Compagnia San Giuseppe di Atessa

Compagnia San Giuseppe di Atessa L'associazione si prefigge i seguenti scopi: difendere la Tradizione cattolica e la conservazione della messa di sempre.

6 SETTEMBRE 2026DOMENICA  XV  DOPO  LA  PENTECOSTE  MESSALa decimaquinta domenica dopo Pentecoste prende il nome dal com...
06/09/2026

6 SETTEMBRE 2026

DOMENICA XV DOPO LA PENTECOSTE





MESSA

La decimaquinta domenica dopo Pentecoste prende il nome dal commovente episodio della vedova di Naim. L'Introito ci suggerisce la forma delle preghiere che in tutti i nostri bisogni dobbiamo rivolgere al Signore.

L'Uomo-Dio promise domenica scorsa di provvedere sempre a tali bisogni, alla sola condizione di essere da noi servito con fedeltà nella ricerca del suo regno. Mostriamoci pieni di confidenza nella sua parola, come è doveroso esserlo quando eleviamo le nostre suppliche, e saremo esauditi.



EPISTOLA (Gal. 5, 25-26; 6, 1-10). - Fratelli: se viviamo di spirito, camminiamo secondo lo spirito, senza essere bramosi di vanagloria, senza provocarci o invidiarci a vicenda. Fratelli, se uno fosse caduto in qualche fallo, voi che siete spirituali istruitelo in spirito di dolcezza, e bada bene a te stesso, tu che pure non sei tentato. Portate gli uni i pesi degli altri e così adempirete la legge di Cristo. Se poi uno crede di essere qualche cosa, mentre non è nulla, questi illude se stesso. Ciascuno invece esamini le proprie opere ed avrà così da gloriarsi soltanto in se stesso e non in altri; perché ciascuno porterà il proprio peso. Chi poi è catechizzato nella parola faccia parte di tutti i beni a chi lo catechizza. Non vogliate ingannarvi: Dio non può essere schernito; quel che uno avrà seminato quello pure mieterà; quindi chi semina nella sua carne, mieterà dalla sua carne la corruzione; chi invece semina nello spirito, dallo spirito mieterà la vita eterna. E non ci stanchiamo nel fare il bene, perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo. Facciamo dunque del bene finché abbiamo tempo, a tutti, ma specialmente a quelli che per la fede sono della nostra famiglia.



Perseveranza nella lotta.

La santa Chiesa riprende la lettura di san Paolo al punto in cui l'interruppe otto giorni fa. Oggetto degli insegnamenti apostolici è ancora la vita spirituale, la vita prodotta nelle anime nostre dallo Spirito Santo, per sostituire la vita della carne. Domata la carne, non è compiuto l'edificio della nostra perfezione e anche dopo la vittoria la lotta deve continuare; se non vogliamo vederne compromessi i risultati, occorre vegliare perché l'una o l'altra delle tre concupiscenze, sfruttando il momento in cui l'anima è impegnata in altri sforzi, non si riprenda e infligga ferite tanto più dannose quanto meno

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temute. Bisogna soprattutto sorvegliare attentamente la vanagloria, sempre pronta ad inquinare del suo sottile veleno perfino le opere di umiltà e di penitenza.



Fuga della vanagloria.

Il condannato, che con la flagellazione si fosse sottratto alla meritata pena capitale, commetterebbe una grossa follia gloriandosi dei colpi di flagello segnati nella sua carne! Non commettiamo noi questa follia! Pare tuttavia che noi possiamo purtroppo commetterla, perché l'Apostolo ai consigli sulla mortificazione fa tosto seguire la raccomandazione di evitare la vanagloria. E infatti a questo riguardo saremo pienamente sicuri solo se l'umiliazione fisica inflitta al corpo trova la sua radice nell'umiliazione dell'anima convinta della sua miseria. Anche gli antichi filosofi avevano le loro massime sulla repressione dei sensi e con la pratica di tali massime il loro orgoglio si elevava fino al cielo. Essi erano in questo molto lontani dai sentimenti dei nostri padri nella fede, i quali indossando il cilicio e prostrati in terra (I Par. 21, 16), esclamavano nel segreto del cuore: Pietà di me, o Signore, secondo la tua grande misericordia, perché fui concepito nella iniquità e il mio peccato mi sta sempre innanzi (Salm. 50, 3, 5-7).



Le opere della carne.

Infliggere sofferenza ai corpi per trarne vanità non è forse, come dice san Paolo oggi, seminare nella carne, per raccogliere a suo tempo, cioè nel giorno in cui saranno manifestati i pensieri dei cuori (I Cor 4, 5), non la vita e la gloria, ma confusione e vergogna eterna? Fra le opere della carne elencate nell'Epistola precedente non sono infatti soltanto atti impuri, ma anche contese, dissensi, gelosie (Gal. 5, 19, 21), che sorgono troppo spesso dalla vanagloria sulla quale l'Apostolo richiama adesso la nostra attenzione.

Il prodursi di questi frutti detestabili è segno certissimo che la linfa della grazia ha fatto posto alla fermentazione del peccato nelle nostre anime e che, ritornati schiavi, dobbiamo di nuovo contare sulla legge e sulle sue terribili sanzioni. Non ci si burla di Dio e la confidenza, che giustamente dona a chi vive dello Spirito la sovrabbondante fedeltà dell'amore, in queste condizioni si riduce ad una ipocrita falsificazione della santa libertà dei figli dell'Altissimo. Figli infatti sono soltanto coloro che lo Spirito Santo conduce (Rom.

