il rapporto con l’acqua. Il Noncello fornì inizialmente l’energia necessaria alla produzione e, tra il 1904 e il 1906, venne realizzato il grande canale Amman, con un salto superiore ai dieci metri. Ancora oggi questo manufatto costituisce una delle testimonianze più riconoscibili del complesso industriale.

Con il passare del tempo l’Amman divenne una vera cittadella del lavoro, separata dalla città ma profondamente legata alla sua crescita. Tra mura, canali ed edifici produttivi migliaia di lavoratori trascorsero la propria vita quotidiana, contribuendo allo sviluppo economico e sociale di Pordenone e del suo territorio.

Oltre al valore produttivo, il cotonificio conserva una straordinaria importanza architettonica. I suoi padiglioni, la centrale termica, la ciminiera e gli spazi dedicati alle lavorazioni raccontano ancora oggi l’organizzazione della grande industria tessile tra Ottocento e Novecento, rendendo l’ex Amman uno dei principali esempi di archeologia industriale del Friuli Venezia Giulia.

La crisi del settore cotoniero portò alla chiusura definitiva dello stabilimento nei primi anni Novanta. Dopo decenni di abbandono e difficoltà manutentive, il complesso è entrato in una nuova fase, quella del recupero. Oggi la sfida è conservare un patrimonio che racconta la storia industriale di Pordenone e della sua comunità.

Ne parliamo qui 👉https://www.loppure.it/cotonificio-amman/

Alla fine dell’Ottocento Pordenone visse una profonda trasformazione: da città legata alle attività artigianali e alla f...
03/08/2026

Alla fine dell’Ottocento Pordenone visse una profonda trasformazione: da città legata alle attività artigianali e alla forza delle acque del Noncello divenne uno dei principali centri industriali del Friuli. Protagonista di questa svolta fu Alberto Amman, imprenditore di origine austriaca che nel 1875, insieme allo svizzero Emilio Wepfer, fondò un grande cotonificio destinato a segnare per oltre un secolo la storia economica e sociale della città.

Nato a Monza nel 1847, Amman proveniva da una famiglia già impegnata nell’industria tessile. Il padre Franz Xaver, originario del Vorarlberg, aveva contribuito allo sviluppo del settore cotoniero lombardo con gli stabilimenti di Legnano e Chiavenna. Cresciuto in un ambiente imprenditoriale, Alberto sviluppò una moderna visione industriale fondata sull’innovazione tecnologica, sull’organizzazione del lavoro e sull’utilizzo delle risorse energetiche.

La scelta di Pordenone come sede del nuovo stabilimento non fu casuale. Nel 1875 Amman e Wepfer individuarono nell’area di Borgomeduna il luogo ideale per costruire il proprio cotonificio. La presenza dell’acqua, da secoli elemento fondamentale per le attività produttive locali, offriva infatti una risorsa preziosa per alimentare i macchinari e favorire lo sviluppo di un moderno impianto industriale.

Nacque così il Cotonificio Amman & Wepfer, una struttura dotata di tecnologie avanzate che crebbe rapidamente fino a diventare uno dei maggiori complessi produttivi del Friuli. La fabbrica non modificò soltanto il paesaggio urbano, ma anche la vita della città, attirando manodopera, creando nuove professionalità e trasformando Pordenone in un centro sempre più legato al lavoro industriale.

L’espansione del cotonificio proseguì negli anni successivi. Nel 1885 la società realizzò un secondo stabilimento nel vicino territorio di Fiume Veneto, aumentando la capacità produttiva. Alla fine del secolo i due impianti occupavano complessivamente tra 1.600 e 1.700 operai: una dimensione straordinaria per una città che fino a pochi decenni prima aveva conosciuto soprattutto piccole attività artigianali e opifici alimentati dall’energia idraulica.

