09/06/2026
Ibis sacro, il comunicato che finge di parlare a nome della scienza
Patto per il Nord, che si presenta come movimento politico organizzato, ha diffuso un comunicato sugli ibis sacri nel Novarese e nel Vercellese che diversi quotidiani locali ha pubblicato integralmente.
https://www.buongiornonovara.com/ibis-sacro-quando-lideologia-prevale-sulla-realta-a-pagare-sono-i-cittadini/
Conviene dirlo subito, per non concedere scorciatoie a nessuno: il conflitto esiste. A Novara esistono colonie visibili, deiezioni, alberi fortemente imbrattati, pulcini morti a terra non raccolti in tempi adeguati, odori, disagio per chi frequenta il parco. Negarlo sarebbe sciocco, ma è proprio qui che comincia il problema: una cosa è riconoscere un conflitto di coabitazione, altra cosa è trasformarlo in un’operazione politica che somma fastidio urbano, agricoltura, biodiversità e igiene in un unico blocco emotivo, così da far apparire l’abbattimento non come una scelta tra le altre, ma come l’unica risposta seria, adulta, razionale.
Il comunicato di Patto per il Nord fa esattamente questo: parte da fatti reali, li seleziona, li dispone in un ordine retorico molto preciso e poi li consegna al lettore come se parlassero da soli. Ma non parlano da soli, parlano dentro una lingua politica che conosciamo bene: ordine, decoro, buon senso, interesse collettivo, fine dell’ideologia. È il lessico con cui si presentano come neutrali scelte che neutrali non sono mai.
Nessuno mette in discussione il dato normativo. L’ibis sacro è inserito tra le specie esotiche invasive di rilevanza unionale nel quadro del regolamento europeo 1143 del 2014, e in Italia esiste un Piano di gestione nazionale approvato dal Ministero dell’Ambiente. Ma un quadro normativo non esaurisce il problema, e soprattutto non lo rende automaticamente giusto sul piano politico, ecologico o morale. Le norme non scendono dal cielo, sono il prodotto di rapporti di forza, interessi, priorità, pressioni e visioni del mondo. Trattarle come se coincidessero con la verità scientifica è già, di per sé, una manipolazione.
Ed è qui che il comunicato comincia a incrinarsi, perché se davvero si vuole invocare la scienza, allora la scienza va letta per intero, non in modo selettivo. Uno dei lavori più citati su questo tema, firmato da Loïc Marion e pubblicato nel 2013, basato su quattordici anni di studio nella principale area francese di introduzione, conclude che nella fase studiata il regime alimentare dell’ibis sacro era composto soprattutto da invertebrati, che l’espansione numerica recente fu favorita soprattutto dal gambero della Louisiana, che i vertebrati erano prede accidentali e che, in quel contesto, nessuna specie di uccelli risultava realmente minacciata; lo stesso lavoro definiva scientificamente contestabile l’inserimento dell’ibis sacro tra le cento specie più invasive d’Europa.
Dall’altra parte esistono autori, come Pierre Yésou, che hanno sostenuto una lettura più allarmata e più favorevole a interventi forti. Questo significa una cosa molto semplice: la letteratura non parla con una sola voce. Significa che non siamo davanti a una verità scientifica compatta che solo gli ideologici si ostinano a negare ma siamo davanti a un campo controverso, nel quale alcuni studiosi insistono sugli impatti e altri li ridimensionano in modo consistente.
La questione italiana, poi, meriterebbe ancora più prudenza di quella usata da Patto per il Nord. Nel Piano nazionale richiamato dagli enti pubblici si legge, per esempio, che in Italia non risultava documentata predazione su uova o pulcini di altre specie nidificanti nello stesso sito; che gli esperimenti condotti in colonie miste con nidi artificiali e uova non avevano mostrato interesse o capacità predatoria dell’ibis su quelle uova; che i danni economici noti erano pochi e circoscritti; che sul piano sanitario non emergevano particolari rischi legati all’aumento numerico e all’espansione di areale della specie. Sono passaggi che non cancellano il problema, ma lo ridimensionano rispetto al tono apocalittico del comunicato. E soprattutto mostrano quanto sia arbitrario fondere in un unico allarme ciò che appartiene a piani diversi: il fastidio urbano, la gestione del verde pubblico, la biodiversità, il danno agricolo, l’igiene.
Qui bisogna essere molto chiari: pn parco sporco di guano è un problema; un’area temporaneamente meno fruibile è un problema; pulcini morti a terra che non vengono raccolti in tempi adeguati sono un problema serio, anche sul piano della percezione pubblica. Ma nessuna di queste cose autorizza da sola il salto concettuale che il comunicato compie con disinvoltura, cioè trasformare il disagio urbano in prova piena di una minaccia ecologica complessiva e, da lì, in legittimazione dell’uccisione come risposta di buon senso. È precisamente questo il passaggio politico che va smontato.
