16/05/2026
"Grazie" a mussolini...di cui oggi, tra gli alpini, ci sono dei nostalgici.
Da Cuneo partirono 17.500 alpini. Ne tornarono 3.000.
Gli altri sono rimasti nel ghiaccio del Don.
Generazione quasi intera di una provincia, sparita in sei settimane di ritirata sul fronte russo.
Siamo nel gennaio 1943. L'8ª Armata italiana sul Don è già in frantumi. Il Corpo d'Armata Alpino — Julia, Tridentina, Cuneense — prova a rompere l'accerchiamento e rientrare verso ovest.
La Cuneense parte da Ternowka, passa per Rossoch, avanza verso Valujki nel gelo della steppa. Gli alpini alpini sono addestrati per la guerra in montagna, non per quella di pianura. Non hanno abbastanza mezzi corazzati. Non hanno abbastanza cibo. Hanno freddo.
Il 20 gennaio, a Nowo Postojalowka, la colonna si scontra frontalmente con le unità corazzate sovietiche. Quattro battaglioni alpini vengono praticamente annientati in poche ore.
Una settimana dopo, il 28 gennaio 1943, il 6º Corpo di Cavalleria sovietica chiude il cerchio definitivo a Roswanskoje, vicino a Valujki. Non è una battaglia: è un sigillo. La 4ª Divisione Alpina Cuneense cessa di esistere come unità organica. Non si riorganizzerà più.
Dei 17.500 partiti dalla provincia di Cuneo, tra 3.000 e 4.000 riusciranno a tornare. Gli altri: morti durante la ritirata, congelati nella steppa, dispersi, prigionieri dei sovietici — molti dei quali non faranno mai ritorno nemmeno dai campi di prigionia.
Spoiler: oltre 13.000 uomini non rivedrono mai le Langhe.
Questa è la provincia che oggi conosci per il tartufo bianco d'Alba, per il Barolo, per le colline dichiarate patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Paesaggi tra i più fotografati d'Italia. Vini tra i più costosi del mondo.
La stessa terra che nel 1942 aveva mandato quasi 18.000 dei suoi figli a combattere sul Don, in una guerra che non era loro, con equipaggiamento sbagliato, su un fronte di migliaia di chilometri.