13/07/2026
Il canto rimasto tra gli ulivi
In memoria delle vittime del 12 luglio 2016
C’è un suono che, in Puglia, non si spegne mai nelle ore più calde dell’estate. È un respiro metallico, ritmico, quasi ipnotico, che sale dalla terra arsa e si arrampica sui tronchi contorti degli ulivi secolari. È il frinire dei grilli e delle cicale, la colonna sonora di un mezzogiorno di luglio che sembra sospendere il tempo, cristallizzando ogni cosa sotto un cielo di cobalto e di fuoco.
Il 12 luglio 2016, quel canto era lo stesso di sempre. Un coro eterno, antico come la terra di Bari, che accompagnava la quiete laboriosa di una giornata qualunque. Tra i campi di Andria e Corato, la terra rossa bruciava sotto il sole accecante, e in quel silenzio rurale solo la voce degli insetti ricordava che tutto era vivo.
Poi, l’orologio ha segnato le 11:06.
In un frammento di secondo, la lamiera ha violentato la terra. Un boato sordo, improvviso, estraneo a quella campagna abituata solo al vento e alle stagioni. Due treni, carichi di storie, di sogni, di studenti che tornavano a casa e di lavoratori stanchi, si sono scontrati sullo stesso binario unico, lì dove gli ulivi si sporgono quasi a toccare i vagoni.
Per un istante infinito, dopo lo schianto, c'è stato il vuoto. Una nuvola di polvere grigia ha coperto l'oro del grano e il verde delle foglie. E in quella frazione di secondo, persino la natura è rimasta mozza, sospesa in un silenzio di pietra e terrore.
Ma la vita e la morte, in quel lembo di terra, si sono consumate sotto gli occhi dello stesso paesaggio. Poco dopo, mentre il fumo saliva lento verso il cielo e le prime grida di dolore squarciavano l'aria, quel frinire è ricominciato. Più piano, forse. O forse più forte, quasi a voler coprire il rumore del disastro, a voler cullare chi non c'era più.
Mentre i soccorritori scavavano tra le lamiere accartocciate, tra i rami d'ulivo spezzati e i binari divelti, i grilli hanno continuato a cantare. Non era indifferenza. Era una preghiera laica, un requiem sussurrato da migliaia di piccole voci invisibili per le ventitré vite che si erano fermate lì, su quella terra rossa. Un canto che sembrava dire: noi vi teniamo qui, noi vi ricordiamo.
Quando è scesa la sera di quel lunghissimo, tragico giorno, e le luci dei riflettori hanno sostituito il sole brutale del pomeriggio, i grilli non hanno smesso. Nel silenzio commosso di una regione intera, piegata dal dolore, quel frinire è diventato una veglia. Una carezza invisibile per le famiglie spezzate, un eco di normalità perduta che si ostinava a resistere tra le foglie.
Oggi, chi passa da quel tratto di ferrovia sa che il silenzio non esiste più. C'è un'assenza che grida. Ma se ci si ferma ad ascoltare, tra il fruscio del vento che muove le chiome d'argento degli ulivi, si sente ancora quel frinire. Non è più solo il suono dell'estate; è la voce di chi è rimasto custode di quel giorno, un canto eterno che protegge la memoria e sussurra i nomi di chi, su quel binario, ha trovato l'ultimo viaggio.