Tempo Per Crescere TPC

Tempo Per Crescere TPC Insieme x i bisogni di persone speciali
Siamo 4 fratelli adottati 2 disabili e 2 della Corea del Sud

Da qui nasce quest’associazione con due intenti:
Il primo è quello di aiutare la persona disabile ad affrontare i disagi della vita nel migliore dei modi ma nello stesso tempo dimostrare che la disabilità non è un ostacolo ma bensì un punto di forza dove tutto è possibile. L’altro intento è quello di mostrare a tutti come l’adozione possa veramente dare ai bambini abbandonati la possibilità di ave

re una vita famigliare. La famiglia non è fatta di sangue ma bensì di amore ed è questo ciò che vogliamo trasmettere. La famiglia è lo specchio in cui Dio si guarda, e vede i due miracoli più belli che ha fatto:
donare la vita e donare l’amore. San Giovanni Paolo II

È DA QUESTA FRASE CHE VORREMMO INIZIARE E PARLARE UN PO’ DI NOI E DI CIÒ CHE RAPPRESENTA QUESTA ASSOCIAZIONE. Sicuramente la nostra storia è ciò che potremmo definire un grande dono e un grande miracolo divino. Siamo 4 fratelli adottati, due disabili e due della Corea del Sud. Il nostro rapporto è veramente speciale, cerchiamo di condividere insieme ogni momento importante della nostra vita, dai compleanni alle feste natalizie. Spesso ci chiedono come facciamo ad essere così uniti, la risposta è davvero semplice, abbiamo imparato ad accettare le nostre diversità e i nostri caratteri, certo, spesso discutiamo ma poi ci ricordiamo da dove veniamo e ciò che ci ha uniti: l’amore e la gioia di vivere. Tutti noi abbiamo dovuto affrontare nella vita delle difficoltà non facili come la disabilità e l’abbandono.

Ci sono cose che mi danno fastidio.Ma non per il motivo che immagini.Non mi dà fastidio che mi guardino.Siamo umani. La ...
28/02/2026

Ci sono cose che mi danno fastidio.
Ma non per il motivo che immagini.

Non mi dà fastidio che mi guardino.
Siamo umani. La curiosità è naturale.
Mi dà fastidio quando fanno finta di non guardare.
Quando distolgono lo sguardo troppo in fretta, come se il mio corpo fosse un errore da non fissare.

Non mi dà fastidio che mi facciano domande.
Mi dà fastidio quando presumono di sapere già la risposta.
Quando riempiono il silenzio con storie inventate su di me.

Non mi dà fastidio che qualcuno voglia aiutarmi.
Mi dà fastidio quando decide al posto mio che ho bisogno di aiuto.

Non mi dà fastidio la parola “disabilità”.
Mi dà fastidio il tono con cui viene sussurrata.

Il disagio non nasce dal mio corpo.
Nasce dall’imbarazzo di chi non sa come comportarsi.

E lo capisco.
Perché nessuno ci insegna a stare davanti alla diversità con naturalezza.
Ci insegnano a essere gentili. Non a essere autentici.

La verità è semplice:
Puoi guardarmi.
Puoi chiedere.
Puoi essere curioso.

Ma fallo con presenza.
Non con paura.

Perché la mia protesi non è fragile.
Il silenzio imbarazzato sì.

— Vincenzina

Se potessi scegliere.Tra– non essere amputata– essere nata così, ma vivere in un mondo davvero inclusivoCosa sceglierei?...
27/02/2026

Se potessi scegliere.

Tra
– non essere amputata
– essere nata così, ma vivere in un mondo davvero inclusivo

Cosa sceglierei?

La risposta che molti si aspettano è semplice:
“Vorrei due gambe.”

È umano pensarlo.
È logico.
È immediato.

Ma lasciami spostare il punto.

La parte più faticosa della mia vita non è stata la gamba che manca.
È stata la scala senza rampa.
Lo sguardo che si ferma troppo a lungo.
La commissione che ti chiede di dimostrare ciò che è evidente.
Il “poverina” sussurrato come se non sentissi.

La disabilità è una condizione.
L’esclusione è una scelta collettiva.

Se fossi nata senza amputazione, ma in un mondo che esclude chiunque sia diverso…
sarei davvero più libera?

O sarei solo parte della maggioranza comoda?

