27/05/2026
# Riforma della disabilità in Valle d’Aosta: il nostro intervento in Commissione
Oggi La casa di sabbia è stata ascoltata in Commissione consiliare regionale nell’ambito del confronto sulla riforma della disabilità e sulla sua applicazione in Valle d’Aosta. Abbiamo ringraziato per l’opportunità, perché crediamo che questo passaggio sia importante: la riforma della disabilità non è soltanto una questione tecnica o amministrativa, ma riguarda la vita concreta delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Riguarda il modo in cui una persona viene ascoltata, valutata e accompagnata; riguarda la possibilità che i sostegni non siano più frammentati, ma costruiti attorno alla persona, ai suoi bisogni, ai suoi desideri e al suo contesto di vita.
# # Rivedere il sistema di valutazione di base
Nel nostro intervento abbiamo sottolineato innanzitutto la necessità di rivedere il sistema valdostano di valutazione di base. Oggi in Valle d’Aosta esiste ancora una commissione di secondo grado per i ricorsi in materia di invalidità civile: un passaggio che, nella pratica, appare sempre meno utile e sempre più distante dal quadro nazionale. A livello nazionale, infatti, il contenzioso in materia di invalidità civile passa attraverso l’accertamento tecnico preventivo obbligatorio davanti al Tribunale, ai sensi dell’art. 445-bis del codice di procedura civile. In Valle d’Aosta, invece, permane questo ulteriore livello amministrativo, che per le famiglie significa tempi più lunghi, maggiore fatica e spesso pochissime possibilità concrete di vedere modificata la prima valutazione. Abbiamo ricordato che, secondo i dati disponibili, oltre il 95% dei ricorsi davanti alla commissione di secondo grado viene respinto. È un dato che impone almeno una domanda: questo passaggio serve davvero a garantire una rivalutazione effettiva o rischia di essere soltanto un filtro burocratico? La riforma introdotta dal D.Lgs. 62/2024 parla di una valutazione di base unitaria, orientata a superare la frammentazione degli accertamenti, e attribuisce all’INPS un ruolo centrale nel nuovo procedimento valutativo. Proprio per questo abbiamo segnalato un punto di forte preoccupazione: ad oggi non conosciamo le riflessioni della Regione Valle d’Aosta su questo pezzo della riforma. Non sappiamo se e come si intenda superare la commissione di secondo grado, quali interlocuzioni siano in corso con l’INPS, come verrà raccordato il sistema valdostano con la nuova valutazione di base prevista dalla riforma e quali modifiche normative o organizzative saranno necessarie. Eppure, questo passaggio non è secondario: è la porta d’ingresso al riconoscimento della condizione di disabilità e, quindi, a molti sostegni successivi. Per questo abbiamo chiesto che il tema non venga rinviato o lasciato sullo sfondo, ma affrontato in modo trasparente e condiviso, coinvolgendo anche le associazioni e le famiglie. Il confronto con altri territori dimostra che è possibile muoversi per tempo. La Provincia autonoma di Trento, ad esempio, ha già legiferato da tempo sul recepimento della riforma e sull’avvio della sperimentazione. Non si tratta di copiare modelli altrui, ma di non arrivare impreparati. La Valle d’Aosta ha una sua autonomia e una sua specificità; proprio per questo dovrebbe usare questi mesi per chiarire, discutere e costruire un sistema coerente con la riforma, evitando che famiglie e persone con disabilità si ritrovino ancora una volta davanti a procedure poco comprensibili, tempi incerti e uffici che non si parlano.
# # Una regolamentazione difficile, da costruire insieme
Abbiamo poi evidenziato un altro nodo molto delicato: la futura regolamentazione regionale, soprattutto per quanto riguarda la graduazione dei sostegni e la definizione dell’intensità di cura.
