12/08/2026
«Un ab**to che ho deciso a 24 anni quando stavo con Paolo da un anno ha condizionato tutta la nostra vita insieme. Da allora, per riprendermi quello che non avevo avuto la maturità di scegliere in quel momento, ho accumulato errori su errori.
Essere madre era sempre stato il mio sogno. Pensi che ho imparato a leggere prestissimo, ma ho finito di giocare con le bambole tardissimo: a 12 anni andavo ancora in giro col bambolotto.
Mi stavo laureando in Scienze della Comunicazione, ero fiera di mantenermi da sola grazie a lavori da modella e telepromozioni. È così che avevo conosciuto Paolo, che però aveva una sua ferita emotiva: era già papà, i due figli erano stati portati in America da piccoli e per lui era stato un lutto.
Mi sono innamorata e mi sono gettata a capofitto in quella storia. La gravidanza non era cercata, ma avrei voluto che Paolo mi dicesse “che bello, questo bimbo è frutto del nostro amore”.
Invece, non era pronto.
L’ho capito, non l’ho accusato e, fra diventare madre senza di lui o avere lui, ho scelto lui. Ho creduto che, fatto l’intervento, sarebbe finita lì.
Mi sbagliavo.
Invece, la rabbia per ciò che mi era stato tolto si è fatta sentire.
Se Paolo mi parlava dei suoi figli, ero lacerata, pensavo che non mi considerasse abbastanza importante per giustificare un’altra sua paternità.
Gli dicevo: zitto, mi ferisci. Era una situazione tossica. Ci siamo sposati perché ci amavamo, ma anche per un intreccio di altre ragioni.
E poi è nata Silvia.
Sì, ma aveva una cardiopatia, è stata operata appena nata e ha avuto un’ipossia: non sapevamo che danni avrebbe avuto. È stato uno shock.
Ho passato i primi mesi a letto, mentre mia madre si occupava di lei. Ero annichilita, distrutta dal senso di colpa.
Pensavo: sono stata punita per aver rinunciato al mio primo bambino. Mi sono chiusa in me stessa: avevo fallito, non ero stata perfetta e mi vergognavo.
Da allora, per anni, ho inseguito un ideale di maternità irrealizzabile. […]
Un giorno, Silvia mi ha visto piangere mentre le mettevo il tutore, mi ha alzato il viso e mi ha chiesto: perché piangi? Ho capito che mi stava dicendo “io sono questa e sto bene così e, se sto male, è perché tu piangi”.
Ho capito che, se il destino le aveva tolto delle cose, io non potevo toglierne altre con la mia paura, il mio fastidio, la mia rabbia. […]
Alla fine, cos’è «quello che rimane»? Aver imparato qualcosa che posso insegnare ai miei figli, perché non commettano i miei stessi errori.
Per tutta la vita, ho creduto che essere forte significasse non crollare mai, invece, la vera forza è sapere dire “non ce la faccio”, mostrare le fragilità e farsi aiutare».
—Sonia Bruganelli