Un mondo davvero inclusivo non cambierebbe solo la mia vita.
Cambierebbe quella di tutti:
di chi invecchia,
di chi si ammala,
di chi attraversa un momento fragile,
di chi oggi si sente fuori posto.

Forse la vera domanda non è cosa sceglierei io.
Ma cosa sceglieremmo come società.

Un corpo “standard” in un mondo che esclude,
o corpi diversi in un mondo che accoglie?

Io ho imparato a vivere nel mio corpo.
Quello che ancora stiamo imparando a costruire… è il mondo.

E tu?
Se potessi scegliere, cosa cambieresti davvero?

Facciamo un esperimento mentale.Immagina un mondo disegnato da persone amputate.Le scale?Decorative. Belle da vedere. In...
26/02/2026

Facciamo un esperimento mentale.

Immagina un mondo disegnato da persone amputate.

Le scale?
Decorative. Belle da vedere. Inutili per spostarsi.

Le rampe?
Ovunque.
Non nascoste dietro l’ingresso secondario, ma integrate nell’architettura.
Linee morbide, eleganti, centrali. Come opere d’arte.

Le scarpe?
Vendute singolarmente di default.
Nessuna domanda imbarazzata in cassa. Nessuno sconto ironico.

Gli autobus?
Accessibili senza dover “chiedere la pedana”.
Perché l’accessibilità non sarebbe un favore, ma lo standard.

La burocrazia?
Semplice come ordinare un caffè.
Niente commissioni che ti chiedono di dimostrare ciò che è evidente.
Nessun verbale contraddittorio. Nessuna attesa infinita per un diritto.

In questo mondo, la parola “normalità” avrebbe un significato diverso.
Perché la normalità non è una verità assoluta.
È una statistica.

Chi è in maggioranza decide cosa è comodo.
Chi è in minoranza si adatta.

Ma adattarsi non significa essere sbagliati.

Questo non è vittimismo.
È ribaltamento di prospettiva.

Non chiediamo un mondo speciale.
Chiediamo un mondo pensato anche per noi.

Perché la vera inclusione non è aggiungere una rampa dopo.
È progettare insieme dall’inizio.

E allora ti lascio una domanda:
se il mondo fosse progettato da chi oggi è costretto ad adattarsi…
quanto sarebbe più comodo per tutti?

C’è una narrativa strana attorno alla parola “amputazione”.Si pensa subito a quello che manca.La gamba.L’equilibrio.La n...
25/02/2026

C’è una narrativa strana attorno alla parola “amputazione”.
Si pensa subito a quello che manca.

La gamba.
L’equilibrio.
La normalità.

Ma c’è una domanda che quasi nessuno fa:

Cosa non ti manca?

E allora te lo dico io.

Non mi manca
– mettere i tacchi a spillo per seguire una moda che non sentivo mia.
– correre dietro a persone che non mi rispettano.
– fingere che tutto sia facile per rassicurare chi non sa come reagire.

Non mi manca
– dimostrare di valere quanto gli altri.
– stare in silenzio per non “mettere a disagio”.
– adattarmi a spazi che non sono pensati per me.

Perché quando perdi qualcosa, a volte perdi anche l’obbligo di compiacere.

L’amputazione mi ha tolto una gamba.
Ma mi ha anche tolto il superfluo.

Mi ha insegnato che l’energia è preziosa.
Che il tempo non si regala a chi non lo merita.
Che la leggerezza non è superficialità, è selezione.

La perdita non è solo sottrazione.
A volte è filtro.

E io, oggi, tengo solo quello che pesa il giusto.

— Vincenzina

🦿 “Un giorno con un amputato: come cambio le scarpe in un battito di ciglia!”Spoiler:non è magia.È organizzazione milita...
20/02/2026

🦿 “Un giorno con un amputato: come cambio le scarpe in un battito di ciglia!”

Spoiler:
non è magia.
È organizzazione militare.

La mattina per molti è: doccia, caffè, scarpe, via.
Per me è: doccia, caffè, protesi, controllo, calza tecnica, allineamento, equilibrio, scarpe… e via (forse).

Cambiare le scarpe?
Facilissimo.
Tolgo la scarpa.
Tolgo la protesi.
Cambio assetto.
Rimetto la protesi.
Riequilibrio tutto.
Infine, scarpa nuova.

