Io non ho paura del lupo

Io non ho paura del lupo Il nostro obiettivo è quello di assicurare la conservazione del lupo in Italia ed in Europa e la sua coesistenza con le attività dell’uomo.
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nasce in alta Val Taro (PR) in risposta agli attacchi mediatici di disinformazione ed allarmismi ingiustificati nei confronti del lupo. Nasce dalla volontà di un gruppo di abitanti della montagna di far avvicinare le persone alla natura attraverso una corretta informazione, di studiare e monitorare la fauna selvatica, di promuovere il territorio accompagnando i nostri soci all

a scoperta dei suoi luoghi più selvaggi seguendo le tracce degli animali e di impegnarsi attivamente per favorire la convivenza tra uomo e natura.
diventa associazione perché abbiamo tante idee e tantissimi progetti che vogliamo realizzare. Siamo tutti volontari, chi semplice appassionato di fauna selvatica, chi con competenze professionali nella tutela dell'ambiente e crediamo che la nostra forza stia nella passione e nell'amore che abbiamo per la natura e per questo meraviglioso territorio. Riusciamo a realizzare i nostri progetti e le nostre idee attraverso il tesseramento e le donazioni fatte da chi condivide i nostri obbiettivi. Il resto è pura passione! La convivenza con tutto ciò che ci circonda dovrebbe essere innata in ognuno di noi, ma purtroppo così non è, e dunque vogliamo farvi innamorare degli animali, dei fiori, delle piante, dei torrenti, delle rocce come ne siamo innamorati noi.

𝗧𝗿𝗮 𝗹’𝗔𝗽𝗽𝗲𝗻𝗻𝗶𝗻𝗼 𝗽𝗮𝗿𝗺𝗲𝗻𝘀𝗲 𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗽𝗶𝗮𝗰𝗲𝗻𝘁𝗶𝗻𝗼, 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗼 𝗶 𝗰𝗿𝗶𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗲 𝘂𝗻𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝘃𝗮𝗹𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗧𝗮𝗿𝗼, 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗲𝗻𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹...
19/06/2026

𝗧𝗿𝗮 𝗹’𝗔𝗽𝗽𝗲𝗻𝗻𝗶𝗻𝗼 𝗽𝗮𝗿𝗺𝗲𝗻𝘀𝗲 𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗽𝗶𝗮𝗰𝗲𝗻𝘁𝗶𝗻𝗼, 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗼 𝗶 𝗰𝗿𝗶𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗲 𝘂𝗻𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝘃𝗮𝗹𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗧𝗮𝗿𝗼, 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗲𝗻𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗿𝗱𝗮, 𝗲̀ 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗲𝗼𝗹𝗶𝗰𝗼 𝗶𝗻𝗱𝘂𝘀𝘁𝗿𝗶𝗮𝗹𝗲 “𝗣𝗮𝗿𝗺𝗮 𝗔” 𝗱𝗶 𝗗𝘂𝗳𝗲𝗿𝗰𝗼 𝗦𝘃𝗶𝗹𝘂𝗽𝗽𝗼 𝗦.𝗽.𝗔. 𝟰𝟳 𝗮𝗲𝗿𝗼𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗶 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟮𝟬𝟬 𝗺𝗲𝘁𝗿𝗶, 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝗶𝘁𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟰𝟬 𝗰𝗵𝗶𝗹𝗼𝗺𝗲𝘁𝗿𝗶 𝗱𝗶 𝗱𝗼𝗿𝘀𝗮𝗹𝗶 𝗮𝗽𝗽𝗲𝗻𝗻𝗶𝗻𝗶𝗰𝗵𝗲.

Non siamo davanti a un piccolo impianto locale, ma di fronte ad un progetto industriale di enorme scala, destinato a trasformare in modo profondo e permanente territori montani fragili, abitati, ricchi di biodiversità, paesaggio, storia, cultura e tradizioni.

Queste sono le valli dove è nata la nostra Associazione, dove documentiamo la presenza del lupo e di molte altre specie, anche di notevole interesse comunitario, dove seguiamo l’evoluzione degli ecosistemi e lavoriamo per promuovere una reale coesistenza tra attività umane e natura. Per questo lo diciamo con chiarezza: Io non ho paura del lupo APS è contraria al progetto Parma A e presenterà le proprie osservazioni.

