Centro Antiviolenza Marielle Franco

Centro Antiviolenza Marielle Franco Il centro offre supporto e accompagnamento nel percorso di fuoriuscita da ogni forma di violenza.

Ogni volta che si prova a cancellare la parola, si prova anche a cancellare il fenomeno che quella parola racconta. Ma i...
15/06/2026

Ogni volta che si prova a cancellare la parola, si prova anche a cancellare il fenomeno che quella parola racconta.

Ma i femminicidi esistono.
Esistono perché esistono donne uccise in quanto donne, dentro una cultura che ancora considera il controllo e il possesso come forme di relazione.

Tentare di cancellare la dimensione di genere della violenza significa proteggere il sistema che la produce e le dinamiche che la alimentano. Significa invisibilizzare le responsabilità.

Quando si cerca di rendere un fenomeno non riconoscibile, diventa più difficile prevenirlo e contrastarlo.
Per questo combattere la violenza significa anche difendere le parole che ci permettono di riconoscerla.

Molte donne pensano che il lavoro di un centro antiviolenza inizi solo dopo una denuncia.In realtà spesso il percorso co...
04/06/2026

Molte donne pensano che il lavoro di un centro antiviolenza inizi solo dopo una denuncia.

In realtà spesso il percorso comincia molto prima: quando emergono dubbi, paure, difficoltà, situazioni che non si riescono ancora a nominare.

Il centro antiviolenza è prima di tutto uno spazio di ascolto, confronto, riservatezza e costruzione di possibilità. Le scelte restano tue, perchè i percorsi di uscita dalla violenza devono fondarsi sull'autodeterminazione delle donne.

Per chiedere un primo colloquio con le nostre operatrici non devi arrivare con prove, certezze o una definizione già pronta di quello che stai vivendo.
Il primo colloquio serve prima di tutto per ascoltare. Per capire insieme quali sono i tuoi bisogni e quali strumenti possono esserti utili.

Centro Antiviolenza Marielle Franco
📞 351 3629504
📧 [email protected]

Perché il Pride riguarda anche un centro antiviolenza?Perché la violenza di genere nasce dentro una cultura che controll...
26/05/2026

Perché il Pride riguarda anche un centro antiviolenza?

Perché la violenza di genere nasce dentro una cultura che controlla i corpi, impone ruoli, giudica desideri e identità, punisce ciò che esce dalle norme.

Perché autodeterminazione, consenso e libertà sono strumenti concreti di prevenzione della violenza.

Perché essere contro la violenza significa stare anche nelle strade che rivendicano corpi liberi, relazioni libere, vite libere.

Il 30 maggio attraverseremo l’ insieme a tutte le soggettività che ogni giorno resistono a stigma, controllo e marginalizzazione.

21/05/2026
Due notizie, oggi, dalla provincia di Alessandria.Due storie diverse, ma attraversate dagli stessi elementi che tornano ...
19/05/2026

Due notizie, oggi, dalla provincia di Alessandria.
Due storie diverse, ma attraversate dagli stessi elementi che tornano continuamente quando si parla di violenza di genere.

Una donna racconta di subire violenze dal 2021 e di non avere mai denunciato “per paura di ritorsioni”.
Un’altra subisce minacce, atti persecutori, un tentativo di incendio dell’auto dopo la fine della relazione.

Ogni volta dovremmo imparare almeno una cosa: la violenza non compare all’improvviso. Cresce dentro dinamiche di controllo, paura, isolamento dagli affetti e dalle reti sociali, escalation.
Soprattutto, dovremmo imparare che molte donne non denunciano subito non perchè la violenza non esista, ma perchè hanno paura.
Paura di non essere credute, di peggiorare la situazione, di subire conseguenze ancora più gravi, di non riuscire a proteggere se stesse o i propri figli.

Per questo è pericoloso continuare a raccontare la denuncia come unico spartiacque tra “violenza vera” e “violenza non abbastanza grave”.
Molte donne arrivano a parlare dopo anni. Altre non riescono a farlo mai. E questo non riduce la responsabilità di chi agisce violenza.

Anche i dispositivi di sicurezza, da soli, non bastano se non esiste attorno una rete reale di prevenzione, ascolto, educazione e sostegno.
Non basta intervenire quando la situazione esplode.
Serve riconoscere prima i segnali, smettere di minimizzarli e costruire una cultura che non lasci le donne sole nel momento in cui provano a sottrarsi alla violenza.

