30/04/2026
Il 28 aprile il consiglio dei ministri ha dato via libera al nuovo decreto Lavoro varato in vista del Primo maggio, come è oramai prassi propagandistica da tre anni. Stando alle dichiarazioni della stesa Meloni in conferenza stampa (volta più a magnificare gli splendidi risultati ottenuti dal suo governo nell’incrementare l’occupazione, la riduzione della precarietà e il recupero del potere d’acquisto dei salari, che a illustrare i provvedimenti proposti), l’obiettivo è di rafforzare il ruolo dei contratti collettivi attraverso il concetto di “salario giusto”.
Il caso vuole è che in contemporanea è stato pubblicato il nuovo rapporto Iref Acli, basato su un campione di circa 4 milioni di 730, che per la prima volta prende in esame sei anni fiscali, dal pre-Covid, nel 2020 fino al 2025. Negli ultimi anni in Italia si è lavorato di più, ma questo non si è tradotto automaticamente in una maggiore sicurezza economica. I dati mostrano come oltre la metà dei lavoratori (51%) non abbia recuperato l’inflazione cumulata del periodo, pari al 18%, con una conseguente perdita di potere d’acquisto, che in media è stato dell’8,7%.
Parimenti, l’intermittenza del lavoro aumenta, a prescindere alla tipologia contrattuale, perché anche la condizione del cosiddetto lavoro stabile oggi interessa realtà lavorative che stabili sono solo dal punto di vista contrattuale, come i soci di cooperativa, gli stagionali e gli assunti dalle agenzie interinali, senza tener conto che grazie al Jobs Act ogni lavoratore/trice può essere soggetto a licenziamento ogni momento anche se assunto a tempo indeterminato
Il decreto Lavoro non introduce un salario minimo legale ma è obbligato a intervenire sul tema come previsto dallo stesso governo. A tal fine viene introdotto, in modo propagandistico, il principio del “salario giusto” legato ai contratti collettivi nazionali più rappresentativi. Si tratta di una disposizione obbligata e accettata malvolentieri dopo il tentativo, naufragato, di legittimare anche i contratti pirata dei sindacati gialli, come quello siglato dall’Ugl sui rider.
Il salario “giusto” legato ai contratti più rappresentativi, tuttavia, non garantisce comunque l’attuazione dell’art. 36 della Costituzione, che afferma che «la retribuzione sia proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Il motivo è duplice. L’accordo quadro del 2009, firmato dai sindacati confederali e dalle associazioni padronali stabilisce che i contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) utilizzino l’Ipca (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato), depurato dagli energetici importati (Ipca-Nei), come parametro per adeguare l’incremento dei salari.
In tal modo, il salario contrattuale non è in grado, per definizione, di mantenere il potere d’acquisto dei redditi da lavoro, soprattutto in un contesto, come è stato negli ultimi anni e come rischia di succedere nell’immediato futuro, di una crescita dell’inflazione trainata dall’aumento dei prezzi dei prodotti energetici. Questo fatto spiega perché i rinnovi contrattuali, anche firmati dai sindacati confederali, non riescano a tenere il passo con l’inflazione. Si tratta di un vulnus a cui gli stessi sindacati confederali, a partire dalla Cgil, dovrebbero porre rimedio, rigettandolo. Altro che “salario giusto”.
In secondo luogo, l’Italia è l’unico paese in Europa in cui i contratti di lavoro venuti a scadenza vengono rinnovati con una media di 12-18 mesi di ritardo. La vacatio contrattuale viene risarcita con un versamento una tantum che non consente mai di recuperare la perdita di salario nel frattempo verificatosi. Ora il decreto Lavoro vorrebbe stabilire un adeguamento automatico al 30% dell’inflazione (Ipca) nel caso di contratti non rinnovati da 12 mesi, ma che non vale comunque per i contratti già scaduti: in questo caso la misura si applica a decorrere dal primo gennaio 2027.
Una mancetta per continuare una politica di bassi salari che i grandi elettori economici di Giorgia Meloni intendo perseverare.