La nostra contrarietà non nasce da una posizione contro le energie rinnovabili. Un’analisi attenta, tecnica e critica del progetto ha evidenziato come, uno degli elementi più significativi sia l’assenza della risorsa primaria per un impianto di questo tipo: IL VENTO. Un impianto eolico industriale dovrebbe nascere quantomeno dove esiste una reale vocazione eolica. Invece, per quanto emerso dalla documentazione del proponente e riportato anche nel dibattito pubblico locale, le ore annue di produzione indicate e stimate (quindi non supportate da uno studio anemometrico sul campo) sarebbero inferiori alla soglia prevista dalla normativa regionale per l’individuazione delle aree idonee.
Secondo quanto riportato, la normativa regionale prevede almeno 2300 ore annue equivalenti di produzione, mentre la stessa documentazione del proponente indicherebbe 2178 ore: una quantità inferiore alla soglia stabilita, fortemente messa in discussione dalle controanalisi dei comitati locali, che incrociando dati satellitari, di stazione di terra ed al puntatore, rilevano una stima decisamente inferiore a quanto possa imporre il principio dell’interesse prevalente.

In altre parole: si vorrebbe imporre un impianto gigantesco, in un territorio fragile, con impatti ambientali, paesaggistici e sociali enormi, dove oltretutto manca la risorsa primaria sufficiente a giustificarne la realizzazione.

Quando il vento non basta a spiegare un progetto di questa scala, è legittimo chiedersi se la vera convenienza non sia per il territorio, ma per chi propone l’opera. Se il vantaggio principale non sia ambientale, ma economico. Se la transizione energetica non stia diventando, ancora una volta, occasione di pressione industriale sulle aree interne.

La transizione energetica è necessaria, ma deve essere pianificata, proporzionata, coerente con i luoghi, fondata su dati solidi e rispettosa degli ecosistemi e delle comunità locali. Non può diventare una nuova forma di consumo di territorio e trasformare crinali, boschi, pascoli e aree interne in piattaforme industriali. Non può usare la parola “sostenibilità” per giustificare la compromissione di habitat, paesaggi e beni comuni. I crinali interessati dal progetto non sono spazi vuoti, ma sono habitat, corridoi ecologici, aree di passaggio, alimentazione e riproduzione per la fauna selvatica. Sono boschi, praterie, pascoli, sorgenti, ambienti aperti di quota, versanti fragili, flora spontanea e comunità vegetali e animali che non possono essere considerate elementi secondari dentro una valutazione puramente tecnica. Sono luoghi attraversati, vissuti e riconosciuti anche da chi cammina, lavora, pascola, coltiva, accompagna persone in natura, cura sentieri, mantiene tradizioni, presidia frazioni e paesi.

Ma questi crinali non sono soltanto natura e paesaggio: sono anche territori abitati, lavorati, attraversati e custoditi da generazioni. Sono paesi, frazioni, aziende agricole, allevamenti, consorzi, sentieri, attività turistiche, memorie familiari, feste locali, saperi pratici, cultura rurale e tradizioni che hanno tenuto vive queste montagne anche nei momenti più difficili. Parliamo di aree interne fragili, che da anni soffrono di spopolamento, abbandono, riduzione dei servizi, invecchiamento della popolazione e scarsa attenzione politica. Luoghi dove restare è già una scelta difficile, spesso portata avanti da chi continua a lavorare, presidiare e prendersi cura del territorio.

Un progetto di questa portata non produrrebbe soltanto una devastazione ambientale e paesaggistica in un territorio già profondamente segnato dal dissesto idrogeologico. Produrrebbe anche una ferita sociale e umana. Perché industrializzare oltre 40 chilometri di crinali significa cambiare per sempre la percezione di questi luoghi, indebolire il loro valore turistico, culturale e identitario, rendere ancora più fragile il legame tra comunità e territorio. Non si può parlare di sostenibilità se, in nome della produzione energetica, si compromettono proprio quei paesaggi che rappresentano una delle poche risorse rimaste alle aree interne: bellezza, natura, silenzio, biodiversità, qualità della vita, turismo lento, agricoltura di montagna e senso di appartenenza.
La transizione energetica non può passare sopra la testa delle persone che abitano questi luoghi. Non può chiedere ai territori già più fragili di pagare ancora una volta il prezzo più alto. Un progetto di queste dimensioni comporterebbe nuove strade, sbancamenti, piazzole, fondazioni, cavidotti, cantieri, traffico pesante, frammentazione degli habitat, disturbo alla fauna, alterazione del paesaggio e trasformazioni permanenti e irreversibili dei crinali.

Nei nostri territori esistono già produzioni da fonti rinnovabili che in diversi casi superano il fabbisogno locale. Stanno inoltre partendo progetti di Comunità Energetiche Rinnovabili, autoconsumo collettivo, efficientamento e produzione distribuita. Questa è una strada diversa: più intelligente, più proporzionata, più vicina alle comunità, più rispettosa e meno distruttiva per l’ambiente.

