19/06/2026
𝗧𝗿𝗮 𝗹’𝗔𝗽𝗽𝗲𝗻𝗻𝗶𝗻𝗼 𝗽𝗮𝗿𝗺𝗲𝗻𝘀𝗲 𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗽𝗶𝗮𝗰𝗲𝗻𝘁𝗶𝗻𝗼, 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗼 𝗶 𝗰𝗿𝗶𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗲 𝘂𝗻𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝘃𝗮𝗹𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗧𝗮𝗿𝗼, 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗲𝗻𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗿𝗱𝗮, 𝗲̀ 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗲𝗼𝗹𝗶𝗰𝗼 𝗶𝗻𝗱𝘂𝘀𝘁𝗿𝗶𝗮𝗹𝗲 “𝗣𝗮𝗿𝗺𝗮 𝗔” 𝗱𝗶 𝗗𝘂𝗳𝗲𝗿𝗰𝗼 𝗦𝘃𝗶𝗹𝘂𝗽𝗽𝗼 𝗦.𝗽.𝗔. 𝟰𝟳 𝗮𝗲𝗿𝗼𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗶 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟮𝟬𝟬 𝗺𝗲𝘁𝗿𝗶, 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝗶𝘁𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝗼𝗹𝘁𝗿𝗲 𝟰𝟬 𝗰𝗵𝗶𝗹𝗼𝗺𝗲𝘁𝗿𝗶 𝗱𝗶 𝗱𝗼𝗿𝘀𝗮𝗹𝗶 𝗮𝗽𝗽𝗲𝗻𝗻𝗶𝗻𝗶𝗰𝗵𝗲.
Non siamo davanti a un piccolo impianto locale, ma di fronte ad un progetto industriale di enorme scala, destinato a trasformare in modo profondo e permanente territori montani fragili, abitati, ricchi di biodiversità, paesaggio, storia, cultura e tradizioni.
Queste sono le valli dove è nata la nostra Associazione, dove documentiamo la presenza del lupo e di molte altre specie, anche di notevole interesse comunitario, dove seguiamo l’evoluzione degli ecosistemi e lavoriamo per promuovere una reale coesistenza tra attività umane e natura. Per questo lo diciamo con chiarezza: Io non ho paura del lupo APS è contraria al progetto Parma A e presenterà le proprie osservazioni.
La nostra contrarietà non nasce da una posizione contro le energie rinnovabili. Un’analisi attenta, tecnica e critica del progetto ha evidenziato come, uno degli elementi più significativi sia l’assenza della risorsa primaria per un impianto di questo tipo: IL VENTO. Un impianto eolico industriale dovrebbe nascere quantomeno dove esiste una reale vocazione eolica. Invece, per quanto emerso dalla documentazione del proponente e riportato anche nel dibattito pubblico locale, le ore annue di produzione indicate e stimate (quindi non supportate da uno studio anemometrico sul campo) sarebbero inferiori alla soglia prevista dalla normativa regionale per l’individuazione delle aree idonee.
Secondo quanto riportato, la normativa regionale prevede almeno 2300 ore annue equivalenti di produzione, mentre la stessa documentazione del proponente indicherebbe 2178 ore: una quantità inferiore alla soglia stabilita, fortemente messa in discussione dalle controanalisi dei comitati locali, che incrociando dati satellitari, di stazione di terra ed al puntatore, rilevano una stima decisamente inferiore a quanto possa imporre il principio dell’interesse prevalente.
In altre parole: si vorrebbe imporre un impianto gigantesco, in un territorio fragile, con impatti ambientali, paesaggistici e sociali enormi, dove oltretutto manca la risorsa primaria sufficiente a giustificarne la realizzazione.
Quando il vento non basta a spiegare un progetto di questa scala, è legittimo chiedersi se la vera convenienza non sia per il territorio, ma per chi propone l’opera. Se il vantaggio principale non sia ambientale, ma economico. Se la transizione energetica non stia diventando, ancora una volta, occasione di pressione industriale sulle aree interne.
La transizione energetica è necessaria, ma deve essere pianificata, proporzionata, coerente con i luoghi, fondata su dati solidi e rispettosa degli ecosistemi e delle comunità locali. Non può diventare una nuova forma di consumo di territorio e trasformare crinali, boschi, pascoli e aree interne in piattaforme industriali. Non può usare la parola “sostenibilità” per giustificare la compromissione di habitat, paesaggi e beni comuni. I crinali interessati dal progetto non sono spazi vuoti, ma sono habitat, corridoi ecologici, aree di passaggio, alimentazione e riproduzione per la fauna selvatica. Sono boschi, praterie, pascoli, sorgenti, ambienti aperti di quota, versanti fragili, flora spontanea e comunità vegetali e animali che non possono essere considerate elementi secondari dentro una valutazione puramente tecnica. Sono luoghi attraversati, vissuti e riconosciuti anche da chi cammina, lavora, pascola, coltiva, accompagna persone in natura, cura sentieri, mantiene tradizioni, presidia frazioni e paesi.
