19/06/2026
Per fermare questi affaristi (col c..o de noantri) tocca fare un 3* Referendum...
𝗣𝗥𝗜𝗠𝗢 𝗦𝗜̀ 𝗔𝗟 𝗡𝗨𝗖𝗟𝗘𝗔𝗥𝗘
Il 5 giugno la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge delega del governo per reintrodurre l’energia nucleare in Italia. Si tratta di un passo antidemocratico, incostituzionale ed eversivo nel metodo e contrario all’interesse del popolo italiano nel merito.
Scelta in primo luogo antidemocratica in quanto il referendum del novembre 1987, un anno dopo la catastrofe di Cernobyl, aveva chiaramente esplicitato la volontà del popolo italiano di cancellare gli impianti nucleari come fonte di produzione dell’energia elettrica, per la loro estrema pericolosità, per l’impossibilità di smaltire i rifiuti radioattivi, per il loro ingentissimo costo di costruzione e di manutenzione.
Scelta incostituzionale in quanto pretenderebbe di negare la legittimità, il valore nel tempo e il significato cogente della forma di democrazia diretta sancita dalla Costituzione.
Scelta eversiva in quanto la produzione di energia nucleare fa riferimento a una concezione dello Stato autoritaria, in quanto il confine tra produzione a fini civili e a fini militari è assai labile e in quanto tale forma di produzione è contraria alla salute e al ben essere della popolazione. La spesa pubblica incrementata dagli enormi costi di costruzione, manutenzione e smantellamento a fine vita degli impianti è un attacco in particolare ai ceti popolari.
Cernobyl, in Ucraina, nel 1986 era stata solo la catastrofe peggiore, ma non l’unica: quella Fukushima in Giappone, nel 2011, portò in Italia a un secondo referendum contro il ritorno dell’energia nucleare. Altri incidenti, per citare solo i più gravi, erano avvenuti a Kyshtym in Russia nel 1957; a Windscale, in Gran Bretagna, nel 1957; a Three Miles Island in USA nel 1979; a Goiania, in Brasile nel 1987. Incidenti sempre rilevanti si erano verificati in altri luoghi del pianeta, tra cui ancora in Giappone e nel sud della Francia, nel 1969 e nel 1980, vicinissimo a noi.
Nonostante lo smantellamento iniziato nel 1999, esistono ancora in Italia quattro centrali nucleari: Trino Vercellese, Caorso (Piacenza) sulla riva del Po, Latina e Garigliano (Caserta), e quattro impianti legati al ciclo del combustibile nucleare: Eurex di Saluggia (Vercelli), Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo (Alessandria), Ipu e Opec a Casaccia (Roma) per lo stoccaggio temporaneo (!) di rifiuti radioattivi solidi e liquidi e Itrec (Impianto di Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibili) di Rotondella (Matera).
Da oltre 25 anni la Sogin, società pubblica responsabile del processo di smantellamento di tali impianti, ha speso più di 5 miliardi di euro e, quando i lavori saranno terminati, si arriverà a superare gli 11 miliardi, secondo le stime di ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente). Intanto nelle bollette pagate dal popolo italiano sono comprese non solo le accise sui carburanti, ma anche i costi per lo smantellamento dei vecchi impianti, anche se di questo non si parla.
Data la natura franosa e soggetta ai terremoti - dal Friuli alla Sicilia – del territorio italiano è pure arduo, se non impossibile, individuare un sito adatto allo stoccaggio permanente delle scorie radioattive già esistenti: forse l’unica possibilità da questo punto di vista sarebbe la Pianura Padana, dato e non concesso che ciò sia consentito dall’estesa urbanizzazione e dal consenso delle popolazioni che ne sarebbero più direttamente coinvolte. Figurarsi pensare a nuovi impianti.
La produzione di energia mediante impianti nucleari di qualunque generazione e con qualunque tecnologia è antidemocratica anche in quanto è centralizzata in pochi siti facilmente suscettibili di attacchi eversivi (meglio prevenire, anche se le mafie hanno cambiato strategia e l’estrema destra ha scelto la via elettorale); e comunque è sottratta a qualunque forma di controllo e di coinvolgimento popolare e da parte degli enti locali. Opposta è la produzione di energia da fonti alternative mediante le Comunità energetiche.
Il governo dimostra di aver fretta, per sfruttare la crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina e l’aumento del costo del petrolio a seguito della guerra contro l’Iran e per distrarre dai bisogni delle classi lavoratrici. A tal fine arriva all’impudenza di definire “pulita “l’energia dall’atomo e di cercare di nascondere che la costruzione di nuove centrali richiede almeno un decennio: un decennio in Paesi “normali”, che in Italia si allungherebbe a dismisura per il gioco degli extracosti e delle relative tangenti.
Maria Carla Baroni
Dipartimento Territorio e Ambiente