Il punto non è scegliere tra rinnovabili e tutela della natura, ma decidere insieme quale transizione energetica vogliamo. Una transizione diffusa, pianificata e costruita con i territori, oppure una transizione industriale, calata dall’alto, che concentra profitti e scarica impatti ambientali, paesaggistici e sociali sulle aree più fragili. Il progetto Parma A, secondo noi, appartiene a questo secondo modello.

E non è un caso isolato: in molte aree dell’Appennino e d’Italia si stanno moltiplicando progetti simili: grandi impianti industriali su crinali, montagne e aree interne, spesso in luoghi di alto valore ambientale e paesaggistico, con comunità locali costrette a difendersi da opere presentate come inevitabili in nome della transizione energetica.

Ma non tutto ciò che viene definito “verde” è automaticamente giusto. Paesaggi, crinali, habitat naturali e biodiversità sono un bene comune: non appartengono a chi propone grandi progetti industriali, né a chi guarda questi territori soltanto come superfici vuote da occupare su una mappa. Appartengono alle comunità che li vivono e a tutti noi.
Tutelare questi crinali significa anche scegliere quale ambiente, quale paesaggio e quale idea di territorio vogliamo consegnare alle generazioni future, per questo è necessario parlarne e farne parlare. Serve informarsi, condividere materiali, coinvolgere cittadini, associazioni, tecnici, amministratori, escursionisti, agricoltori, allevatori, guide, operatori turistici e chiunque abbia a cuore il futuro dell’Appennino.

I tempi sono strettissimi: per presentare osservazioni ci sono solo pochi giorni e la scadenza è fissata al 4 luglio 2026. Chiunque può presentare osservazioni: cittadini, associazioni, gruppi, enti, anche persone che non vivono nei comuni direttamente interessati.

È importante agire ora, sostenendo concretamente i comitati locali impegnati a fermare questo progetto. Non si tratta di essere contrari alle energie rinnovabili, ma di opporsi a un modello di transizione energetica che, in nome del progresso, rischia di compromettere paesaggi, habitat, biodiversità, comunità locali e territori già di per sé fragili.
Giù le mani dai crinali.

Per informazioni, adesioni, invio di documenti, relazioni e per richiedere supporto nella compilazione delle osservazioni:
[email protected]

Abbiamo inserito qui sotto i riferimenti utili per consultare il progetto presentato e per inviare le osservazioni.

Link progetto completo suddiviso per aree tematiche:
https://drive.google.com/drive/folders/1k0fRUQjQ5_comLCwZd1ABCzIct6BWdSU

Link ufficiale al progetto completo:
https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/Info/11772

Link per scaricare il modulo osservazioni e inviare tramite SPID/CIE:
https://va.mite.gov.it/it-IT/ps/Procedure/InvioOsservazioni

Codice identificativo del progetto:
14050 – WEB-VIA FER-VIAVIAF00000491

Progetto:
Parco eolico Parma A – Duferco Sviluppo S.p.A.

Tre anni fa il Fondo Coesistenza era poco più di un’idea: la convinzione che per parlare davvero di convivenza tra attiv...
11/06/2026

Tre anni fa il Fondo Coesistenza era poco più di un’idea: la convinzione che per parlare davvero di convivenza tra attività umane e grandi carnivori non bastassero le parole, ma servissero strumenti concreti, supporto e presenza sul territorio. Oggi pubblichiamo il nostro Impact Report 2024–2026 e, guardandoci indietro, non possiamo che provare gratitudine e orgoglio.

In questi anni abbiamo avuto il privilegio di incontrare decine di allevatori e allevatrici in tutta Italia, ascoltare le loro storie, visitare le loro aziende e condividere dubbi, difficoltà, successi e speranze. Abbiamo conosciuto persone che ogni giorno affrontano le sfide della montagna e delle aree rurali e che, nonostante tutto, hanno scelto di investire nella prevenzione e nella convivenza. È grazie a loro se oggi possiamo raccontare un percorso che ha raggiunto 81 allevatori in 16 regioni italiane, distribuendo quasi 18 tonnellate di alimentazione per cani da protezione, oltre 11 chilometri di recinzioni e materiali di prevenzione per un valore superiore a 50.000 euro.

Per molte organizzazioni questi numeri potrebbero sembrare modesti. Per una piccola associazione come la nostra rappresentano invece qualcosa di straordinario. Perché dietro queste storie ci sono persone che hanno deciso di mettersi in gioco e costruire soluzioni invece che alimentare contrapposizioni.