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8, 14) nella carità (Gal. 4, 13): gli altri restano nella carne e non possono piacere a Dio (Rom. 8, 8).



La carità fraterna.

Se invece vogliamo un segno certo che l'unione divina ci appartiene, non prendiamo occasione di insuperbirci vanamente per i difetti e gli errori dei nostri fratelli, ma siamo indulgenti verso di essi, tenendo presente la nostra miseria; e quando cadono porgiamo loro una mano soccorrevole e discreta. Portiamo, aiutandoci vicendevolmente, i nostri pesi nel cammino della vita e allora, avendo adempita la legge del Cristo, sapremo (I Gv. 6, 13) che noi siamo in Lui ed Egli è in noi.

San Giovanni, che ha riferito queste parole ineffabili, usate da Gesù per caratterizzare la sua intimità futura con chi mangia la carne del Figlio dell'uomo e ne beve il sangue al divino banchetto (Gv 6,57), le riprende una per una nelle sue Epistole, per applicarle a colui che nello Spirito Santo osserva il comandamento dell'amore verso i fratelli (I Gv. 3, 23-24; 4, 12-13).

Risuoni continuamente al nostro orecchio questa parola dell'Apostolo: Finché abbiamo tempo facciamo del bene a tutti! Verrà infatti il giorno e ormai non è lontano in cui l'angelo dalla livrea misteriosa farà echeggiare la sua voce nello spazio e, levata al cielo la mano, giurerà per Colui che vive in eterno che il tempo è finito (Apoc. 10, 1-6). L'uomo raccoglierà allora nella gioia quello che ha seminato nel pianto (Salm. 125, 5), raccoglierà nella luce sfolgorante del giorno eterno il bene compiuto nelle tenebre dell'esilio.



VANGELO (Lc. 7, 11-16). - In quel tempo: Gesù andava ad una città chiamata Naim: e i suoi discepoli e una gran folla andavano con Lui. E quando fu vicino alla porta della città, ecco era al portato al sepolcro uno che era figlio unico di sua madre, e questa era vedova; e con lei v'era molto popolo della città. E il Signore, vedutala, ne ebbe compassione e le disse: Non piangere! E accostatosi toccò la bara (i portatori si fermarono). Ed egli disse: Giovanetto, te lo dico io, levati! E il morto si alzò a sedere e cominciò a parlare. E lo rese alla madre. Allora tutti furono invasi da sbigottimento, e glorificarono Dio esclamando: Un grande Profeta è sorto in mezzo a noi, e Dio ha visitato il suo popolo.



La morte spirituale.

Nell'Omelia letta oggi a Mattutino, sant'Agostino commenta questo Vangelo e ci dice: "Se la risurrezione del giovane riempie di gioia la vedova sua madre la Chiesa nostra madre gode ogni

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giorno vedendo risorgere spiritualmente gli uomini. Il figlio della vedova era morto della morte del corpo e gli uomini erano morti della morte dell'anima. Si piangeva visibilmente per la morte del primo e non si notava affatto la morte invisibile di questi.

Nostro Signore Gesù Cristo voleva che fossero intesi in senso spirituale i miracoli da Lui operati nel corpo. Egli non faceva il miracolo per il miracolo, ma voleva che, suscitata l'ammirazione degli astanti, il miracolo fosse pieno di verità anche per coloro che ne comprendevano il significato... I testimoni oculari dei prodigi del Cristo, che non hanno compreso ciò che i prodigi significavano per le anime illuminate, hanno ammirato il fatto materiale del miracolo, altri però ne hanno ammirato il fatto e ne hanno compreso il significato e a questi, alla scuola di Cristo, noi dobbiamo assomigliarci...

Ascoltiamo dunque Cristo e sia frutto, per quelli che sono vivi, il conservare piena la loro vita e, per quelli che sono morti, ricuperarla al più presto (sant'Agostino, Disc. xcviii).



Il buon zelo.

Cristiani, preservati dalla caduta per la misericordia del Signore, dobbiamo prendere parte alle angosce della Chiesa e aiutarla in tutte le attività che lo zelo suo svolge per salvare i nostri fratelli. Non basta non essere i figli insensati che addolorano la madre (Prov. 17, 25) e disprezzano il seno che li ha portati (ibid. 30, 17). Se anche non sapessimo dallo Spirito Santo stesso che onorare la madre è assicurarsi un tesoro (Eccli. 3, 5) il ricordo di quanto le costò la nostra nascita (Tob. 4, 4) deve bastare ad indurci ad approfittare di tutte le occasioni per asciugare il suo pianto. Essa è la Sposa del Verbo alle nozze del quale anelano anche le anime nostre e, se è vero che noi siamo uniti al Verbo, come essa lo è, dimostriamolo manifestando nelle nostre opere il pensiero e l'amore che lo Sposo comunica nelle sue intimità, cioè il pensiero della gloria del Padre, che deve essere rinnovata nel mondo e l'amore per i peccatori, che devono essere salvati.