Tempo medio: più di un battito di ciglia.
Ma meno di quanto pensi.

La verità è che la vita quotidiana con una protesi è fatta di piccoli dettagli invisibili:
• scegliere scarpe che non siano solo belle, ma compatibili
• controllare che non si creino punti di pressione
• prevedere scale, salite, pavimenti scivolosi
• avere sempre un piano B (e spesso anche un piano C)

Non è dramma.
È adattamento continuo.

E sai qual è la parte interessante?
Diventi creativo.
Diventi pratico.
Diventi esperto di equilibrio — non solo fisico.

Impari che l’eleganza non sta nel tacco alto,
ma nella sicurezza con cui entri in una stanza.

Impari che la lentezza non è debolezza,
è precisione.

Impari che cambiare scarpe può sembrare complicato…
ma cambiare prospettiva lo è molto di più.

Quindi sì, cambio scarpe.
Cambio ritmo.
Cambio modo di fare le cose.

Ma non cambio me.

E se mi vedi ferma qualche secondo in più prima di muovermi,
non è esitazione.
È solo il mio modo di prepararmi al prossimo passo.

💬 C’è qualcosa della vita con una protesi che ti ha sempre incuriosito?
Chiedilo. Meglio una domanda in più che un pregiudizio in più.

📍 Ministero della Salute – Roma🗓 19 febbraio 2026Oggi non siamo numeri di protocollo.Non siamo pratiche sospese.Non siam...
19/02/2026

📍 Ministero della Salute – Roma
🗓 19 febbraio 2026

Oggi non siamo numeri di protocollo.
Non siamo pratiche sospese.
Non siamo percentuali su un verbale.

Siamo due donne in piedi davanti a un Ministero.

Io, Vincenzina.
Maria, al mio fianco.

Siamo nate con malformazioni riconducibili alla talidomide.
Non per scelta. Non per destino.
Per responsabilità che appartengono alla storia di questo Paese.

Dopo verbali inizialmente favorevoli, il riconoscimento dell’indennizzo ci è stato negato.
Motivazioni che riteniamo contraddittorie.
Decisioni che pesano sulla nostra vita concreta.

E allora oggi siamo qui.
Pacificamente.
Con rispetto.
Ma con la schiena dritta.

Perché la giustizia non è un privilegio da concedere.
È un dovere da assumere.

Non stiamo chiedendo un trattamento speciale.
Stiamo chiedendo coerenza.
Stiamo chiedendo che ciò che è stato riconosciuto come diritto per alcuni, non venga negato ad altri per un cavillo.

Davanti a questo edificio ci sono due corpi segnati da una storia.
Ma dentro quei corpi ci sono dignità, forza, lucidità.

E soprattutto una domanda semplice:

Chi si assume la responsabilità?

📍 Ministero della Salute – Roma🗓 19 febbraio 2026 – ore 9Oggi siamo qui.Non per fare rumore.Ma per essere ascoltate.Io, ...
19/02/2026

📍 Ministero della Salute – Roma
🗓 19 febbraio 2026 – ore 9

Oggi siamo qui.
Non per fare rumore.
Ma per essere ascoltate.

Io, Vincenzina Malcotti (Roma), e Maria De Rosa (Bologna) siamo nate con gravi malformazioni riconducibili alla somministrazione di talidomide.
Un farmaco distribuito tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’70, anche dopo la sua revoca.

Siamo nate così.
Senza aver scelto nulla.
Portando sul corpo le conseguenze di decisioni prese altrove.

Per anni abbiamo lottato per ottenere il riconoscimento dell’indennizzo previsto per le vittime della talidomide.
Inizialmente i verbali erano favorevoli.
Poi, improvvisamente, quel riconoscimento è stato negato, con motivazioni che riteniamo contraddittorie e ingiuste.

E allora oggi siamo qui.

Perché la giustizia non è un favore.
Non è una concessione.
È il riconoscimento di una responsabilità.

La giustizia è guardare in faccia una storia e dire: “Sì, è accaduto. E ce ne facciamo carico.”

Non chiediamo privilegi.
Non chiediamo pietà.
Chiediamo coerenza, ascolto, tutela.

Il nostro presidio è pacifico.
Non blocca, non interrompe, non invade.
Occupa solo lo spazio che ci spetta: quello della dignità.