Questo report non racconta soltanto ciò che abbiamo fatto, ma soprattutto ciò che abbiamo costruito insieme: relazioni, fiducia e una rete di persone convinte che la convivenza non sia un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma un percorso da percorrere insieme. Per questo vogliamo ringraziare tutti gli allevatori che hanno creduto nel progetto, i nostri partner, i donatori e le tante persone che hanno scelto di sostenerci. Se oggi il Fondo Coesistenza è diventato una realtà concreta, è grazie a loro.

La strada da fare è ancora lunga, ma questi tre anni dimostrano una cosa semplice: quando si investe nella prevenzione, nella collaborazione e nel dialogo, la convivenza non è soltanto possibile. Diventa realtà.

Leggi l'impact report su https://www.iononhopauradellupo.it/lassociazione-io-non-ho-paura-del-lupo-pubblica-i-dati-in-tre-anni-supportati-81-allevatori-in-16-regioni-italiane-la-coesistenza-e-gia-una-realta/

Tre anni di lavoro sul campo, 81 allevatori supportati, 16 regioni coinvolte e oltre 50.000 euro investiti in strumenti di prevenzione. Sono questi alcuni dei risultati presentati nel nuovo Impact Report 2024–2026 del Fondo Coesistenza, il progetto promosso dall’Associazione Io non ho paura del ...

10/06/2026

Un anno nella vita di un branco di lupi.

Per chi studia il lupo, l’anno non inizia il 1° gennaio ma il 1°maggio, e termina il 31 aprile dell’anno successivo. Questa convenzione, utilizzata nel contesto europeo segue il ciclo riproduttivo della specie, da una stagione di nascita dei cuccioli alla successiva e viene definito “anno biologico”.

Le immagini che vedete sono state raccolte nello stesso punto nel corso di un intero anno biologico e mostrano come il branco cambi con il susseguirsi delle stagioni. In primavera compaiono i nuovi nati; durante l’estate i cuccioli crescono rapidamente e iniziano a esplorare il mondo che li circonda; in autunno affinano le proprie capacità e diventano sempre più indipendenti; in inverno, ormai quasi adulti, partecipano pienamente alla vita del gruppo.

Nel frattempo il branco continua a evolversi: alcuni individui invecchiano, alcuni non sopravvivono altri si preparano a lasciare il gruppo per cercare un territorio proprio, mentre una nuova stagione riproduttiva si avvicina.

Dodici mesi racchiusi in pochi minuti, che raccontano il continuo rinnovarsi della vita di una delle specie più affascinanti e controverse dei nostri ecosistemi.

Video:

Domani alle 18:30 ci troverete al Festival de L'Altramontagna a Brentonico (TN), per parlare del futuro della pastorizia...
05/06/2026

Domani alle 18:30 ci troverete al Festival de L'Altramontagna a Brentonico (TN), per parlare del futuro della pastorizia e della convivenza tra attività umane e fauna selvatica.

Negli ultimi anni il dibattito si è spesso concentrato sui grandi carnivori, ma la realtà è molto più complessa. La pastorizia e l’allevamento di montagna si confrontano ogni giorno con sfide che vanno ben oltre la presenza del lupo: cambiamenti climatici, difficoltà economiche, spopolamento delle aree montane, ricambio generazionale sempre più difficile e trasformazioni profonde del mondo rurale.

Per questo saremo presenti all’incontro “La pastorizia è ancora un mestiere sostenibile? Tra crisi climatica, trasformazioni sociali e fauna selvatica”, un momento di confronto che metterà attorno allo stesso tavolo diversi punti di vista.

Insieme a Francesco Romito di interverranno Luca Battaglini dell’Università di Torino, Matteo Viviani del Parco Naturale Adamello Brenta, Alessandro Vaccari dell’Associazione Agriturismo Trentino e Barbara Crea, pastora e casara di Quelle del Baito, in Lessinia.

Per noi sarà un’occasione per ribadire un concetto semplice: parlare di convivenza significa parlare anche del futuro di chi vive e lavora nelle aree rurali. Le sfide che oggi interessano la pastorizia e l’allevamento sono molteplici e comprendono aspetti economici, sociali e ambientali. Confrontarsi apertamente su questi temi è un passaggio fondamentale per costruire percorsi concreti e duraturi per il futuro della biodiversità delle nostre montagne.

Ci vediamo domani a Palazzo Baisi, a Brentonico.