Sarà un passaggio complesso, e va riconosciuto. Il lavoro del legislatore e del regolatore, in questo caso, è particolarmente difficile, perché dovrà cercare un equilibrio non semplice: da un lato evitare che situazioni simili vengano trattate in modo diverso o che restino escluse persone con bisogni reali; dall’altro lato evitare criteri troppo ampi, generici o indeterminati, che rischierebbero di aprire la strada all’arbitrarietà e a decisioni non omogenee. Per questo abbiamo chiesto che la regolamentazione venga costruita in modo condiviso, con il coinvolgimento delle associazioni, delle famiglie, delle persone con disabilità e degli operatori. Non si può scrivere una buona regolamentazione senza ascoltare chi vive ogni giorno le difficoltà del sistema, ma nemmeno senza costruire criteri chiari, trasparenti e verificabili. In particolare, abbiamo richiamato la centralità della valutazione multidimensionale. È lì che dovrà essere definita, caso per caso, l’intensità dei sostegni necessari, non come semplice applicazione meccanica di una tabella, ma attraverso una lettura complessiva della persona, del suo funzionamento, delle sue necessità di cura, dei suoi contesti di vita e delle risorse realmente disponibili. La questione non è soltanto “quante ore” o “quali servizi”, ma quale livello di sostegno sia necessario perché quella persona possa vivere con dignità, partecipare, comunicare, uscire di casa, mantenere relazioni, frequentare la scuola o percorsi successivi, alleggerire il carico familiare e costruire una vita il più possibile piena. La valutazione multidimensionale non dovrebbe quindi limitarsi a verificare quali servizi siano già disponibili, ma dovrebbe partire da una domanda più impegnativa: che cosa serve davvero a questa persona, con questa intensità di cura, in questo contesto familiare e sociale, per vivere e partecipare? Solo dopo si dovrebbe ragionare su quali interventi attivare, quali risorse impegnare, quali servizi adattare e quali soluzioni costruire. Proprio perché la materia è delicata, servono criteri rigorosi ma non rigidi: abbastanza chiari da evitare disparità di trattamento e decisioni arbitrarie, ma abbastanza attenti da non schiacciare situazioni diverse dentro categorie troppo strette. La riforma sarà credibile solo se riuscirà a tenere insieme equità, personalizzazione e sostenibilità.
# # Il progetto di vita non è una lista di servizi
Uno dei punti su cui abbiamo insistito maggiormente riguarda il significato stesso di progetto di vita. Il progetto di vita non deve diventare una semplice lista dei servizi già disponibili e non può essere costruito partendo dalla domanda: “Che cosa abbiamo già da offrire?”. Deve partire da un’altra domanda, molto più impegnativa: “Che cosa serve davvero a questa persona per vivere, partecipare, scegliere, crescere, mantenere relazioni, uscire di casa, avere un futuro possibile?”. Solo dopo si deve ragionare su come organizzare i sostegni, le risorse, gli interventi e gli accomodamenti necessari. Se il progetto di vita si limita a mettere insieme ciò che già esiste, la riforma rischia di cambiare le parole, ma non la vita delle persone. Per noi questo è un punto essenziale: il progetto di vita deve avere obiettivi chiari, tempi definiti, responsabilità individuate, sostegni concreti e risorse effettivamente disponibili. Deve poter essere verificato, aggiornato e modificato quando la vita cambia; non può essere un documento che resta chiuso in un fascicolo, ma deve diventare uno strumento vivo, capace di accompagnare davvero la persona.
# # Accompagnare il dopo scuola
Abbiamo ripreso anche la necessità di costruire percorsi seri di accompagnamento dopo la scuola.
