Acri Sogna

Acri Sogna Associazione no profit Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Siate il peso che inclina il piano.

“Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Siate sempre in disaccordo perché il dissenso è un’arma. Siate sempre informati e non chiudetevi alla conoscenza perché anche il sapere è un’arma. Forse non cambierete il mondo, ma avrete contribuito a inclinare il piano nella vostra direzione e avrete

reso la vostra vita degna di essere raccontata. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.”

Bertrand Russell

03/06/2026

poi qualcosa si e rotto…

nel 1991 l’Italia era ricca, ma non necessariamente più efficiente. Molti dei problemi che oggi vediamo chiaramente erano già presenti e stavano maturando lentamente. La differenza è che la crescita globale, la demografia favorevole e un sistema industriale ancora fortissimo riuscivano a nasconderli. Come una nave che procede a piena velocità: le falle nello scafo sembrano meno urgenti finché il mare resta calmo.

1991: davvero l’anno migliore dell’Italia?

Nel 1991 l’Italia sembrava aver raggiunto il suo punto più alto. Era una delle maggiori potenze industriali del pianeta, il Made in Italy conquistava mercati internazionali, la natalità rimaneva relativamente elevata e il benessere diffuso alimentava una fiducia che oggi appare quasi lontana.

Molti economisti considerano i primi anni Novanta come l’apice dell’Italia contemporanea. Il Paese era appena diventato la quarta economia mondiale per dimensioni complessive e le imprese italiane erano protagoniste in settori come la moda, l’arredamento, la meccanica, l’automazione e l’agroalimentare.

L’atmosfera era quella di una nazione convinta che il futuro avrebbe portato ulteriore crescita. Ogni anno nascevano oltre mezzo milione di bambini, il mercato del lavoro appariva dinamico e il risparmio privato delle famiglie era tra i più alti al mondo.

Eppure, sotto la superficie, esistevano già alcune fragilità.

Il debito pubblico aveva superato il 100% del PIL e continuava a crescere. Molte grandi aziende pubbliche mostravano inefficienze strutturali. La produttività iniziava a rallentare rispetto ai principali concorrenti internazionali. Inoltre, la fine della Guerra Fredda stava cambiando profondamente gli equilibri economici globali.

Negli anni successivi arrivarono eventi destinati a trasformare il Paese: la crisi valutaria del 1992, Tangentopoli, la fine della Prima Repubblica, la globalizzazione, l’ingresso nell’euro e la crescente concorrenza dei mercati emergenti.

Nel frattempo la popolazione ha continuato a invecchiare. Le nascite sono diminuite progressivamente, mentre il peso delle pensioni e della spesa sociale è aumentato. La crescita economica si è fatta più lenta e il reddito reale delle famiglie ha smesso di avanzare al ritmo delle decadi precedenti.

Oggi l’Italia rimane una delle principali economie del mondo, con eccellenze industriali e culturali riconosciute ovunque. Tuttavia, rispetto al 1991, è un Paese più anziano, più indebitato e meno fiducioso nelle proprie prospettive.

La vera domanda non è se il 1991 sia stato l’anno migliore della nostra storia recente. La domanda è un’altra: come mai, proprio quando eravamo al vertice, non siamo riusciti a trasformare quella ricchezza in crescita duratura?

Capire la risposta significa andare oltre la nostalgia. Significa studiare le scelte economiche, politiche e demografiche degli ultimi trentacinque anni. Perché il futuro non si costruisce rimpiangendo un’età dell’oro, ma comprendendo perché è finita. poi qualcosa si e rotto…

02/06/2026

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
non è per colpa mia
ma questa nostra Patria
non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli
che sia una bella idea

ma temo che diventi
una br**ta poesia.
Mi scusi Presidente
non sento un gran bisogno
dell'inno nazionale
di cui un po' mi vergogno.
In quanto ai calciatori
non voglio giudicare
i nostri non lo sanno
o hanno più pudore.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
se arrivo all'impudenza
di dire che non sento
alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi
e altri eroi gloriosi
non vedo alcun motivo
per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese
pieno di poesia
ha tante pretese
ma nel nostro mondo occidentale
è la periferia.

Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po' sfasciato.
E' anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che tutto è calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c'è un'aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
dovete convenire
che i limiti che abbiamo
ce li dobbiamo dire.
Ma a parte il disfattismo
noi siamo quel che siamo
e abbiamo anche un passato
che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente
ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos'è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese
forse è poco saggio
ha le idee confuse
ma se fossi nato in altri luoghi
poteva andarmi peggio.