Foto di Elia de Guidi

𝗧𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗹𝗲, 𝘃𝗲𝗹𝗲𝗻𝗶 𝗲 𝗽𝗲𝗻𝗲 𝗯𝗹𝗮𝗻𝗱𝗲: 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗿𝘁𝗼𝗰𝗶𝗿𝗰𝘂𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘁𝘂𝘁𝗲𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝘂𝗽𝗼 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮La recente sentenza relativa all’uccisio...
03/06/2026

𝗧𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗹𝗲, 𝘃𝗲𝗹𝗲𝗻𝗶 𝗲 𝗽𝗲𝗻𝗲 𝗯𝗹𝗮𝗻𝗱𝗲: 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗿𝘁𝗼𝗰𝗶𝗿𝗰𝘂𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘁𝘂𝘁𝗲𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝘂𝗽𝗼 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮

La recente sentenza relativa all’uccisione di un lupo a Limana (BL) riporta al centro una questione che da anni rimane irrisolta: la sproporzione tra la gravità dei reati contro la fauna selvatica e la reale efficacia delle sanzioni previste e applicate.

Una riflessione resa ancora più attuale da quanto sarebbe accaduto nei giorni scorsi a Pietrabruna (IM), dove un uomo è stato denunciato per il presunto abbattimento illegale di un lupo. Secondo quanto emerso, si sarebbe poi fotografato accanto alla carcassa dell’animale e avrebbe condiviso l’immagine all’interno di un gruppo WhatsApp, trasformando un gesto già di per sé gravissimo in una forma di ostentazione pubblica del reato.Un gesto che non rappresenta soltanto una violazione della normativa a tutela di una specie protetta, ma che assume un significato simbolico particolarmente grave: l’ostentazione pubblica del reato, quasi come motivo di vanto, trasmette un messaggio di impunità e contribuisce a normalizzare comportamenti che dovrebbero invece suscitare una ferma condanna sociale oltre che giuridica.

Il caso di Pietrabruna e quello di Limana, pur diversi nelle modalità, raccontano la stessa criticità di fondo: la percezione che colpire illegalmente la fauna selvatica sia un comportamento dalle conseguenze limitate. Nel caso specifico di Limana si parla di un sistema di cattura illegale basato su lacci e carcasse-esca, strumenti non selettivi, altamente crudeli e vietati da decenni. Non si tratta quindi di un episodio marginale o di un gesto impulsivo, ma di un’azione pianificata, tecnicamente strutturata e potenzialmente capace di colpire indiscriminatamente diverse specie, domestiche e selvatiche. Eppure, ancora una volta, la risposta sanzionatoria appare debole.

Il nodo strutturale: pene basse, deterrenza nulla
Il quadro normativo italiano, in particolare la legge 157/92, rappresenta un pilastro importante per la tutela della fauna. Tuttavia, sul piano applicativo emergono limiti evidenti. Le sanzioni economiche risultano spesso contenute e, in molti casi, inferiori al danno ambientale prodotto. Le pene detentive sono raramente effettive e quasi sempre sospese, mentre i tempi giudiziari lunghi contribuiscono a diluire la percezione stessa del reato. A questo si aggiungono difficoltà investigative che rendono già complesso arrivare a una condanna. Il risultato complessivo è un sistema che, di fatto, non produce deterrenza reale.
È fondamentale inoltre chiarire un punto: l’uccisione illegale di un lupo non è solo un problema “animalista”. Si tratta a tutti gli effetti di un reato ambientale. Un atto di questo tipo altera equilibri ecologici consolidati, colpisce una specie protetta, utilizza metodi non selettivi e pericolosi e, allo stesso tempo, mina la credibilità delle istituzioni. La debolezza delle pene, quindi, non è un dettaglio tecnico ma diventa un problema concreto di governo del territorio.

C’è però un aspetto che rende questo caso ancora più grave: la persona condannata nel caso di Limana è un cacciatore. Questo introduce un tema che raramente viene affrontato con chiarezza, ovvero il rapporto tra privilegi e responsabilità nel mondo venatorio. La licenza di caccia non è un diritto automatico, ma una concessione con cui lo Stato attribuisce a un cittadino la possibilità di utilizzare armi e l’accesso a un’attività regolamentata sulla fauna selvatica. Questa concessione si fonda su un presupposto implicito: che chi la detiene operi nel rispetto rigoroso delle regole e con piena consapevolezza del proprio ruolo. Quando questo patto viene violato in modo così grave, non siamo più di fronte a una semplice infrazione, ma ad una mancanza dei presupposti della licenza stessa.

