Symmachia

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In questa foto c’è tutta la grandezza e la solitudine di due uomini che hanno servito lo Stato sapendo che, spesso, il n...
23/05/2026

In questa foto c’è tutta la grandezza e la solitudine di due uomini che hanno servito lo Stato sapendo che, spesso, il nemico non era solo fuori, ma anche dentro i palazzi della giustizia.

A Palermo il silenzio pesa quanto le sentenze.
E oggi, anche grazie alla Procura di Caltanissetta, riaffiora ancora una volta la realtà più amara: il depistaggio non fu un errore, ma una ferita inflitta alla verità e alla memoria.

L’eroismo di chi cerca davvero la verità è questo: continuare a camminare anche quando intorno resta il vuoto.

Calogero Rapisarda

“𝑷𝒓𝒊𝒎𝒂 𝒍𝒐 𝒍𝒂𝒔𝒄𝒊𝒂𝒓𝒐𝒏𝒐 𝒔𝒐𝒍𝒐. 𝑷𝒐𝒊 𝒍𝒐 𝒄𝒆𝒍𝒆𝒃𝒓𝒂𝒓𝒐𝒏𝒐.”𝐋’𝐚𝐥𝐢𝐛𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐡𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐝𝐚 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞.Ogni anno lo stes...
23/05/2026

“𝑷𝒓𝒊𝒎𝒂 𝒍𝒐 𝒍𝒂𝒔𝒄𝒊𝒂𝒓𝒐𝒏𝒐 𝒔𝒐𝒍𝒐. 𝑷𝒐𝒊 𝒍𝒐 𝒄𝒆𝒍𝒆𝒃𝒓𝒂𝒓𝒐𝒏𝒐.”

𝐋’𝐚𝐥𝐢𝐛𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐡𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐝𝐚 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞.

Ogni anno lo stesso rito: corone, retorica, custodi ufficiali della memoria, professionisti dell'antimafia.
Uno Stato che commemora i propri martiri con la stessa freddezza con cui, da vivi, li lasciò soli.
Non fu soltanto la mafia a uccidere Giovanni Falcone.
Fu anche l’invidia dei mediocri, il sabotaggio dei pavidi, il silenzio dei complici.
Il tritolo esplose a Capaci, ma l’isolamento era cominciato molto prima, dentro le istituzioni.
E oggi molti di quelli che allora insinuavano, frenavano, tacevano, depongono fiori.
La commemorazione è diventata l’ultima forma dell’ipocrisia: celebrare i morti per non processare i vivi.
Finché la verità resterà senza colpevoli, il 23 maggio non sarà memoria nazionale.
Sarà l’alibi annuale di chi ha ancora qualcosa da nascondere.

Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.
Strage di Capaci — 23 maggio 1992.

Antonio Cacioppo

𝐃𝐮𝐞 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐞."𝐻𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙'𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑎.”— Luca Signorelli"𝑆𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑓𝑜𝑠𝑠𝑒 𝑎𝑏𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑎 𝑙𝑒𝑖 𝑒 𝑑𝑎𝑔𝑙𝑖 𝑎...
20/05/2026

𝐃𝐮𝐞 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐞.

"𝐻𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙'𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑎.”
— Luca Signorelli

"𝑆𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑓𝑜𝑠𝑠𝑒 𝑎𝑏𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑎 𝑙𝑒𝑖 𝑒 𝑑𝑎𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑠𝑡𝑖, 𝑃𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑣𝑖𝑣𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑔𝑖𝑜𝑖𝑜𝑠𝑖 𝑒 𝑝𝑎𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑖, 𝑚𝑎 𝑝𝑢𝑟𝑡𝑟𝑜𝑝𝑝𝑜 𝑐𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖.”
— Paolo Sorrentino

Due frasi. Due Italie.

Luca Signorelli non sapeva che sarebbe diventato un eroe. Non aveva un copione, non aveva un palco. Aveva solo un istinto: quello di un uomo vero che, davanti al pericolo, non calcola, non posa, non recita. Si muove, rischia, salva.