Mi scusi Presidente
ormai ne ho dette tante
c'è un'altra osservazione
che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri
noi ci crediamo meno
ma forse abbiam capito
che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente
lo so che non gioite
se il grido "Italia, Italia"
c'è solo alle partite.
Ma un po' per non morire
o forse un po' per celia
abbiam fatto l'Europa
facciamo anche l'Italia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo
per fortuna o purtroppo
per fortuna
per fortuna lo sono.

[Giorgio Gaber - Io non mi sento italiano - 2003]

02/06/2026
01/06/2026

C’è un’Italia che viaggia a 46,1mila euro per abitante.
E un’altra che non arriva a 25mila.

Non è una sfumatura. È un salto.

Parliamo del Nord-ovest da una parte, del Mezzogiorno dall’altra. Stesso Paese, stessa moneta, stessa bandiera. Ma quando guardi quanto produce una persona media, il quadro cambia di colpo. Non siamo davanti a una differenza piccola, di quelle che uno dice “vabbè, si recupera”. Qui il punto è che una parte del Paese corre da decenni, l’altra resta appoggiata al bordo della strada e fatica a ripartire.

E la cosa che sorprende di più è questa: all’Unità d’Italia la distanza non era ancora quella bestia che conosciamo oggi. Le differenze tra Nord e Sud esistevano, certo. Ma erano molto meno pronunciate. In alcuni studi si dice persino che fossero modeste, quasi inesistenti. Il Paese era povero un po’ dappertutto, con molte zone ancora agricole, poche industrie e tanti problemi uguali da entrambe le parti.

Poi cambia tutto.

Alla fine dell’Ottocento parte l’industrializzazione vera, e non parte a caso: si concentra nel Nord-Ovest. È lì che si forma il triangolo industriale, lì che arrivano fabbriche, capitale, lavoro, servizi migliori, reti più f***e. Il Sud, invece, resta più legato all’agricoltura, con meno imprese e meno occasioni. Da quel momento il divario non è più una differenza: diventa una traiettoria.

Nel Novecento le distanze si allargano ancora. Nel 1951, secondo le stime, le differenze fra le grandi aree del Paese toccano il massimo storico. Il Nord-Ovest sta in testa, il Sud e le isole in fondo. Poi nel secondo dopoguerra qualcosa si muove: negli anni del miracolo economico il gap si riduce un po’, perché il Sud cresce e si modernizza. Ma non abbastanza da ribaltare la classifica.

E infatti il problema resta lì, duro come un sasso.

Negli ultimi due decenni le disparità territoriali in termini di Pil pro capite si sono persino ampliate. Nel 2022 solo il Nord è riuscito a tornare ai livelli del 2000, mentre il Mezzogiorno e il Centro sono rimasti sotto. Tradotto: non solo il Sud è più indietro. Fa anche più fatica a recuperare terreno quando il resto d’Italia riparte.

E quando guardi il reddito disponibile delle famiglie, il quadro non consola. Nel 2024 il Mezzogiorno è ancora a 17,8mila euro per abitante, ben sotto il Centro-Nord. Non è solo questione di stipendi. È una storia di opportunità, infrastrutture, servizi, imprese, fuga dei giovani, meno consumi, meno spinta. Un cerchio che si chiude sempre nello stesso punto.

Per questo quel numero sull’immagine non è solo un numero. È la fotografia di un Paese che da più di un secolo si porta dietro una crepa profonda. E ogni volta che la guardi, capisci la stessa cosa: il divario non è nato ieri. E non si sistema da solo.

💁‍♂️ Quel che non sapevi, in breve
👉 Nord-ovest: 46,1mila euro di Pil pro capite
👉 Mezzogiorno: sotto i 25mila euro di Pil pro capite
👉 All’Unità le differenze erano molto più piccole di oggi
👉 Alla fine dell’Ottocento parte l’industrializzazione nel Nord-Ovest
👉 Nel 1951 il divario tocca il massimo storico
👉 Nel 2022 solo il Nord recupera i livelli del 2000
👉 Nel 2024 il reddito disponibile nel Mezzogiorno è 17,8mila euro
📚 Fonti: istat, treccani, rubbettino, lavoce

31/05/2026
31/05/2026

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