Un soggetto che utilizza strumenti illegali e non selettivi, pianifica l’uccisione di una specie protetta e opera completamente al di fuori del quadro normativo non può più continuare a detenere una licenza di caccia. Non si tratta di una posizione ideologica, ma di una questione di coerenza del sistema. Se la licenza rappresenta un privilegio subordinato al rispetto delle regole, la sua violazione grave deve comportare conseguenze chiare e automatiche, come la revoca della licenza, e non la sola sospensione temporanea, l’interdizione dall’attività venatoria e l’esclusione da qualsiasi ruolo gestionale. In assenza di questo passaggio, il sistema perde inevitabilmente credibilità.
Un ulteriore elemento critico è rappresentato, alla luce di questa sentenza, dall’assenza di una presa di posizione forte da parte del mondo venatorio. Se la caccia vuole essere riconosciuta come attività utile all’ambiente, come molti esponenti pubblici e politici di recente hanno continuato a ripetere, le sue rappresentanze dovrebbero essere le prime a condannare pubblicamente episodi di questo tipo, prendere le distanze in modo netto e difendere la legalità interna al proprio settore. Il silenzio, al contrario, produce un effetto opposto: rischia di alimentare l’idea che esista una zona grigia tollerata, in cui comportamenti illegali vengono minimizzati o ignorati. Ed è proprio questa zona grigia a indebolire qualsiasi discorso serio sull’utilità della caccia.

Questo caso si inserisce in un contesto particolarmente delicato, caratterizzato da un aumento degli avvelenamenti, come nei giorni scorsi in Abruzzo, da un clima sociale sempre più polarizzato e da segnali politici spesso ambigui. In una situazione di questo tipo, pene blande e assenza di condanne pubbliche nette rischiano di essere interpretate come un segnale di debolezza, contribuendo ad alimentare ulteriormente il problema.
Il nostro punto di vista: legalità, responsabilità, coerenza
Come Io non ho paura del lupo, riteniamo necessario ribadire alcuni principi fondamentali. La legalità non è negoziabile: l’uso di veleni e trappole non può in alcun modo essere considerato gestione, ma deve essere riconosciuto per ciò che è, ovvero un crimine grave. Servono inoltre sanzioni realmente efficaci, capaci di avere una funzione deterrente concreta e di produrre conseguenze tangibili. È indispensabile che chi opera nel mondo venatorio si assuma una responsabilità attiva, diventando parte della soluzione. Infine, è necessaria una piena coerenza istituzionale: non si può chiedere convivenza se non si è in grado di garantire il rispetto delle regole.

La coabitazione tra uomo e lupo è possibile solo all’interno di un sistema credibile. E un sistema è credibile quando le regole sono chiare, le violazioni vengono effettivamente perseguite, i privilegi sono legati a responsabilità reali e chi sbaglia paga davvero. Concludendo, questo caso non riguarda soltanto un lupo ucciso, ma il modo in cui decidiamo di governare il rapporto tra uomo, fauna e territorio. Se la legalità rimane debole, se i privilegi non comportano conseguenze e se il silenzio prevale sulle responsabilità, il rischio è evidente: la gestione viene progressivamente sostituita dall’arbitrio. E a quel punto, la convivenza, ma soprattutto la tutela dell’ambiente, smette di essere un obiettivo e diventa un’illusione.

Leggi online:
https://www.iononhopauradellupo.it/trappole-veleni-e-pene-blande-il-cortocircuito-della-tutela-del-lupo-in-italia/


Foto generata con AI

𝐔𝐥𝐭𝐢𝐦𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢!Domenica 14 giugno saremo sul Monte Barigazzo, nell’Appennino parmense, per la prima uscita di ...
01/06/2026

𝐔𝐥𝐭𝐢𝐦𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢!

Domenica 14 giugno saremo sul Monte Barigazzo, nell’Appennino parmense, per la prima uscita di I sentieri della coesistenza: il lupo, la pecora e il cane da protezione.

Un’escursione facile per conoscere da vicino i cani da protezione del bestiame, capire come lavorano al pascolo e imparare quali comportamenti adottare quando li incontriamo lungo un sentiero.

Cammineremo tra boschi, prati e pascoli insieme a Deborah e Gabriele del Podere Bianchi Galli parlando di lupi, allevamento estensivo, prevenzione, biodiversità e coesistenza concreta nei territori dove attività umane, animali domestici e fauna selvatica condividono gli stessi spazi.

La quota di partecipazione sarà destinata interamente al Fondo Coesistenza di Io non ho paura del lupo, per sostenere chi pratica ogni giorno la prevenzione sul territorio.

Per programma dettagliato e iscrizione vai sul nostro sito!

https://www.iononhopauradellupo.it/evento-i-sentieri-della-coesistenza-il-lupo-la-pecora-e-il-cane-da-protezione-14-giugno-2026/

Cammineremo in un territorio dove boschi, prati e pascoli raccontano il rapporto profondo tra attività umane, fauna selvatica e paesaggio. Parleremo di lupi, pascoli, biodiversità e allevamento estensivo, ricordando come la presenza degli animali al pascolo abbia contribuito, nei secoli, a modella...