La violenza di genere non è fatta solo dei casi estremi, ma anche di tutto ciò che li precede.

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Il victim blaming (colpevolizzazione della vittima) è un meccanismo attraverso cui la responsabilità di una violenza vie...
15/05/2026

Il victim blaming (colpevolizzazione della vittima) è un meccanismo attraverso cui la responsabilità di una violenza viene attribuita, in tutto o in parte, a chi l’ha subita invece che a chi l’ha agita.

Sul piano sociale e culturale, succede quando di fronte a una violenza si mettono sotto esame le scelte, i comportamenti o la vita della vittima: "perchè era lì?", "com'era vestita?", "si è difesa?".

Nella vita quotidiana e dentro relazioni tossiche, il victim blaming può assumere forme più sottili, spesso usate come strumento di controllo. Succede quando una persona giustifica rabbia, umiliazioni, aggressività o manipolazione con frasi tipo:
“Mi fai reagire così.”, “Sei tu che mi provochi.”, “Se tu non avessi fatto questo, io non avrei risposto in questo modo.”

In entrambi i casi il risultato è lo stesso: chi subisce viene portata a dubitare di sé, dei propri confini, della propria percezione di quello che sta vivendo.

Riconoscere questo meccanismo è fondamentale.
Perché la responsabilità della violenza appartiene sempre a chi sceglie di agirla.

Donne e ragazzə vengono ricattate con immagini intime, controllate attraverso account e dispositivi, esposte nelle chat,...
08/05/2026

Donne e ragazzə vengono ricattate con immagini intime, controllate attraverso account e dispositivi, esposte nelle chat, umiliate pubblicamente, costrette a vivere con la paura di ciò che qualcuno potrebbe pubblicare, inoltrare.

Si chiama violenza digitale e la vergogna è uno degli strumenti che utilizza. Ma se qualcuno ti espone, ti controlla, condivide la tua intimità senza il tuo consenso, tu non hai nulla di cui vergognarti e, soprattutto, non devi affrontarlo da sola.

Se stai vivendo qualcosa di simile, anche online, anche senza che nessuno ti abbia mai toccata, puoi rivolgerti al Centro Antiviolenza Marielle Franco.

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Oggi, 4 maggio, le operatrici della rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza saranno in presidio davanti al Senato...
04/05/2026

Oggi, 4 maggio, le operatrici della rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza saranno in presidio davanti al Senato, in rappresentanza di tutte le donne che in questi mesi hanno alzato la voce contro ogni tentativo di arretramento sul tema della violenza sessuale.

Oggi e domani, in tutto il Paese, la mobilitazione continua nei territori, nei centri antiviolenza, nelle piazze, negli spazi attraversati ogni giorno da chi questa battaglia la porta avanti da anni.

Perché sul consenso non esistono compromessi.

Dopo la riformulazione proposta da Giulia Bongiorno, che ha provato a spostare il baricentro della legge dal consenso al dissenso, oggi si continua a parlare di mediazione.

Ma non esiste nessuna trattativa che possa sostituire un principio politico e giuridico fondamentale: ogni atto sessuale senza consenso è violenza.

Il consenso può essere solo libero, attuale, revocabile.

Tutto il resto sposta ancora una volta il peso su chi subisce violenza.
Tutto il resto ci chiede di dimostrare di aver resistito, di aver detto no abbastanza forte, di aver reagito nel modo giusto.

Non accetteremo nessun arretramento.

Tra un fatto e la sua interpretazione, spesso avviene un passaggio molto rapido: “hai capito male”, “non volevo”, “ho re...
29/04/2026

Tra un fatto e la sua interpretazione, spesso avviene un passaggio molto rapido: “hai capito male”, “non volevo”, “ho reagito d’istinto”.

E questa rapidità fa una cosa: rende il fatto meno rilevante.

La violenza viene così minimizzata, ridotta, giustificata. Il superamento di un limite raramente viene nominato per ciò che è e quasi sempre viene archiviato come un episodio da lasciarsi alle spalle.

Ed è proprio qui che si costruisce e si rafforza la violenza quotidiana: nel lavoro costante per renderla non riconoscibile, per non trattarla come un fatto di fronte a cui fermarsi, per spingerla ai margini della percezione.

Ma un limite superato non è mai “niente”.
Minimizzare, spostare, giustificare non cancella ciò che è accaduto, sposta la soglia di ciò che si finisce per considerare sopportabile.