PREGHIAMO

La tua misericordia, o Signore, purifichi e fortifichi continuamente la tua Chiesa; e giacché non può sussistere senza di te, sia sempre governata dalla tua grazia.



da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 489-492.

3 SETTEMBRESAN PIO X, PAPA E CONFESSORE  Gravi pericoli.La vecchiaia di Leone XIII, il cui regno era stato lungo e glori...
03/09/2026

3 SETTEMBRE
SAN PIO X, PAPA E CONFESSORE


Gravi pericoli.

La vecchiaia di Leone XIII, il cui regno era stato lungo e glorioso, fu attristata dai gravi pericoli che minacciavano la Chiesa. Una sottile eresia colpiva il cuore stesso della Rivelazione e, sotto le spoglie menzogniere d'un progresso vivificatore, rinnegava la tradizione e alterava i dogmi. Nondimeno, nessun Papa dei tempi moderni, al pari di Leone XIII, aveva fatto luce al cammino degli uomini. Il numero e la qualità delle sue Encicliche lo pongono tra i grandi Dottori che hanno capito il loro tempo e risolto le scottanti questioni dei momento. Si aveva ascoltato, si aveva applaudito, ma in molti ambienti non si aveva capito, non solo, ma si aveva persino alterato, e questa era la cosa più grave, il pensiero stesso del Papa.
Le scienze ecclesiastiche che egli aveva voluto rinnovare mediante il tomismo, si incamminavano per vie opposte; l'azione sociale dei cattolici che egli aveva definito con chiarezza veniva, poco alla volta, sostituita da una falsa democrazia liberale; il laicismo invadeva ogni campo e minacciava di oscurare completamente negli spiriti i principi che reggono le società e stabiliscono i loro rapporti con la Chiesa.


Instaurare omnia in Christo.

A Leone XIII mancò il tempo per smascherare e abbattere il modernismo, questa idra dalle molteplici teste, in ognuna delle quali riviveva una antica eresia; a Leone XIII mancò il tempo di riorganizzare le istituzioni ecclesiastiche in modo che potessero esercitare, con più ampiezza, più armonia e più efficacia, le funzioni essenziali del magistero e del governo che esse traggono dall'Autorità suprema della Sede Apostolica. Iddio, però, suscitò il successore che egli desiderava. San Pio X era stato uno dei suoi più fedeli discepoli, si era formato sulla dottrina delle sue grandi encicliche ed aveva egli pure la chiara intuizione dei gravi pericoli che minacciavano la Chiesa; in più, la profonda esperienza nel governo delle anime che egli aveva acquisita come parroco, come vescovo e come Patriarca, unita a non comuni doni naturali e ad una profonda santità, ne facevano l'uomo adatto per compiere l'opera di universale rinnovamento nella Chiesa. All'inizio del suo pontificato, Pio X stabilì le linee fondamentali del suo programma attraverso le parole con le quali san Paolo aveva parlato del piano di Dio che salva il mondo: "Instaurare omnia in Christo": opera che aveva avuto il suo termine con la vita terrena del Redentore, ma la cui realizzazione continua a compiersi nel tempo col concorso degli uomini. Con questo suo motto, Pio X faceva capire che le circostanze del tempo non affidavano al Papa una particolare vigilanza su certi problemi soltanto ma che tutto, omnia, abbisognava d'una energica presa di posizione, perché nulla sfuggisse al Cristo e alla sua Redenzione.


La vita liturgica.

È significativo che il suo primo atto, in vista di questa sua universale riforma, abbia toccato un particolare che molti allora giudicarono insignificante: con Motu proprio di appena qualche mese dopo la sua elezione, egli realizzò la prima tappa di una riforma completa della liturgia, mediante certe prescrizioni sul canto sacro. In questo atto, Pio X si mostra nel suo carattere più vero e più profondo: forte uomo di azione, Pio X fu innanzitutto uomo di preghiera. La preghiera che egli raccomanda è, innanzitutto, la preghiera pubblica e solenne della Chiesa che racchiude, in un comune linguaggio, una comune adorazione ed un unico sacrificio, tutte le anime battezzate: essa è un'anticipazione della preghiera dell'eternità. Pio X volle che i fedeli ritrovassero il senso di questa grande preghiera liturgica, racchiusa nella preghiera che il Cristo indirizza al Padre, ispirata dallo Spirito Santo presente nella Chiesa, che deve essere la sorgente, l'ispirazione delle preghiere personali che ogni fedele deve recitare, in più, ogni giorno.
La preghiera sarà la leva dell'azione di Pio X; e questo rinnovamento del canto gregoriano è appena l'inizio d'una serie di riforme e di iniziative di ordine liturgico che orienteranno, per vie nuove e al tempo stesso tradizionali, la vita spirituale dei fedeli. Riforma del breviario, che proporziona e armonizza la distribuzione dei salmi e che ridona alla domenica quel posto d'onore che il culto dei santi le aveva strappato nel Medio Evo; sviluppo del culto eucaristico; invito alla comunione frequente e quotidiana a cominciare dall'età della ragione; riaffermazione dell'ideale del sacerdozio. La fiamma dell'amore di questo santo Papa, ignis ardens, trabocca dai suoi insegnamenti e dalle sue prescrizioni. Così, poco alla volta, prende vita nella Chiesa un profondo rinnovamento di vita spirituale, nell'unione più intima delle anime, tra di loro, e in Cristo. E si viene così a determinare una duplice crescita, da una parte delle forze che resistono agli attacchi del nemico, dall'altra dell'omaggio reso a Dio con forma più piena, più alta, più pura.