Ma questi crinali non sono soltanto natura e paesaggio: sono anche territori abitati, lavorati, attraversati e custoditi da generazioni. Sono paesi, frazioni, aziende agricole, allevamenti, consorzi, sentieri, attività turistiche, memorie familiari, feste locali, saperi pratici, cultura rurale e tradizioni che hanno tenuto vive queste montagne anche nei momenti più difficili. Parliamo di aree interne fragili, che da anni soffrono di spopolamento, abbandono, riduzione dei servizi, invecchiamento della popolazione e scarsa attenzione politica. Luoghi dove restare è già una scelta difficile, spesso portata avanti da chi continua a lavorare, presidiare e prendersi cura del territorio.
Un progetto di questa portata non produrrebbe soltanto una devastazione ambientale e paesaggistica in un territorio già profondamente segnato dal dissesto idrogeologico. Produrrebbe anche una ferita sociale e umana. Perché industrializzare oltre 40 chilometri di crinali significa cambiare per sempre la percezione di questi luoghi, indebolire il loro valore turistico, culturale e identitario, rendere ancora più fragile il legame tra comunità e territorio. Non si può parlare di sostenibilità se, in nome della produzione energetica, si compromettono proprio quei paesaggi che rappresentano una delle poche risorse rimaste alle aree interne: bellezza, natura, silenzio, biodiversità, qualità della vita, turismo lento, agricoltura di montagna e senso di appartenenza.
La transizione energetica non può passare sopra la testa delle persone che abitano questi luoghi. Non può chiedere ai territori già più fragili di pagare ancora una volta il prezzo più alto. Un progetto di queste dimensioni comporterebbe nuove strade, sbancamenti, piazzole, fondazioni, cavidotti, cantieri, traffico pesante, frammentazione degli habitat, disturbo alla fauna, alterazione del paesaggio e trasformazioni permanenti e irreversibili dei crinali.
Nei nostri territori esistono già produzioni da fonti rinnovabili che in diversi casi superano il fabbisogno locale. Stanno inoltre partendo progetti di Comunità Energetiche Rinnovabili, autoconsumo collettivo, efficientamento e produzione distribuita. Questa è una strada diversa: più intelligente, più proporzionata, più vicina alle comunità, più rispettosa e meno distruttiva per l’ambiente.
Il punto non è scegliere tra rinnovabili e tutela della natura, ma decidere insieme quale transizione energetica vogliamo. Una transizione diffusa, pianificata e costruita con i territori, oppure una transizione industriale, calata dall’alto, che concentra profitti e scarica impatti ambientali, paesaggistici e sociali sulle aree più fragili. Il progetto Parma A, secondo noi, appartiene a questo secondo modello.
E non è un caso isolato: in molte aree dell’Appennino e d’Italia si stanno moltiplicando progetti simili: grandi impianti industriali su crinali, montagne e aree interne, spesso in luoghi di alto valore ambientale e paesaggistico, con comunità locali costrette a difendersi da opere presentate come inevitabili in nome della transizione energetica.
Ma non tutto ciò che viene definito “verde” è automaticamente giusto. Paesaggi, crinali, habitat naturali e biodiversità sono un bene comune: non appartengono a chi propone grandi progetti industriali, né a chi guarda questi territori soltanto come superfici vuote da occupare su una mappa. Appartengono alle comunità che li vivono e a tutti noi.
Tutelare questi crinali significa anche scegliere quale ambiente, quale paesaggio e quale idea di territorio vogliamo consegnare alle generazioni future, per questo è necessario parlarne e farne parlare. Serve informarsi, condividere materiali, coinvolgere cittadini, associazioni, tecnici, amministratori, escursionisti, agricoltori, allevatori, guide, operatori turistici e chiunque abbia a cuore il futuro dell’Appennino.
I tempi sono strettissimi: per presentare osservazioni ci sono solo pochi giorni e la scadenza è fissata al 4 luglio 2026. Chiunque può presentare osservazioni: cittadini, associazioni, gruppi, enti, anche persone che non vivono nei comuni direttamente interessati.
È importante agire ora, sostenendo concretamente i comitati locali impegnati a fermare questo progetto. Non si tratta di essere contrari alle energie rinnovabili, ma di opporsi a un modello di transizione energetica che, in nome del progresso, rischia di compromettere paesaggi, habitat, biodiversità, comunità locali e territori già di per sé fragili.
Giù le mani dai crinali.
Per informazioni, adesioni, invio di documenti, relazioni e per richiedere supporto nella compilazione delle osservazioni:
[email protected]
Abbiamo inserito qui sotto i riferimenti utili per consultare il progetto presentato e per inviare le osservazioni.
Link progetto completo suddiviso per aree tematiche:
https://drive.google.com/drive/folders/1k0fRUQjQ5_comLCwZd1ABCzIct6BWdSU
Link ufficiale al progetto completo:
https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/Info/11772
Link per scaricare il modulo osservazioni e inviare tramite SPID/CIE:
https://va.mite.gov.it/it-IT/ps/Procedure/InvioOsservazioni
Codice identificativo del progetto:
14050 – WEB-VIA FER-VIAVIAF00000491
Progetto:
Parco eolico Parma A – Duferco Sviluppo S.p.A.