Esistiamo.
Abbiamo nomi, volti, vite costruite con fatica.
E chiediamo che lo Stato riconosca ciò che è stato.

Se credete che la salute pubblica sia un diritto.
Se credete che le istituzioni debbano proteggere, non lasciare indietro.
Se credete che la giustizia non debba dipendere da un cavillo.

Condividete questo messaggio.

Perché la giustizia non è solo una parola nei tribunali.
È una scelta. Ogni giorno.

Essere amputati non è una condanna.È solo un modo diverso di stare nel mondo.E sì, abbiamo anche le nostre “stranezze” (...
31/01/2026

Essere amputati non è una condanna.
È solo un modo diverso di stare nel mondo.
E sì, abbiamo anche le nostre “stranezze” (che tanto strane non sono).
Ecco 10 curiosità vere, semiserie e umane sul nostro mondo.

💬 Conoscevi già una di queste? Quale ti ha fatto sorridere di più?
Hai altre curiosità? Scrivile nei commenti e ne parliamo senza tabù.

A distanza di qualche giorno, l’immagine che ci torna addosso più forte è una: la sala gremita.Non solo piena di persone...
26/01/2026

A distanza di qualche giorno, l’immagine che ci torna addosso più forte è una: la sala gremita.

Non solo piena di persone, ma piena di attenzione, di ascolto vero, di voglia di capire e cambiare le cose.
Durante “Sport e inclusione: oltre ogni barriera” abbiamo sentito qualcosa di raro: quella energia buona che nasce quando una comunità si ritrova e dice, senza giri di parole: lo sport deve essere per tutti. Perché lo sport non è “solo” attività fisica: è mente, è corpo, è fiducia, è relazione, è libertà.

E allora la domanda che ci resta (bella, scomoda, necessaria) è questa:
quante persone con disabilità oggi hanno davvero un luogo, vicino casa, dove poter praticare uno sport adatto, accessibile, rispettoso dei loro bisogni?
Noi di T.P.C. – Tempo per Crescere vogliamo partire da qui.
Quell’evento non è stato un punto d’arrivo: è stato un inizio. Un primo passo concreto per costruire opportunità reali, allenare l’inclusione e trasformare le parole in spazi, progetti, percorsi.
Grazie a chi c’era, a chi ha riempito la sala di presenza e senso.
La strada è aperta. E si cammina meglio insieme.

💬 Se anche tu vuoi far parte di questo cammino, scrivici o condividi questo messaggio: la rete si costruisce così.

26/01/2026
Sabato scorso ci siamo guardati negli occhi e abbiamo capito una cosa semplice: l’inclusione non è un’idea gentile. È un...
19/01/2026

Sabato scorso ci siamo guardati negli occhi e abbiamo capito una cosa semplice: l’inclusione non è un’idea gentile. È un posto vero, con una porta aperta.

Con l'evento “Sport: oltre ogni barriera” abbiamo vissuto lo sport per quello che dovrebbe essere sempre: un diritto, un linguaggio che unisce, un’occasione di benessere e autonomia.

Questo evento, organizzato da Vincenzina Malcotti e Francesco Ducci, è nato con uno scopo chiaro: sensibilizzare. Perché ogni persona con disabilità dovrebbe poter dire:
“Io qui posso allenarmi. Io qui posso esserci.”

E non dovrebbe dipendere dalla fortuna, dal comune, dalla famiglia o dalle risorse del momento.

E soprattutto: questo è solo il primo passo di T.P.C. – Tempo per Crescere.
Un primo passo per dare alle persone con disabilità (e alle loro famiglie) occasioni reali per praticare sport adattato, pensato per le loro esigenze: uno sport che fa bene al corpo, ma anche alla mente, perché porta energia, fiducia, socialità, libertà.

Oggi portiamo a casa emozioni, storie, energia… ma anche una responsabilità: creare (e pretendere) spazi e attività sportive davvero accessibili, in ogni territorio.
Grazie a chi ha partecipato, a chi ha ascoltato, a chi ha condiviso presenza e idee.
Le barriere non si aggirano: si abbattono insieme.

💬 Se anche tu ci credi, condividi e scrivici: costruiamo rete, progetti e opportunità concrete.

Indirizzo

Via Lavinio 34
Albano Laziale

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