Organizzatore e legislatore.

Fu non a caso che il Papa santo ricordò ai fedeli l'importanza fondamentale, non soltanto della preghiera (fatto che non si era mai avverato, del resto), ma particolarmente della preghiera liturgica: essa, infatti, è la preghiera stessa della Chiesa. Volendo riordinare ogni cosa in Cristo, è appunto nella Chiesa e mediante la Chiesa che si riconducono gli uomini a Lui. La Chiesa è la via che porta a Cristo ed è Cristo stesso comunicato alle anime, è il Suo Corpo mistico. Tale corpo visibile, Pio X volle renderlo sempre più bello e accogliente. Non volle che la Chiesa sembrasse una sorpassata società religiosa, una sopravvivenza medioevale, la bella testimonianza d'un passato ormai morto, senza rapporto col presente e senza influenza su di esso: si faceva indispensabile un sano riavvicinamento alla società moderna. Già Leone XIII se ne era convinto, ma quelle idee, allora ancora poco conosciute, e la mancanza di tempo, gli avevano impedito di giungere alla riorganizzazione del governo e dell'amministrazione ecclesiastica. Pio X affronta la riforma della Curia e degli Uffici delle Congregazioni romane. Era necessario ridare vita a certe abitudini fossilizzate da secoli. Le resistenze furono vive, ma il papa dimostrò di possedere, sia la forza e la tenacia, quanto la dolcezza e la pazienza. In pochi anni, la riforma venne portata a termine, alcune congregazioni scomparvero, altre vennero fuse tra loro, ognuna ricevette incarichi ben precisi. Sarebbe bastata questa sola riforma per rendere glorioso un pontificato: Pio X vi aggiunse ancora la completa riorganizzazione del Diritto Canonico. Quando il Papa morì, il Codice non era terminato e fu il suo successore, Benedetto XV, che lo promulgò dicendo che tale riforma poneva Pio X tra i più grandi studiosi di diritto canonico di tutta la storia.


Difensore della fede.

Ma tale opera di riordinamento non avrebbe portato eccessivi frutti se la fede, fondamento dell'unità della Chiesa, fosse rimasta in balìa dell'eresia. Lo spirito di ordine e di giustizia, già vivo nelle riforme fino ad allora effettuate, aiutò il Papa a portare a compimento gli insegnamenti di Leone XIII e a far risplendere, in tutto il suo splendore, la dottrina cristiana. Per questo, egli entrò in lotta contro l'eresia insidiosa che tentava di distruggere le fondamenta della fede: si può dire che gli undici anni di pontificato di Pio X siano stati una potente e vigorosa affermazione di fede cattolica. Sotto il suo insegnamento furono riaffermate le verità dei dogmi fondamentali: Dio trascendente e presente nelle creature; l'ordine soprannaturale e i suoi rapporti con la ragione e con la scienza; Cristo, Dio e Uomo; l'essenza della Chiesa, Corpo mistico di Cristo, società soprannaturale, fondata su Pietro; diversità tra la Chiesa docente e la chiesa che impara, valore assoluto delle definizioni dogmatiche; la soprannaturale efficacia dei sacramenti che oltrepassa il puro significato del simbolo; i canoni della interpretazione biblica; il senso della storia; le relazioni tra la Chiesa e lo Stato; le condizioni della salvezza. Furono ripresi pure, con meravigliosa chiarezza, gli elementi della nostra vocazione al fine soprannaturale, accessibile soltanto mediante la Grazia portata da Cristo. Il grande desiderio di Papa Pio X, di instaurare ogni cosa in Cristo, si manifesta soprattutto in questa preoccupazione di ridare alla fede della Chiesa tutto il suo splendore. A questo proposito, la sua delicatezza di coscienza fu esemplare, ma per smascherare e condannare ogni più piccolo germe di eresia diede esempio di fermezza e di inflessibile giustizia.


Il Santo.

Nel discorso della canonizzazione, descrivendo la sua forte personalità, Pio XII disse che Papa Sarto fu una figura gigantesca e dolce. Questo, appunto, è il carattere della sua santità: essa unisce, meglio e più che negli altri santi, a una grandezza sovrumana, l'umiltà, la bontà, la semplicità, qualità che attiravano le anime verso di lui. Realizzò, innanzitutto in se stesso, il programma al quale aveva richiamato gli uomini: Cristo viveva, Signore, nel suo cuore, nella sua intelligenza, nella sua volontà. Le brevi notizie che Pio XII ha inserito nel martirologio, in occasione della festa di questo santo, mostrano la pienezza dei doni e delle virtù soprannaturali che ornavano la sua anima e fecondavano le sue opere. Non sappiamo se si deve ammirare di più l'ardente carità o lo spirito di preghiera, il suo senso d'ordine e di giustizia o la sua profonda umiltà, l'integrità della fede o la fermezza delle sue direttive. Egli realizzò in sé l'ideale del cristiano, del prete, del pontefice. In ogni occasione, ha avuto l'intuizione realistica dei bisogni, delle aspirazioni, delle energie del suo tempo. È il giudice e il dottore della nostra società, il modello di santità adatto all'uomo del nostro tempo.
Vogliano rivolgersi a Lui le nostre società scristianizzate, ascoltare il suo messaggio, sollecitare le sue preghiere: sotto il pacifico giogo di Cristo Re, esse troveranno quella salvezza che nessuna altra potenza di questo mondo ha saputo loro dare.