Oggi siamo stati alla Camera dei Deputati, nella Sala Stampa di Montecitorio, per parlare di lupi, orsi e dell'avvelenam...
28/05/2026

Oggi siamo stati alla Camera dei Deputati, nella Sala Stampa di Montecitorio, per parlare di lupi, orsi e dell'avvelenamento della fauna selvatica.

Lo abbiamo fatto insieme a Salviamo l'Orso e Rewilding Apennines, realtà con cui condividiamo il lavoro quotidiano sul territorio. Organizzazioni fatte di persone che si sporcano le mani sul campo, lavorando sulla prevenzione accanto agli allevatori e alle comunità locali, facendo comunicazione, ricerca, monitoraggio e cercando ogni giorno di ridurre i conflitti e costruire percorsi concreti di coabitazione, dalle Alpi agli Appennini.

Siamo orgogliosi che a portare questa discussione dentro le istituzioni siano state proprio tre associazioni come le nostre, che da molti anni vivono i territori, ogni giorno, in prima persona.

I dati raccontati oggi sono drammatici: i dati sulla mortalità della nostra recente indagine, le contraddizioni del declassamento del lupo, i 21 lupi uccisi tra aprile e maggio nell’Appennino centrale, migliaia di animali avvelenati in Italia negli ultimi anni, sostanze vietate da decenni ancora presenti sul territorio, assenza di condanne e un fenomeno che non può più essere trattato come una semplice emergenza locale. Parlare di veleno significa parlare di criminalità ambientale, legalità, salute pubblica e tutela di un patrimonio naturale costruito in decenni di lavoro scientifico, prevenzione e dialogo con le comunità.

Un ringraziamento speciale alla Deputata Eleonora Evi per aver promosso questo incontro e al Senatore Michele Fina per la presenza e l’attenzione dimostrata. Grazie anche a tutte le persone, istituzioni, giornalisti e cittadini che sono passati oggi in Sala Stampa a portare attenzione su un tema così importante.

La convivenza si costruisce sul campo, e oggi, quel campo, è entrato dentro le istituzioni.


Foto 🐺 di Daniele Nesci

𝗟𝘂𝗽𝗶, 𝗼𝗿𝘀𝗶 𝗲 𝘃𝗲𝗹𝗲𝗻𝗶: 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗮𝗺𝗲𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗗𝗲𝗽𝘂𝘁𝗮𝘁𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘀𝘁𝗮𝗺𝗽𝗮 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗼𝗿𝘁𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗹𝗹𝗲𝗴𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗶 𝗰𝗮𝗿𝗻𝗶𝘃𝗼𝗿𝗶 𝗶𝗻 𝗜𝘁...
25/05/2026

𝗟𝘂𝗽𝗶, 𝗼𝗿𝘀𝗶 𝗲 𝘃𝗲𝗹𝗲𝗻𝗶: 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗮𝗺𝗲𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗗𝗲𝗽𝘂𝘁𝗮𝘁𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘀𝘁𝗮𝗺𝗽𝗮 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗼𝗿𝘁𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗹𝗹𝗲𝗴𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗶 𝗰𝗮𝗿𝗻𝗶𝘃𝗼𝗿𝗶 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮

Il prossimo 28 maggio 2026, alle ore 13:00, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati a Roma, si terrà la conferenza stampa “Lupi, orsi e veleni – Dati, criticità e strumenti contro la mortalità illegale del lupo appenninico e dell’orso bruno marsicano”.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra Rewilding Apennines, Io non ho paura del lupo APS e Salviamo l'Orso ODV, tre realtà che da anni lavorano sul campo nei contesti più delicati della convivenza tra attività umane e grandi carnivori.

Negli ultimi mesi il tema è tornato drammaticamente al centro dell’attenzione pubblica a seguito di numerosi episodi di avvelenamento e uccisione illegale di fauna selvatica, che hanno coinvolto lupi, orsi e molte altre specie. Episodi che evidenziano non solo la persistenza di pratiche illegali estremamente pericolose, ma anche la necessità urgente di affrontare il problema attraverso strumenti normativi, culturali e operativi più efficaci. La conferenza stampa sarà l’occasione per presentare dati, esperienze dirette e proposte concrete, mettendo in relazione aspetti ecologici, giuridici e sociali legati alla mortalità illegale dei grandi carnivori e alla conservazione di due delle specie più iconiche degli ecosistemi italiani.

Ad aprire l’incontro saranno i saluti introduttivi dell’On. Eleonora Evi, che ha fortemente voluto l'organizzazione di questa conferenza stampa e del Senatore Michele Fina.