Uno dei punti di forza dell’impresa fu la ricerca di nuove soluzioni energetiche. Nel 1888 il cotonificio introdusse un moderno sistema di produzione elettrica sfruttando le acque del Maglio della Vallona. Dieci anni più tardi, per soddisfare il crescente fabbisogno degli stabilimenti, la società realizzò il lago artificiale della Burida, un’opera destinata a diventare uno dei simboli della modernizzazione industriale pordenonese.

Il successo dell’azienda portò ad Amman e Wepfer prestigiosi riconoscimenti. Nel 1881 i loro tessuti ottennero la medaglia d’oro all’Esposizione nazionale di Milano, mentre nel 1884 il Comune di Pordenone conferì ad Amman la cittadinanza cittadina per le iniziative sociali promosse a favore degli operai e della comunità. Dopo la morte di Wepfer nel 1890, la società divenne Amman & C. e continuò sotto la guida di Alberto e del fratello Edoardo fino alla morte dell’imprenditore nel 1896.

L’eredità di Amman andò però oltre Pordenone. Partecipò alla nascita di importanti società tessili in Lombardia e Bergamasca, contribuì alla fondazione dell’Associazione Cotoniera Italiana e prese parte alla creazione della Banca Industriale e Commerciale, uno dei primi istituti italiani dedicati al finanziamento dell’industria.

Nel 1920 il cotonificio di Borgomeduna passò al Cotonificio Veneziano, ma rimase per decenni uno dei cuori produttivi della città, simbolo dell’ingresso di Pordenone nell’età industriale.

Come sempre, ne parliamo qui 👉https://www.loppure.it/alberto-amman/

Ci sono luoghi che custodiscono la memoria di un'intera comunità. Uno di questi è la sede della Storica Società Operaia ...
30/07/2026

Ci sono luoghi che custodiscono la memoria di un'intera comunità. Uno di questi è la sede della Storica Società Operaia di Pordenone, nata nel 1866 per offrire sostegno ai lavoratori quando lo Stato sociale ancora non esisteva.

Qui, tra carte ingiallite e storie dimenticate, prende vita "Il Tempo del Gioco", secondo episodio di COTONE, il percorso teatrale che intreccia storia, memoria e territorio.

Ma non aspettatevi una semplice lezione di storia.

A guidarci nel passato sono Pietro e Giovanni, due bambini che giocano a campana nel cortile della SOMSI. Parlano come tutti i bambini: di amicizia, promesse e giochi. Ma fuori dal loro piccolo mondo c'è una realtà che li costringe a diventare adulti troppo in fretta.

Nella Pordenone di metà Ottocento il lavoro minorile era una necessità per molte famiglie operaie. Le giornate trascorse a giocare erano un lusso, mentre la fabbrica scandiva il tempo dell'infanzia. Eppure, proprio nel dialogo tra Pietro e Giovanni emerge qualcosa che resiste alla fatica: la speranza di un futuro diverso.

Accanto alla loro storia riaffiora anche quella della Società Operaia, che non fu soltanto una forma di assistenza per i lavoratori, ma un motore di crescita per tutta la città. Dall'Asilo Vittorio Emanuele II alla Scuola di Disegno, fino alle colonie estive per i figli delle famiglie operaie, la SOMSI contribuì a costruire una comunità più solidale e attenta ai più fragili.

Quanto vale il diritto di essere bambini? Come si difende la speranza quando la vita impone di crescere troppo presto? E cosa possiamo imparare oggi da quelle storie di solidarietà e coraggio? Ecco un'anteprima 👉https://www.loppure.it/cotone-2/

📍 Sede SOMSI – Corso Vittorio Emanuele 44, Pordenone
🗓️ Sabato 1 agosto – ore 17.00
🗓️ Domenica 2 agosto – ore 10.00

🎟️ Partecipazione gratuita (prenotazione consigliata)

📧 [[email protected]] (mailto:[email protected])
📱 WhatsApp: 371 158 7456

Ci vediamo alla SOMSI per il secondo capitolo di COTONE. Il finale, come ogni bella storia, è tutto da vivere.

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