VITA - Giuseppe Sarto nacque a Riese (diocesi di Treviso) il 2 giugno 1835; i suoi genitori erano poveri ma di molta onestà e profonda virtù. Venne battezzato il giorno seguente la nascita, ricevette la Cresima il 1° settembre del 1845, ricevette per la prima volta la santa Comunione il 6 aprile 1847. Nel 1850 entrò nel Seminario di Padova e venne ordinato sacerdote il 17 settembre 1858. Fu dapprima parroco di Salzano, poi segretario del Vescovo e Direttore Spirituale del Seminario di Treviso, Vescovo di Mantova nel 1884, Cardinale e Patriarca di Venezia nel 1893.
Il 4 agosto del 1903 venne eletto Sommo Pontefice, carica che accettò suo malgrado col nome di Pio X. I disastri della guerra che aveva tentato di impedire senza riuscirvi, lo portarono alla tomba il 4 agosto 1914.
Il popolo cristiano lo considerò già da allora un santo e, in seguito a numerose grazie e miracoli ottenuti mediante la sua intercessione, Pio XII lo beatificò il 3 giugno 1951 e lo dichiarò santo il 29 maggio 1954.

Preghiera di Pio XII.

O beato Pontefice, fedele servo del tuo signore, umile e fido discepolo del Divin Maestro, nel dolore e nella gioia, nei travagli e nelle sollecitudini sperimentato Pastore del gregge di Cristo, volgi il tuo sguardo su di noi che siamo prostrati dinanzi alle tue verginee spoglie. Ardui sono i tempi in cui viviamo; dure le fatiche che essi esigono da noi. La sposa di Cristo, affidata già alle tue cure, si trova di nuovo in gravi angustie. I suoi figli sono minacciati da innumerevoli pericoli nell'anima e nel corpo. Lo spirito del mondo, come leone ruggente, va attorno cercando chi possa divorare. Non pochi cadono sue vittime. Hanno occhi e non vedono; hanno orecchi e non odono. Chiudono lo sguardo alla luce della eterna verità; ascoltano le voci di sirene insinuanti ingannevoli messaggi. Tu, che fosti quaggiù grande suscitatore e guida del popolo di Dio, sii ausilio e intercessore nostro e di tutti coloro che si professano seguaci di Cristo [1].
Sì o san Pio X, gloria del sacerdozio, splendore e decoro del popolo cristiano. Tu, in cui l'umiltà parve affratellarsi con la grandezza, l'austerità con la mansuetudine, la semplice pietà con la profonda dottrina; Tu, pontefice della Eucarestia e del catechismo della fede integra e della fermezza impavida; volgi il tuo sguardo verso la Chiesa santa, che tu tanto amasti e alla quale dedicasti il meglio dei tesori che, con mano prodiga, la divina Bontà aveva deposto nell'animo tuo; ottienile la incolumità e la costanza, in mezzo alle difficoltà e alle persecuzioni dei nostri tempi; sorreggi questa povera umanità, i cui dolori così profondamente Ti afflissero, che arrestarono alla fine i palpiti del Tuo gran cuore; fa' che in questo mondo agitato trionfi quella pace, che deve essere armonia fra le nazioni, accorda fraterna e sincera collaborazione tra le classi sociali, amore e carità tra gli uomini, affinché in tal guisa quelle ansie, che consumarono la Tua vita apostolica, divengano, grazie alla Tua intercessione, una felice realtà, a gloria del Signore nostro Gesù Cristo, che col Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Così sia! [2].

[1] Nel giorno della beatificazione. Atti e Discorsi di S. S. Pio XII, vol. XIII, p. 157 s., Ed. Paoline, Roma.
[2] Nel giorno della Canonizzazione. Atti e Discorsi di S. S. Pio XII, vol. XVI, p. 133, Ed. Paoline Roma.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1047-1052

SANTO STEFANO,Re d'UngheriaSanto Stefano, Duca d'Ungheria nel 997, combatté vittoriosamente, anche con la forza delle ar...
02/09/2026

SANTO STEFANO,
Re d'Ungheria

Santo Stefano, Duca d'Ungheria nel 997, combatté vittoriosamente, anche con la forza delle armi, contro la ribellione, l'idolatria e la schiavitù nei suoi stati, e diede esempio ai suoi sudditi in tutte le virtù. Trascorreva gran parte delle sue notti pregando e meditando e, verso i poveri, mostrò una generosità veramente regale, arrivando persino a vendere le sue stoviglie per aiutarli. Ricevette la corona reale da Papa Silvestro II e divise il suo regno in undici diocesi, dopo aver chiamato a sé numerosi chierici e monaci. Questo re apostolo, per favorire le relazioni tra i popoli, fondò ospedali con monasteri a Gerusalemme, Costantinopoli, Roma e Ravenna. Una madre cristiana, Gisela di Baviera, lo aveva formato. Di notte, si recava in incognito negli ospedali e rendeva i più umili servizi ai malati. Consacrò il suo regno alla Madre di Dio, e la Vergine, in cambio, lo chiamò in cielo nel giorno della sua gloriosa Assunzione, nel 1038.