E dopo, con una semplicità che vale più di mille discorsi, dice: “Ho fatto vedere che l'Italia non è morta.”

Non “io”. L’Italia.

In quella frase c’è qualcosa che oggi abbiamo quasi dimenticato: l’idea che esista ancora un popolo, una comunità fatta di persone normali che, nel momento decisivo, sanno distinguere il bene dal male, il coraggio dalla vigliaccheria, il dovere dall’indifferenza.

Dall’altra parte c’è un mondo che dell’Italia parla continuamente — nei festival, sui palchi, ma che degli italiani reali conosce sempre meno. Un ambiente ovattato, autoreferenziale.
Un mondo che divide l’umanità in caste morali: gli artisti, gli illuminati, i raffinati… e poi “gli altri”. Gli uomini comuni. Gli uomini senza qualità.

Ecco la differenza: da una parte un eroe vivo, vero, meravigliosamente umano, normale; dall’altra il mondo di Paolo Sorrentino, un mondo plastificato, fondato sull’idea che la civiltà appartenga a un’élite culturale.

E quella frase rivolta al Presidente ne è la sintesi perfetta: il cortigiano che ringrazia il mecenate.

Ma la società, molto più semplicemente, la tengono in piedi uomini come Luca Signorelli.

I festival finiscono.
Gli applausi passano.
Ma le civiltà sopravvivono solo finché esistono uomini disposti a rischiare per degli sconosciuti.

Antonio Cacioppo

𝐈𝐥 𝐦𝐮𝐥𝐭𝐢𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐞𝐬𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢𝐭𝐚̀Modena. Una macchina lanciata sulla folla. Persone travolte. Tutti parl...
19/05/2026

𝐈𝐥 𝐦𝐮𝐥𝐭𝐢𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐞𝐬𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢𝐭𝐚̀

Modena. Una macchina lanciata sulla folla. Persone travolte. Tutti parlano di disagio psichico e isolamento.

Ma in molti attentati europei tornano sempre gli stessi elementi: auto usata come arma, vittime casuali e indifese, luoghi della normalità quotidiana colpiti per generare un impatto psicologico enorme con mezzi minimi.

Ma la domanda che nessuno vuole fare rimane lì, scomoda e inevitabile: come siamo arrivati fin qui?

Per anni ci hanno raccontato che il multiculturalismo fosse il destino inevitabile delle società moderne: più culture, più apertura, più progresso. Chi osava dubitarne era un reazionario, un ignorante, un pericoloso.

Nel frattempo, ciò che vediamo in molte città europee non è una convivenza armoniosa. È una somma di solitudini collettive, comunità parallele, diffidenze reciproche e identità svuotate.

Alain de Benoist lo aveva intuito e lo ha scritto nero su bianco in "La scomparsa dell'identità. Come orientarsi in un mondo senza valori": il multiculturalismo liberale non difende davvero le differenze. Le neutralizza.

Perché una società che non crede più nella propria storia, nella propria cultura e nei propri simboli non integra nessuno: semplicemente si dissolve.

Nel nome della tolleranza assoluta, l'Europa ha progressivamente smesso di trasmettere sé stessa. Ha trasformato le radici in colpe, le tradizioni in imbarazzi, i confini in tabù morali.

E i segni sono ovunque, per chi vuole vederli. Presepi rimossi per non offendere. Feste millenarie ridiscusse in nome della sensibilità altrui. Quartieri di capitali europee dove la lingua del paese è diventata la seconda lingua. Non è integrazione. È sostituzione silenziosa.

Il risultato non è un mondo più unito. È un continente più fragile: quartieri separati, appartenenze ostili, individui senza memoria comune.

De Benoist parlava del "diritto alla differenza". Ma una differenza reale può esistere solo tra identità vive, non dentro il vuoto di una civiltà che ha rinunciato a definirsi.