Perché il cuore del loro testo non è scientifico. È ideologico nel senso più pieno del termine. Basta leggere come usano certe parole: le associazioni che dissentono vengono liquidate come “meramente ideologiche”, l’abbattimento viene travestito da “decisione”, l’interesse di alcune categorie viene promosso a “interesse collettivo”, il fastidio viene ribattezzato evidenza, la preoccupazione sanitaria viene evocata senza dimostrarla, il buon senso viene fatto coincidere con il controllo cruento. È un impianto già visto: prendere un problema reale, selezionare i dati che lo rendono più duro, omettere quelli che lo complicano, e infine presentare la soluzione più semplice, cioè uccidere, come l’unica che abbia senso.
Ma uccidere non è sinonimo di serietà, e non lo diventa soltanto perché lo si scrive in un comunicato con tono fermo.
Chiunque conosca davvero il tema sa che la mitigazione non violenta dei conflitti esiste, richiede lavoro, organizzazione, manutenzione e spesso costa più fatica politica del fucile. Esistono misure di esclusione fisica e barriere, gestione degli attrattivi, modifiche puntuali dell’habitat, dissuasori non letali, scaring techniques, gestione arboricolturale e potature fuori stagione riproduttiva, reti di esclusione in contesti specifici, delimitazioni temporanee intelligenti, raccolta rapida dei pulli morti, pulizia regolare, informazione chiara ai cittadini, manutenzione dei luoghi urbani che riduca gli attrattivi e renda governabile la convivenza. Il manuale europeo sulla gestione dei vertebrati invasivi parla esplicitamente di misure letali e non letali, comprese barriere fisiche; la letteratura e le linee di gestione dei danni da uccelli richiamano habitat modification, exclusion, tree pruning e deterrenza; ISPRA stessa ha pubblicato materiale sui laser come alternativa non letale in alcuni contesti di allontanamento avifaunistico. Questo non significa che ogni strumento vada bene ovunque e sempre. Significa però che il ventaglio delle possibilità non si esaurisce affatto nel colpo di fucile o nel disturbo delle colonie.
Il vero punto politico, quindi, è questo: quale idea di convivenza vogliamo sostenere. Se il criterio diventa che l’essere umano è l’unico abitante legittimo dello spazio urbano, allora ogni presenza animale visibile, rumorosa, sporchevole o poco ornamentale verrà letta come abuso. Se invece si accetta che il mondo non è stato costruito per il solo comfort umano, allora il conflitto va affrontato per quello che è: non una guerra da vincere, ma una coabitazione da governare. A volte con limitazioni temporanee, a volte con spese di manutenzione, a volte con riorganizzazioni degli spazi, a volte con misure tecnologiche o gestionali che riducano l’impatto senza trasformare l’eliminazione in riflesso automatico.
Questo, naturalmente, è molto più difficile che pubblicare un comunicato contro gli “ideologici”. Richiede amministrazioni capaci, tecnici seri, competenti, preparati, volontà di spesa, manutenzione costante, educazione pubblica, e soprattutto un cambiamento mentale: smettere di considerare l’animale un usurpatore del nostro spazio e cominciare a pensare che il nostro spazio è già, da molto tempo, il risultato di una sottrazione. Anche quando la presenza di una colonia crea disagio, resta questo il punto da cui partire. Non perché i cittadini debbano essere lasciati soli nel fastidio, ma perché la risposta non può consistere sempre e soltanto nell’eliminare il vivente che si vede.
Patto per il Nord, in fondo, non sta soltanto parlando di ibis. Sta parlando di un modello di società in cui il conflitto con il non umano viene letto come intralcio da rimuovere, e in cui la politica si presenta come difesa dei territori mentre in realtà difende una sola idea di territorio: quello ridotto a spazio di uso umano, produttivo, pulito, ordinato, disponibile. È una visione coerente con una lunga tradizione politica che mette al centro categorie, interessi, consenso e gerarchie di utilità. Non c’è nulla di sorprendente in questo. La sorpresa, semmai, sarebbe trovare in un simile impianto il coraggio di dire che gli animali non sono comparse tollerate finché non disturbano, ma coabitanti di un mondo che non appartiene soltanto a noi.
Chi oggi usa il disagio reale dei cittadini per chiedere più abbattimenti finge di scegliere tra ideologia e realtà. La scelta vera è un’altra: tra una politica che trasforma ogni conflitto in bersaglio e una politica che prova, con scienza, tecnologia, manutenzione e intelligenza, a rendere possibile la convivenza. La prima strada è quella più antica, più facile e più povera. La seconda è la sola che non scambi il potere di uccidere per il diritto di governare.