Per molte famiglie la fine del percorso scolastico è uno dei momenti più difficili. Finché c’è la scuola, pur con tutte le criticità, esiste una cornice: il PEI, gli insegnanti, gli assistenti, una quotidianità, una rete di riferimento. Quando la scuola finisce, però, troppo spesso quella rete si interrompe e la famiglia si ritrova davanti a un vuoto, proprio nel momento in cui servirebbe più continuità. Per questo abbiamo chiesto che il progetto di vita venga costruito per tempo, prima della fine del percorso scolastico, e che accompagni davvero il passaggio all’età adulta: non con soluzioni standard, ma con percorsi pensati sulla persona. La transizione dopo la scuola non può essere affrontata quando l’anno scolastico è già finito; va preparata prima, con la famiglia, con la scuola, con i servizi sociali, con la sanità e con il territorio. Non si può chiedere alle famiglie di reggere da sole il passaggio più fragile.
# # Una piattaforma per partecipare davvero
Durante il confronto è emersa anche, da parte dei commissari, la suggestione di una piattaforma che possa favorire la partecipazione di tutti i soggetti coinvolti. Abbiamo accolto positivamente questa proposta, perché una piattaforma ben pensata potrebbe diventare uno strumento utile per rendere il percorso più trasparente, più condiviso e più accessibile anche alle famiglie. Potrebbe aiutare a raccogliere documenti, seguire lo stato del progetto, facilitare il confronto tra servizi, evitare che le famiglie debbano ogni volta ricominciare da capo, raccontando sempre la stessa storia a uffici diversi. Naturalmente, uno strumento digitale da solo non basta; può però aiutare se viene costruito bene, con attenzione all’accessibilità, alla semplicità d’uso e alla reale partecipazione delle persone con disabilità e delle famiglie. La piattaforma non dovrebbe essere un ulteriore adempimento, ma uno spazio condiviso, capace di tenere insieme informazioni, documenti, passaggi, decisioni, responsabilità e tempi, perché la famiglia non può continuare a essere il collegamento tra uffici che non si parlano.
# # Più flessibilità per gli assistenti personali.
Infine, abbiamo richiamato un problema molto concreto: la gestione degli assistenti personali. Oggi molti progetti rischiano di restare sulla carta perché trovare, assumere e sostituire personale è estremamente difficile. Il modello basato esclusivamente sull’assunzione diretta da parte della persona con disabilità o della famiglia non sempre è sostenibile: può funzionare in alcuni casi, ma non può essere l’unica strada. Serve maggiore flessibilità. Abbiamo chiesto che vengano previste modalità diverse di gestione, anche attraverso enti o cooperative qualificate, quando questo permette di garantire continuità, sostituzioni, formazione e maggiore serenità alle famiglie. Un progetto di vita non può dipendere solo dalla capacità della famiglia di diventare datore di lavoro, selezionare personale, gestire contratti, coprire assenze, trovare sostituti e affrontare ogni emergenza. Il diritto al sostegno non può trasformarsi in un ulteriore carico organizzativo sulle famiglie. Se il progetto di vita riconosce un bisogno, il sistema deve porsi anche il problema di come rendere quel sostegno realmente disponibile. Non basta approvare un progetto: bisogna fare in modo che possa vivere.
# # Una riforma da rendere concreta Il nostro intervento è partito da una convinzione semplice: la riforma della disabilità può essere una grande occasione per la Valle d’Aosta, ma solo se verrà applicata davvero. Solo se il progetto di vita diventerà uno strumento concreto e non una nuova pratica burocratica; solo se la valutazione multidimensionale sarà davvero partecipata; solo se la valutazione di base verrà ripensata in modo coerente con la riforma; solo se le famiglie non saranno lasciate sole a tenere insieme pezzi di sistema che ancora oggi faticano a parlarsi; solo se i sostegni seguiranno la persona, e non il contrario.
Come La casa di sabbia continueremo a seguire questo percorso con attenzione, portando nei tavoli istituzionali quello che vediamo ogni giorno accanto alle famiglie: le fatiche, le attese, gli ostacoli, ma anche le possibilità. Perché una riforma non si misura dalle parole scritte negli atti, ma da ciò che cambia nella vita delle persone.