Modena non è una fatalità. È una conseguenza.

Una civiltà non muore quando viene attaccata dall'esterno.
Muore quando smette di considerarsi degna di essere continuata.

Antonio Cacioppo

07/05/2026

𝐋𝐚 𝐦𝐚𝐬𝐜𝐡𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐚𝐝𝐮𝐭𝐚. 𝐄́𝐥𝐢𝐭𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐨.

C’è sempre un momento in cui il progressismo da salotto smette di fingere. Un momento in cui la maschera umanitaria cade e affiora ciò che davvero pensa delle persone fragili, improduttive, marginali.
Quel momento è arrivato ancora una volta con Massimo Giannini, che ha paragonato il governo a un centenario in sedia a rotelle. Non è stata solo una battuta infelice. È stata una radiografia culturale. Perché dentro quell’immagine c’è un’idea precisa: ciò che è vecchio, debole, lento, diventa automaticamente uno scarto.
Certa sinistra parla continuamente di inclusione, ma spesso ragiona secondo categorie profondamente elitiste. Conta chi possiede i codici culturali giusti; gli altri vengono compatiti, educati, corretti — oppure ridicolizzati.
Non odiano i poveri in teoria. Li odiano nella pratica.
Li celebrano nei comizi e nelle campagne elettorali, ma appena il popolo vota male, parla male o pensa diversamente, il velo cade. E sotto resta il disprezzo.
Tom Wolfe lo aveva intuito già nel 1970 con Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers: la borghesia progressista ama i poveri purché restino abbastanza lontani da non disturbare il salotto.
Quando il popolo non conferma la narrazione progressista, viene patologizzato. I sostenitori di Donald Trump diventano, nelle parole di Hillary Clinton, un “basket of deplorables”. In Francia François Hollande definì i poveri “sdentati”. In Italia il meccanismo assume spesso la forma del paternalismo colto.
Eugenio Scalfari arrivò a sostenere che i poveri avrebbero soprattutto bisogni elementari: mangiare, dormire, ripararsi. Una visione che riduce il popolo a corpo da assistere, non a comunità da ascoltare.
E quando la sinistra perde, la colpa non è mai della propria distanza dal reale. È sempre del popolo.
Così Gianni Cuperlo attribuisce una sconfitta elettorale alla scarsa scolarizzazione dei giovani. Il sottotesto è chiaro: se avessero studiato abbastanza, avrebbero votato “bene”.
È il classismo elegante delle élite istruite. Non ti umiliano per il tuo reddito, ma per il tuo lessico, il tuo gusto, il tuo accento, il tuo voto.
Luca Ricolfi lo ha descritto con precisione: una parte della sinistra occidentale ha abbandonato il conflitto sociale per rifugiarsi nel moralismo identitario. Non rappresenta più il lavoratore, ma il laureato urbano.
La “sinistra ZTL” non è solo uno slogan polemico. È un mondo separato: quartieri protetti, scuole protette, relazioni protette. E poi lezioni quotidiane di etica impartite a chi fatica ad arrivare a fine mese.
Questa borghesia illuminata non sopporta il popolo perché il popolo ricorda una verità scomoda: la vita reale non coincide con i codici morali delle élite.
E allora lo educa, lo corregge, lo deride.
Questa è la vera malattia del progressismo da salotto: amare l’umanità in astratto e disprezzare il popolo reale.