MEDITAZIONE
SULLA GIUSTIZIA

I. Temi la giustizia di Dio; sarà terribile nell'aldilà. Ora la misericordia gli lega le mani, ma poi il tempo della misericordia sarà finito e Dio ci giudicherà in tutto il rigore della sua giustizia. Che ne sarà di me, Signore, se mi giudichi in questo modo? Ah! Devo essere giudice di me stesso e condannarmi a fare penitenza per i miei peccati in questo mondo; perché mi perdonerai se mi punisco. Meno perdonerai te stesso, più Dio ti perdonerà (Tertulliano).

II. Quando parli degli altri, sii giusto con loro; parla di ciò che li riguarda come di ciò che riguarda te stesso. Ascoltandoti, si direbbe che tutto ciò che fai è eccellente e che tutto ciò che fanno gli altri lascia molto a desiderare. C'è molta ingiustizia e pochissima carità nel confronto che fai delle tue azioni con quelle del tuo prossimo.

III. Sforzati di diventare ogni giorno più giusto e più santo; dimentica il poco bene che hai fatto, così da poter pensare solo ai peccati che hai commesso. Considera quanto sei ancora lontano dalla santità di Gesù Cristo e degli eletti; confronta anche la tua vita con quella di tante anime sante che conosci, e sarai umiliato dal cammino che devi ancora percorrere per raggiungere la santità. Mettiti all'opera con coraggio. Non avanzare è retrocedere; perché nulla rimane fermo in questa vita (San Bernardo).

Giustizia.
Prega per la Chiesa in Ungheria.

PREGHIERA
Concedi alla tua Chiesa, o Dio onnipotente, che dopo aver avuto come propagatore durante il suo regno terreno il tuo confessore Stefano, meriti di trovare in lui un glorioso difensore in cielo. Di J. C. N. S.

Fonti: Martirologio Romano (1956), Santorale di Giovanni Stefano Grosez, S.J., Volume III; Indice dei Santi Patroni.

MESE DI SETTEMBRE DEDICATO AI SETTE DOLORI DI MARIA SANTISSIMALa Madre di Dio rivelò a Santa Brigida che, chiunque recit...
01/09/2026

MESE DI SETTEMBRE DEDICATO AI SETTE DOLORI DI MARIA SANTISSIMA

La Madre di Dio rivelò a Santa Brigida che, chiunque reciti sette "Ave Maria" al giorno meditando sui suoi dolori e sulle sue lacrime e diffonda questa devozione, godrà dei seguenti benefici:

La pace in famiglia.
L’illuminazione circa i misteri divini.
L'accoglimento e la soddisfazione di tutte le richieste purché siano secondo la volontà di Dio e per la salvezza della sua anima.
La gioia eterna in Gesù e in Maria.

PRIMO DOLORE Santa Madre di Dio, per il dolore che provasti quando Simeone profetizzò che la tua anima sarebbe stata trafitta da una spada.
AVE MARIA...

SECONDO DOLORE Santa Madre di Dio, per il dolore che provasti durante la fuga e l'esilio in Egitto, per la preoccupazione di sapere attentata la Vita del Tuo Divin Figlio e per il dispiacere di allontanarti da Nàzaret
AVE MARIA...

TERZO DOLORE Santa Madre di Dio, per il dolore che provasti nei tre giorni in cui cercasti senza sosta con Giuseppe il Tuo Divin Figlio dodicenne smarrito a Gerusalemme
AVE MARIA...

QUARTO DOLORE Santa Madre di Dio, per il dolore che provasti quando incontrasti il Tuo Divin Figlio carico della Croce e completamente piagato sulla via del Calvario
AVE MARIA...

QUINTO DOLORE Santa Madre di Dio, per il dolore straziante che provasti quando assistetti alla crocefissione del Tuo Divin Figlio
AVE MARIA...

SESTO DOLORE Santa Madre di Dio, per il dolore che provasti quando deposero il corpo straziato e senza vita del Tuo Divin Figlio sulle Tue braccia
AVE MARIA...

SETTIMO DOLORE Santa Madre di Dio, per il dolore che patisti durante la sepoltura del Tuo Divin Figlio, per la Tua solitudine e le Tue lacrime
AVE MARIA...

30 AGOSTO 2026DOMENICA XIVDOPO LA PENTECOSTEMESSAVolgi lo sguardo a noi, o Dio protettore, volgi lo sguardo al volto del...
30/08/2026

30 AGOSTO 2026
DOMENICA XIV
DOPO LA PENTECOSTE

MESSA

Volgi lo sguardo a noi, o Dio protettore, volgi lo sguardo al volto del tuo Cristo. Oggi la Chiesa si accosta all'altare cominciando con le parole riferite. La Chiesa è la Sposa dell'Uomo-Dio, è la sua gloria (1Cor 11,7), ma lo Sposo, dice san Paolo, è a sua volta immagine e gloria di Dio (ibidem) e capo della Sposa (ivi 3; Ef. 5,23). Realmente dunque e con la certezza di essere ascoltata, la Chiesa, volgendosi a Dio tre volte santo, lo prega di volgere i suoi occhi, guardando Lei, sul volto del suo Cristo.

