29/04/2026
A Torino la vedevano passare velocemente in bicicletta, con una borsa a tracolla e un’andatura decisa. Sembrava una maestra qualunque, diretta a scuola o da qualche parente. In realtà stava trasportando messaggi, ordini e a volte armi per la Resistenza.
Si chiamava Ada Gobetti ed era già segnata da una perdita importante, quando iniziò a muoversi in quel modo per la città.
Era nata nel 1902, in una Torino operaia, attraversata da fermenti culturali e politici. Da giovane conobbe Piero Gobetti, intellettuale e oppositore del fascismo. Si sposarono presto. Lei lo affiancò nelle sue attività, nella scrittura, nelle iniziative editoriali e politiche.
Poi arrivò il colpo più duro. Piero morì a soli venticinque anni, dopo le aggressioni subite dai fascisti. Ada rimase sola con un figlio piccolo. La sua vita cambiò in modo netto, ma non si fermò.
Durante l’occupazione nazifascista, tra il 1943 e il 1945, entrò nella Resistenza. Svolse diversi ruoli: staffetta, organizzatrice, collegamento tra gruppi partigiani, traduttrice di comunicazioni. Si spostava spesso di notte, cambiava itinerari, evitava controlli. Nella borsa portava documenti nascosti tra quaderni e libri, per rendere credibile il suo ruolo di insegnante.
Quel travestimento funzionava. Ai posti di blocco si presentava come una madre che andava a trovare familiari. Anche i soldati tedeschi, in più occasioni, la lasciarono passare senza sospetti.
Poi arrivò il riconoscimento. Dopo la Liberazione le fu assegnata la Medaglia d’Argento al Valor Militare per l’attività svolta a Torino, dove contribuì alle operazioni e alla difesa della città, quartiere per quartiere.
Ma non cercò incarichi pubblici o visibilità. Scelse un’altra strada.
Nel dopoguerra si dedicò all’insegnamento e alla riflessione educativa. Lavorò sulla pedagogia, scrisse testi sull’educazione democratica, tradusse opere straniere e partecipò alla nascita di iniziative dedicate alle donne e alle famiglie. Si impegnò nella creazione di consultori e spazi di supporto, con l’obiettivo di offrire strumenti concreti a chi stava ricostruendo la propria vita.
Da lì continuò. Il suo lavoro si concentrò sulla scuola, sulla formazione e sulla diffusione di una cultura basata sulla partecipazione e sulla responsabilità.
Morì nel 1968. A Torino la sua scomparsa fu seguita da molte persone, non solo per il ruolo avuto nella Resistenza, ma anche per l’impegno civile portato avanti negli anni successivi.
Non guidò eserciti né ricoprì cariche di governo. La sua attività si svolse tra le strade della città, nelle aule scolastiche e nei luoghi in cui si costruivano relazioni e progetti.