𝐴𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖𝑜 𝐶𝑎𝑐𝑖𝑜𝑝𝑝𝑜

“Lettera all'amico che non ho avuto la possibilità di conoscere” di Antonio CacioppoCaro Sergio,non so quando sei entrat...
29/04/2026

“Lettera all'amico che non ho avuto la possibilità di conoscere” di Antonio Cacioppo

Caro Sergio,
non so quando sei entrato in me. A un certo punto eri già lì.
Ho pianto quando ho saputo — non per abitudine, non per dovere. Ho pianto perché qualcosa si è rotto in un posto che non sapevo di avere.
A volte le cose che ti spezzano non sono le cose grandi, le commemorazioni, le parole solenni. Sono le cose piccole, le cose intime, quelle che non racconti a nessuno.
Da allora ti penso, non come un'idea né come un simbolo, ma come un ragazzo che aveva vent'anni e non ha arretrato. Questo è tutto, ma è già abbastanza per non dimenticare mai.
Non ti scrivo per commemorarti.
Ti scrivo perché sei ancora presente, in quel modo strano e ostinato in cui restano le cose che non si sono risolte.
Non ti lascio andare.
Non perché sia un gesto eroico.
Ma perché non ci riesco.

𝐍𝐨𝐧 𝐜𝐞𝐥𝐞𝐛𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝟐𝟓 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐢. Uno, perché non è una festa inclusiva e nazionale, ma è sempre stata la festa...
27/04/2026

𝐍𝐨𝐧 𝐜𝐞𝐥𝐞𝐛𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝟐𝟓 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐢.

Uno, perché non è una festa inclusiva e nazionale, ma è sempre stata la festa delle bandiere rosse e del fossato d’odio tra due italie. Due, perché è una festa contro gli italiani del giorno prima, ovvero non considera che gli italiani fino allora erano stati in larga parte fascisti o comunque non antifascisti e dunque istiga alla doppiezza e all’ipocrisia. Tre, perché non rende onore al nemico ma nega dignità e memoria a tutti coloro che hanno dato la vita per la patria, solo per la patria, pur sapendo che si trattava di una guerra perduta. Quattro, perché l’antifascismo finisce quando finisce l’antagonista da cui prende il nome: il fascismo è morto e sepolto e non può sopravvivergli il suo antidoto, nato con l’esclusiva missione di abbatterlo. Cinque, perché quando una festa aumenta l’enfasi col passare degli anni anziché attenuarsi, come è legge naturale del tempo, allora regge sull’ipocrisia faziosa e viene usata per altri scopi; ieri per colpire Berlusconi, oggi Salvini. Sei, perché è solo celebrativa, a differenza delle altre ricorrenze nazionali, si pensi al 4 novembre in cui si ricordano infamie e orrori della Grande Guerra; invece nel 25 aprile è vietato ricordare le pagine sporche o sanguinarie che l’hanno accompagnata e distinguere tra chi combatteva per la libertà e chi voleva instaurare un’altra dittatura. Sette, perché celebrando sempre e solo il 25 aprile, unica festa civile in Italia, si riduce la storia millenaria di una patria, di una nazione, ai suoi ultimi tempi feroci e divisi. Troppo poco per l’Italia e per la sua antica civiltà.

Quando avremo una memoria condivisa? Quando riconosceremo che uccidere Mussolini fu una necessità storica e rituale per fondare l’avvenire, ma la macelleria di Piazzale Loreto fu un atto bestiale d’inciviltà e un marchio d’infamia sulla nascente democrazia. Quando riconosceremo che Salvo d’Acquisto fu un eroe, ma non fu un eroe ad esempio Rosario Bentivegna con la strage di via Rasella. Quando ricorderemo i sette fratelli Cervi, partigiani uccisi in una rappresaglia dopo un attentato, e porteremo un fiore ai sette fratelli Govoni, uccisi a guerra finita perché fascisti. Quando diremo che tra i partigiani c’era chi combatteva per la libertà e chi per instaurare la dittatura stalinista. Quando distingueremo i partigiani combattenti sia dai terroristi sanguinari che dai partigiani finti e postumi, che furono il triplo di quelli veri. Quando onoreremo con quei partigiani chiunque abbia combattuto lealmente, animato da amor patrio, senza dimenticare “il sangue dei vinti”. Quando celebrando le eroiche liberazioni, chiameremo infami certi suoi delitti come per esempio l’assassinio del filosofo Giovanni Gentile, dell’archeologo Pericle Ducati o del poeta cieco Carlo Borsani. Quando celebrando la Liberazione ricorderemo che nel ventennio nero furono uccisi più antifascisti italiani nella Russia comunista che nell’Italia fascista (lì centinaia di esuli, qui una ventina in vent’anni); che morirono più civili sotto i bombardamenti alleati che per le stragi naziste; che ha mietuto molte più vittime il comunismo in tempo di pace che il nazismo in tempo di guerra, shoah inclusa. Quando sapremo distinguere tra una Resistenza minoritaria che combatté per la patria e la libertà, cattolica, monarchica o liberale, come quella del Colonnello Cordero di Montezemolo o di Edgardo Sogno, e quella maggioritaria comunista, socialista radicale o azionista-giacobina che perseguiva l’avvento di un’altra dittatura. I comunisti, che erano i più, non volevano restituire la patria alla libertà e alla sovranità nazionale e popolare ma volevano una dittatura comunista internazionale affiliata all’Urss di Stalin.