La gloria futura, pensando alla quale la Chiesa esulta, e la dignità dell'unione divina che, già in questo mondo, la rende veramente Sposa, non le impediscono di sentire sempre il bisogno di un soccorso dall'alto, perché, se per un solo istante il cielo l'abbandonasse, vedrebbe i suoi figli portati dalla umana fragilità all'abisso dei vizi, che l'Apostolo descrive, e lontano dalle virtù, che egli esalta.

EPISTOLA (Gal 5,16-24). - Fratelli: Camminate secondo lo spirito e non soddisferete i desideri della carne. Infatti la carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito desideri contrari alla carne, essendo queste cose opposte fra loro in modo che non potete fare tutto quel che vorreste. Ma se siete guidati dallo spirito, non siete sotto la legge. Si conoscono facilmente le opere della carne che sono la fornicazione, la impurità, l'impudicizia, la lussuria, l'idolatria, i venefici, le inimicizie, le contese, le gelosie, l'ira, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi, le ubbriachezze, le gozzoviglie, ed altre simili cose, riguardo alle quali vi avverto, come vi ho già avvertiti, che chi fa tali cose non conseguirà il regno di Dio. Invece è frutto dello Spirito la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Contro siffatte cose non v'è legge. Ora quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne coi suoi vizi e le sue concupiscenze.

Spirito e carne.

Nell'Epistola che abbiamo letto l'Apostolo ci presenta gli intimi rapporti che nella nostra vita uniscono questi tre elementi: spirito, libertà, carità. San Paolo dice a noi, come diceva ai Giudei, che vi è una legge sola: la carità. Chi ama osserva tutta la legge e la legge non è che spezzettamento della carità. La carità elimina tutti gli egoismi e perciò le contestazioni, le rivalità, le divisioni, tutto quanto minaccia e rovina la gioia della vita cristiana.

Obbediamo allo spirito, egli insiste, al principio interiore della nostra vita soprannaturale e respingiamo le tendenze della carne. Sono carne per lui l'egoismo e l'insieme delle disposizioni e tendenze che si ribellano all'azione di Dio. Portiamo infatti in noi stessi, anche dopo il Battesimo, che è spirituale rinascita, un focolaio di desideri e tendenze, che contrastano lo Spirito di Dio e ne risulta un conflitto tra la carne, che vuole riprendere il suo predominio, e lo spirito che vuole conservare il suo.

Il conflitto cessa soltanto quando, riedificati in Cristo Gesù, nostro Signore, ci lasciamo guidare dallo Spirito, quando le opere dell'egoismo hanno perduto tutto il loro fascino.

Opere della carne, egli dice, sono quelle che procedono dall'amore di se stessi ...: coloro che ad esse si abbandonano non hanno posto nel regno di Dio. Conoscere le opere dello Spirito, che sono le opere sane, sante, vive, alle quali l'Apostolo da il nome di frutti, non solo perché sono il prodotto finale della nostra attività spirituale, ma perché si compiono nella gioia, e perché ne raccogliamo, Dio e noi, il sapore e il beneficio. Tali frutti ci legano a Dio, ci danno riposo in Lui e, in mezzo agli avvenimenti più diversi, ci dispongono opportunamente verso il prossimo e ci rendono padroni di noi stessi.

"Coloro che sono con Cristo, che fanno parte di Cristo, per il Battesimo, hanno soffocato la carne e la precedente vita avuta in Adamo coi suoi desideri, con le sue tendenze e le sue brame. Essi sono portati in un ordine nuovo nel quale lo Spirito di Dio è per loro principio di vita e devono conservare morto ciò che nel giorno del Battesimo è veramente morto, vivendo nello Spirito e lasciandosi guidare dallo Spirito in tutta la loro attività" (Dom Delatte, Lettere di San Paolo, I, 536-538).

VANGELO (Mt 6,24-33). - In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli: Nessuno può servire a due padroni, sicuramente o odierà l'uno e amerà l'altro, o sarà affezionato al primo e disprezzerà il secondo. Non potete servire a Dio e a mammona. Perciò vi dico: Non siate troppo solleciti per la vita vostra di quel che mangerete, né per il vostro corpo di che vi vestirete. La vita non vale più del cibo, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli dell'aria: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il vostro Padre celeste li nutre. Or non valete voi più di loro? E chi di voi, con tutto il suo ingegno può aggiungere alla sua statura un sol cubito? E perché vi prendete cura per il vestito? Guardate come crescono i gigli del campo: non faticano, né filano; eppure vi assicuro che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu mai vestito come uno di loro. Or se Dio riveste in questa maniera l'erba del campo, che oggi è e domani viene gettata nel forno, quanto più vestirà voi, gente di poca fede? E non vogliate angustiarvi dicendo: Che mangeremo, che berremo, di che ci rivestiremo? Tutte queste cose preoccupano i Gentili; or il Padre vostro sa che avete bisogno di tutto questo. Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date per giunta.

Le tre concupiscenze.