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☎ 3513629504
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Solo pochi giorni fa, dalle pagine del Centro Antiviolenza, scrivevamo del femminicidio di Patrizia Lamanuzzi a Biscegli...
21/04/2026

Solo pochi giorni fa, dalle pagine del Centro Antiviolenza, scrivevamo del femminicidio di Patrizia Lamanuzzi a Bisceglie, ribadendo che chiamarle “tragedie” nasconde la violenza.
In quattro giorni, mentre quelle parole erano ancora lì, ne sono avvenuti altri due: Drita Mecollari, uccisa con il suo nuovo compagno a Cossombrato, Loredana Ferrara, uccisa a Vignale Monferrato. Poco lontano da Nizza Monferrato, dove qualche settimana fa abbiamo pianto la 17enne Zoe Trinchero.

Tre storie diverse, la stessa identica dinamica.

Se fosse in corso una guerra, nessuno racconterebbe ogni vittima come un caso isolato. Nessuno parlerebbe di fatalità o di storie incomprensibili. Si direbbe chiaramente che quelle morti sono il risultato dello stesso contesto.
Ecco, per i femminicidi dovrebbe valere esattamente lo stesso.

Loredana Ferrara non è un caso. È l’ultima vittima della violenza sistemica contro le donne e questa cosa va detta. Sempre.

Queste notizie non ci lasciano sgomente. Non perché non ci colpiscano, ma perché sappiamo esattamente da dove arrivano. Sono il prodotto di un sistema basato sul controllo delle donne, della loro libertà, della loro possibilità di scegliere e di autodeterminarsi.

Un sistema che porta un uomo a pensare di poter interrompere la vita di una donna perché quella donna ha deciso di viverla senza di lui.
Un sistema che non insegna a riconoscere le emozioni, ad attraversarle, a stare dentro al rifiuto. Che non educa al rispetto dei corpi, dei desideri, dei limiti.
E mentre tutto questo continua a produrre violenza, mentre le donne si organizzano, si mobilitano, costruiscono risposte collettive, le scelte politiche vanno nella direzione opposta.
L’educazione sessuo-affettiva viene impedita e ostacolata, i percorsi nelle scuole restano frammentati e non strutturali, i centri antiviolenza continuano a lavorare senza fondi stabili. Chi da anni si occupa di prevenzione viene delegittimato e il femminismo viene raccontato come un problema invece che come parte della soluzione.

E così, la nostra voce diventa “appetibile” giusto il tempo di una citazione negli articoli di cronaca. Ma la nostra voce non si alza solo quando una donna viene uccisa.

Si alza ogni giorno.

Quando chiediamo educazione nelle scuole. Quando diciamo che il consenso è centrale. Quando entriamo nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni. Quando chiediamo fondi stabili per i centri antiviolenza. Quando costruiamo spazi politici e culturali. Quando ci opponiamo, anche da sole, anche nei contesti più difficili. Quando difendiamo una sorella appena incontrata per strada.

In tutti gli articoli sul femminicidio di Loredana c’è lo stesso passaggio, frutto evidentemente della comunicazione con le forze dell’ordine: “non risultano denunce”, “non c’erano segnalazioni riconducibili al Codice Rosso”.
Viene detto subito, quasi a voler chiarire una cosa: la violenza esiste solo quando entra in un fascicolo e non c’erano elementi per intervenire prima.

Il punto, però, è che siamo arrivate tuttə troppo tardi.
Non siamo arrivatə quando Loredana aveva paura. Quando Drita aveva paura. Quando Zoe è stata uccisa per aver detto no.
Non siamo arrivatə quando le tensioni erano già note, quando qualche chiamata ai Carabinieri era già arrivata, quando un “non è niente” aveva coperto qualcosa che niente non era.
Non siamo arrivatə prima, quando la violenza si costruiva, cresceva, si normalizzava. E leggere queste storie come tragedie inevitabili fornisce un alibi alla nostra coscienza.

La verità è che la violenza di genere è evitabile, ma solo se si smette di negarla, di ridurla a fatto privato, di raccontarla come eccezione.

Serve nominarla per quello che è. Serve investire sulla prevenzione. Serve educazione sessuo-affettiva strutturale, continua, accessibile a tuttə.
Serve assumersi una responsabilità collettiva.

Perché continuare così significa sapere che succederà ancora.
E noi questo non lo accettiamo.

Non una di meno - Casa delle Donne TFQ Alessandria

Indirizzo

Via San Giovanni Bosco, 28 C/o Casa Delle Donne TFQ
Alessandria
15121

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