Da italiano avrei voluto che la Resistenza avesse davvero liberato l’Italia, scacciando l’invasore. Avrei voluto che la Resistenza fosse stata davvero il secondo Risorgimento d’Italia. E avrei voluto che il 25 aprile avesse unito un’Italia lacerata. Sarei stato fiero di poter dire che l’Italia si era data con le sue stesse mani il suo destino di nazione sovrana e di patria libera. In realtà l’Italia non fu liberata dai partigiani ma dagli alleati che ci dettero una sovranità dimezzata. Il concorso dei partigiani fu secondario, sanguinoso ma secondario. La sconfitta del nazismo sarebbe avvenuta comunque, ad opera degli Alleati e dei Sovietici.

I partigiani non agirono col favore degli italiani ma di una minoranza: ci furono altre due italie, una che rimase fascista e l’altra che si ritirò dalla contesa e ripiegò neutrale e spaventata nel privato o si rifugiò a sud sotto le ali della monarchia.

Il proposito di unire gli italiani non rientrò mai nelle celebrazioni in rosso sangue del 25 aprile. Fu sempre una festa contro: contro quei morti e i loro veri o presunti eredi. Chi ha provato a unirsi alla Festa da altri versanti è stato insultato e respinto in malo modo. Accadrà quest’anno pure ai grillini ignari?

Non vanno dimenticati gli italiani che restarono fascisti fino alla fine, combatterono, morirono senza macchiarsi di alcuna ferocia, pagarono di persona la loro lealtà, la loro fedeltà a un’idea, a uno Stato e a una Nazione; la futura classe dirigente dell’Italia fu falcidiata dalla guerra civile. Sia tra gli antifascisti che tra i fascisti vi furono patrioti e mazziniani che pensarono, credettero e combatterono nel nome della patria. L’antifascismo fu una pagina di dignità, fierezza e libertà quando il fascismo era imperante; ma non lo fu altrettanto l’antifascismo a babbo morto, cioè a fascismo sconfitto e finito. Era coraggioso opporsi al regime fascista, non giurargli fedeltà, ma fu carognesco sputare sul suo ca****re e oltraggiarlo. E infame è farlo ancora oggi, 74 anni dopo. Distinguiamo perciò tra gli antifascisti che rifiutarono di aderire al regime fascista, pagandone le conseguenze; e gli antifascisti del 25 aprile da corteo postumo e permanente.

Marcello Veneziani, La Verità 24 aprile 2019

Il 25 aprile è morto oggi. A Milano, a Roma, a Bologna "fascisti col fazzoletto rosso"Il 25 aprile è morto oggi. È morto...
26/04/2026

Il 25 aprile è morto oggi. A Milano, a Roma, a Bologna "fascisti col fazzoletto rosso"

Il 25 aprile è morto oggi. È morto a Milano, a Roma, a Bologna. Non nei libri di storia, non nella memoria nazionale, ma nelle piazze che avrebbero dovuto celebrarlo. È morto soffocato dall’odio, dalla violenza, dalla sopraffazione. I suoi assassini hanno scelto il rosso sangue come colore, non a caso.