Per fiorire veramente nelle anime, la vita soprannaturale deve vincere tre nemici, che san Giovanni chiama concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita (1Gv 2,16). Nell'Epistola del giorno abbiamo veduto l'ostacolo frapposto allo Spirito dal primo di questi nemici e come lo si possa superare. L'umiltà, sopra la quale nelle domeniche precedenti ci ha spesso richiamati la Chiesa, è il rovesciamento della superbia della vita. Oggetto del Vangelo che abbiamo letto è la concupiscenza degli occhi o attacco ai beni del mondo, che di bene hanno soltanto la speciosa, ingannevole apparenza.

Il buon uso delle ricchezze.

Nessuno, dice l'Uomo-Dio, può servire due padroni. - I due padroni dei quali parla sono Dio e Mammona, cioè la ricchezza. La ricchezza non è cattiva per se stessa e, se acquistata con mezzi legittimi e usata secondo i disegni di Dio, supremo padrone, serve ad assicurarci i beni veri, ad accumulare nella patria eterna tesori che non temono ne ruggine, né ladri (Mt 5,19-20). Sebbene la povertà, dopo che il Verbo la fece sua sposa, sia la nobiltà dei cieli, resta grande la missione del ricco chiamato a sfruttare, in nome dell'Altissimo, le varie parti della creazione materiale. Dio si degna affidare a lui il nutrimento e il sollievo dei suoi figli prediletti, le membra n**e e sofferenti del Cristo, lo chiama a sostenere gli interessi della Chiesa, a promuovere le opere della salvezza, gli confida lo splendore dei suoi templi.

È felice e degno di lode colui, che in tale modo riconduce i frutti della terra e i metalli che essa chiude nel seno a glorificare il loro autore! Non abbia paura: gli anatemi, usciti così spesso dalla bocca dell'Uomo-Dio contro i ricchi e i felici del mondo, non lo riguardano. Egli infatti ha un solo padrone: il Padre che è nei cieli, del quale si considera umilmente il tesoriere. Mammona non lo domina, anzi egli lo riduce suo schiavo e lo pone al servizio del suo zelo. La diligenza, che usa nell'amministrare i suoi beni con giustizia e carità, non è l'attaccamento condannato dal Vangelo: anche per mezzo di essa egli segue la parola del Signore e cerca prima il regno di Dio, e la ricchezza che dalle sue mani è destinata ad opere buone, non distoglie i suoi pensieri dal cielo dove sono i suoi tesori e il suo cuore (Mt 6,21).

Cattivo uso della ricchezza.

È cosa molto diversa quando la ricchezza non è più considerata mezzo, ma fine dell'esistenza e fa trascurare o magari dimenticare il fine ultimo di essa. Le parole dell'avaro rapiscono l'anima, dice lo Spirito Santo (Pr 1,19) e veramente, spiega l'Apostolo al discepolo Timoteo, l'amore del denaro spinge l'uomo alla tentazione, lo avvolge nelle reti del demonio con la moltitudine di pensieri cattivi e vani che suscita, lo sprofonda sempre più nell'abisso inducendolo a vendere, se occorre, anche la fede (1Tm 6,9-10). L'avaro più possiede meno sa donare e la sua vita si riduce a custodire il suo tesoro, a contemplarlo (Eccli 5,9-10), a pensarlo quando per necessità ne è lontano: la sua passione diventa idolatria (Ef 5,5; Col 3,5). Presto Mammona per lui non è soltanto un padrone, ma un dio davanti al quale, prostrato giorno e notte, immola amici, parenti, patria e se stesso, sacrificandogli l'anima sua e buttandogli davanti, come osserva l'Ecclesiastico, il cuore (Eccli 10, 10).

Non ci deve stupire che il Vangelo presenti Dio e Mammona come rivali inconciliabili: solo Mammona sacrificò sul suo altare Dio stesso per trenta monete d'argento! È Mammona un angelo decaduto la cui gloria infame balena del più sinistro splendore sotto le volte infernali, perché il demone del guadagno consegnò ai carnefici il Verbo eterno! Pesa sugli avari il deicidio: la miserabile loro passione, qualificata dall'Apostolo radice di ogni male (1Tm 6,10), fa legittimamente suo il maggior delitto che il mondo abbia commesso.

Lezione di confidenza.

Senza giungere agli eccessi, che fecero dire agli autori dei libri ispirati dell'antico testamento: - Nulla più delittuoso dell'avaro, nulla più iniquo dell'amore del denaro (Eccli 10,9-10) - riguardo ai beni del mondo è facile lasciarsi portare ad una esagerata sollecitudine, che la prudenza non ammette. Il Creatore, che non trascura gli uccelli dell'aria e i gigli del campo, potrebbe dimenticare di nutrire e vestire l'uomo per il quale furono creati gli uccelli e i gigli? Da quando l'uomo può dire a Dio: Padre, l'inquietudine, che la stessa ragione condanna, è per i cristiani un'ingiuria a Colui del quale sono figli e la loro viltà d'animo meriterebbe l'abbandono da parte del Signore di tutte le cose.

La parola precisa del Signore assicura ad essi i beni di questa valle d'esilio, nella misura utile al viaggio che li deve portare al cielo, se, tenendo presente la nobiltà della loro origine, essi cercano prima di tutto il regno di Dio, che serba per essi la corona nella vera patria.

PREGHIAMO

O Signore, nella tua bontà, custodisci sempre la tua Chiesa formata da uomini che senza il tuo aiuto soccombono al peccato, liberala dal male e indirizzala verso il bene.


da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 484-488

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