A seguire, Francesco Romito presenterà “La mortalità del lupo in Italia”, la prima analisi nazionale costruita a partire da dati istituzionali. Un lavoro che restituisce, per la prima volta, un quadro organico e documentato delle cause di morte del lupo nel nostro Paese e dell’impatto delle attività umane sulla specie.
Valeria Barbi approfondirà invece il tema dell’orso bruno marsicano e degli avvelenamenti illegali, analizzandone le implicazioni ecologiche e le criticità nella governance della coesistenza, tra responsabilità istituzionali e collettive. Un focus particolarmente rilevante per una sottospecie unica al mondo e ancora oggi estremamente vulnerabile.

Concluderà Daniela Gentile con un intervento dedicato al tema del veleno e dell’impunità. Al centro della riflessione, la necessità di rafforzare gli strumenti normativi contro chi utilizza esche avvelenate e pratiche illegali, introducendo meccanismi capaci di colpire concretamente anche il profitto derivante da tali azioni, sul modello delle normative già esistenti in materia di incendi boschivi.

L’incontro vuole contribuire ad aprire una riflessione, basata su dati verificabili, esperienza diretta e conoscenza del territorio, in un momento in cui il dibattito pubblico sui grandi carnivori appare sempre più polarizzato e spesso distante dalla complessità reale del fenomeno.
La conferenza stampa sarà trasmessa in diretta streaming su webtv.camera.it

Ved

🇮🇹 La scorsa settimana abbiamo accolto in Abruzzo sette giornalisti, avvocati e sociologi provenienti da Norvegia, Finla...
23/05/2026

🇮🇹 La scorsa settimana abbiamo accolto in Abruzzo sette giornalisti, avvocati e sociologi provenienti da Norvegia, Finlandia e Svezia, coordinati dall’associazione Vilda Djurens Skydd.

Un viaggio con un obiettivo preciso: capire come si costruisce, ogni giorno, la convivenza con i grandi carnivori. Quali pratiche si sono radicate nel tempo, quali risultati sono stati raggiunti in un territorio dove abitanti, attività economiche e fauna selvatica condividono lo stesso spazio da generazioni.

I recenti episodi di avvelenamento all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise sono un fatto gravissimo, un segnale che non può essere ignorato. Ma un episodio, per quanto doloroso, non può bastare a etichettare comunità che da anni lavorano concretamente per costruire modelli di convivenza e che riconoscono nel territorio e nella sua fauna un valore reale, anche economico.

I territori non sono pagine bianche su cui applicare soluzioni standard. Sono luoghi vivi, abitati, attraversati da conflitti, ma anche da pratiche e saperi che si tramandano. La conservazione a lungo termine dei grandi carnivori — orso e lupo — non può prescindere dal coinvolgimento di chi quel territorio lo abita e lo lavora ogni giorno. La tutela della fauna selvatica non è solo una questione ecologica: è una sfida sociale, culturale ed economica.

È per questo che, durante questo viaggio, abbiamo scelto di ascoltare e coinvolgere chi ogni giorno lavora sul campo e mette in pratica le esperienze più significative: pastori, allevatori, agricoltori, produttori, ONG e Istituzioni, cercando di restituire un’immagine quanto più reale possibile dei territori attraversati e sperando che questo confronto possa essere utile e di ispirazione anche per altri Paesi.

🇬🇧 Last week we welcomed seven journalists, lawyers and sociologists from Norway, Finland and Sweden to Abruzzo, coordinated by the association Vilda Djurens Skydd.
A journey with a precise purpose: to understand how coexistence with large carnivores is built, day by day. Which practices have taken root over time, and what results have been achieved in a territory where residents, economic activities and wildlife have shared the same space for generations.

The recent poisoning incidents within the Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise are an extremely serious matter — a signal that cannot be ignored. But a single episode, however painful, cannot be enough to label communities that have spent years working concretely to build models of coexistence, and that recognise genuine value in their land and its wildlife — including economic value.

Territories are not blank pages on which to apply standard solutions. They are living, inhabited places, shaped by conflicts, but also by practices and knowledge passed down through generations. The long-term conservation of large carnivores — bear and wolf — cannot be separated from the involvement of those who live and work in that territory every day. The protection of wildlife is not solely an ecological question: it is a social, cultural and economic challenge.

This is why, throughout this journey, we chose to listen to and engage with those who work on the ground every day and put the most meaningful experiences into practice: shepherds, livestock farmers, agricultural producers, NGOs and institutions — trying to offer as honest a picture as possible of the territories we passed through, and hoping that this exchange may prove useful and inspiring for other countries too.

Indirizzo

Località Cadonica, 296
Albareto
43051

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