A Milano i rappresentanti della Brigata Ebraica, simbolo di quei combattenti ebrei che aiutarono a sconfiggere il nazifascismo, sono stati circondati, aggrediti, respinti. Nel giorno dedicato alla Liberazione, gli ebrei sono stati trasformati in bersaglio. Una vergogna che basterebbe da sola a misurare il degrado morale di una certa piazza.

Li avrebbe definiti Enrico Berlinguer i «fascisti col fazzoletto rosso». Mai definizione fu più precisa. Perché il fascismo, quando ritorna, non sempre indossa la camicia nera. Talvolta cambia divisa, lessico, simboli. Ma conserva intatti i metodi: il branco contro il singolo, la minaccia contro il dissenso, l’odio etnico contro il diverso.

Luigi Marattin lo ha detto con nettezza: «Per decenni ci siamo illusi di vedere il fascismo ovunque. Ora il fascismo si è fatto vivo, solo che ha la bandiera rossa. Fa sempre la stessa cosa: inveisce contro gli ebrei e aggredisce fisicamente chi non la pensa come loro».

Emanuele Fiano ha denunciato l’orrore di una frase urlata contro la Brigata Ebraica: «Siete solo saponette mancate». Parole che arrivano direttamente dal vocabolario della Shoah, dal disprezzo nazista, dalla barbarie europea. Pronunciate in un corteo del 25 aprile. È un cortocircuito storico che fa rabbrividire.

A Bologna una bandiera dell’Ucraina è stata strappata e allontanata con brutalità. A Roma sono stati aggrediti Matteo Hallissey e Ivan Grieco. Portavano il vessillo di un popolo invaso da un tiranno, quello dell’Ucraina aggredita da Vladimir Putin. Sono stati colpiti con spray al peperoncino, spinti, privati delle bandiere e costretti a ricorrere al Pronto Soccorso per aver sfilato il 25 aprile.

Il copione è sempre lo stesso. I fasciati col fazzoletto rosso stanno con Vladimir Putin contro l’Ucraina, con Hamas contro Israele, con i Pasdaran contro gli iraniani che chiedono libertà. Stanno con tutti i satrapi, con tutti i tiranni, con tutti i liberticidi. Purché possano chiamarsi “anti-occidentali”.

C’è una minoranza fanatizzata che per anni ha gridato al fascismo contro chiunque dissentisse. E oggi, mentre ne replica i comportamenti, pretende persino una patente morale. Aggredisce e si sente giusta. Esclude e si proclama inclusiva. Odia e si definisce resistente.

Per questo serve un’inchiesta seria. Seria, documentata, senza sconti. Su ciò che è diventata l’ANPI in troppe piazze italiane. Su chi organizza, tollera, copre o minimizza questa deriva. Su quel che si muove dietro le quinte del nuovo fascismo: non quello immaginario, agitato come spauracchio da talk show, ma quello reale, muscolare, antisemita, antiucraino, antioccidentale. Quello che aggredisce gli ebrei, strappa le bandiere dell’Ucraina, manda i manifestanti al Pronto Soccorso e poi pretende ancora di chiamarsi antifascismo.

No. La Resistenza non ha nulla a che vedere con questa miseria. Il 25 aprile appartiene agli italiani liberi, ai partigiani veri, agli ebrei che combatterono, ai democratici, ai liberali, ai socialisti riformisti, ai cattolici antifascisti. Non ai professionisti dell’intimidazione di piazza.

di Aldo Torchiaro
(articolo pubblicato sul sito de “Il Riformista” il 25/04/2026)

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