09/08/2026
ALCUNI SPUNTI DA DANIEL BARENBOIM
IN MARGINE AL CONCERTO ACCEGLIESE DI
"RECONDITE ARMONIE 2026"
8 AGOSTO 2026
È necessario essere competenti in materia musicale per poterne parlare? Può il semplice ascoltatore partecipare alla musica senza sapere leggere uno spartito? Ed è lecito per un incompetente in materia poterne parlare? Si ritiene la risposta essere un «Sì!».
Lo conferma anche Daniel Baremboim, quando nel suo LA MUSICA SVEGLIA IL TEMPO scrive:
[...] musicisti o ... non-musicisti, [...] piuttosto [...] menti curiose di scoprire le corrispondenze fra musica e vita, e la saggezza che diventa comprensibile all’orecchio pensante. Tali scoperte non sono privilegi riservati ai musicisti di grande talento che fin dalla più tenera età ricevono un’educazione musicale, né una torre d’avorio o un lusso riservato ai ricchi; sono convinto che sviluppare l’intelligenza dell’orecchio sia una necessità fondamentale. (DB)
Il diritto alla parola non è locuzione vuota. Ricopre, invece, una funzione importantissima nell’idea di partecipazione alla libertà, permettendo di approcciarsi all’opinione con quel processo di progressiva autoconsapevolezza che mette da parte la presunzione di poter dire tutto quello che passa per la testa senza alcun processo di ragione.
Il diritto alla parola richiede un atto di responsabilità, della responsabilità implicita nel dover pensare, non un diritto ad aprire la bocca per la fuoriuscita dell’indistinto.
Così, potendo parlare di musica, si ha l’occasione di poter sperimentare l’opportunità a prendere parte al progetto musicale della natura umana; la voce è un suono, può articolarsi in canto, conformarsi ai processi vitali coi rispettivi ritmi, cadenze e movenze, modulando, in questo modo, la complessità dell’esistenza.
Nondimeno, non dobbiamo smettere mai di domandarci quale sia esattamente il contenuto della musica, questa sostanza intangibile che si esprime solo attraverso il suono. Non possiamo definirla come qualcosa che ha solo un contenuto matematico, poetico o sensuale. È tutte queste cose insieme e molto altro ancora. Ha a che fare con la condizione umana, poiché la musica è scritta ed eseguita da esseri umani che esprimono i loro più intimi pensieri, sentimenti, impressioni e osservazioni. Ciò vale per tutta la musica, indipendentemente dal periodo in cui sono vissuti i compositori e dalle loro ovvie differenze di stile. Bach e Boulez, per esempio, vissuti a trecento anni di distanza, hanno creato dei mondi che noi, come esecutori e come ascoltatori, rendiamo contemporanei. (DB)
Un trasferimento di livello. Una capacità di sentirsi fianco a fianco con qualsiasi tempo e trasporlo nel contingente. Il concetto non è indolore, costringe a un mutamento di posizione e di osservazione, necessita del coraggio ad abbracciare nuove prospettive, nuovi linguaggi. Una sonorità che dispone il procedere quotidiano secondo una scalarità altalenante e, anche, necessariamente complementare, contrappuntistica:
Il suono ha una tale capacità di creare un legame fra tutti gli elementi per cui nessun elemento è unicamente negativo o positivo. [...] In musica, però, la gioia e il dolore esistono simultaneamente e di conseguenza ci permettono di vivere un senso di armonia. La musica è sempre contrappuntistica, nel senso filosofico della parola.
[In musica] coesistono sempre elementi opposti, a volte persino in conflitto tra loro. La musica accetta in ogni momento i commenti di una voce da parte dell’altra, e tollera gli accompagnamenti sovversivi come l’antipode necessario delle voci principali. In musica, il conflitto, il rifiuto, l’impegno coesistono sempre. (DB)
Ma rimane in noi qualche reminiscenza di dialogo interiore quando ci troviamo avvolti dai nostri pensieri? Il dialogo con se stessi è una sorta di viaggio nel labirinto del proprio corpo. Se si osserva il cervello si potrebbe essere còlti dallo spaesamento, proprio come se si fosse in un labirinto. Un labirinto di specchi, sui quali veniamo posti a confronto con la nostra realtà vista nel suo paredro, cioè qualcosa che ci è talmente vicino da non essere facilmente scindibile da noi, eppure differenziato, contrappuntistico. La doppia natura di un essere, una cosa doppia, una consapevolezza dell’abnorme che rimbalza il terribile nella luce di ciò che viene visto. Quell’essere si vede dunque, ma come si sente al contempo? Dove finisce uno e dove comincia l’altro? E quando finisce l’uno e quando inizia l’altro? Il nostro cervello è un labirinto, una regione del corpo in divenire già nell’attimo della scaturigine generativa:
L’orecchio comincia a formarsi nel feto già dal quarantacinquesimo giorno di gravidanza, in anticipo di sette mesi e mezzo sull’occhio. (DB)
L’orchestra rappresentata dal corpo dà luogo a una sinfonia, all’accordarsi, al convivere, a una simbiosi profonda e quanto mai fragile, luce e suono si concretano pur rimanendo distinti,
[l’] orecchio percepisce le vibrazioni fisiche e le converte in segnali che poi nel cervello diventano sensazioni sonore; l’occhio coglie le forme della luce e le converte in segnali che nel cervello diventano immagini visive. Nel cervello il sistema uditivo occupa uno spazio più piccolo di quello occupato dal sistema visivo. Tuttavia il neuroscienziato Antonio Damasio sostiene che il sistema uditivo è fisicamente più vicino alle parti del cervello che regolano la vita; in queste aree si sviluppano le sensazioni di dolore, piacere, gli impulsi e altre emozioni basilari. Inoltre, le vibrazioni fisiche che si risolvono in sensazioni sonore sono una variazione del senso del tatto: esse modificano il corpo in maniera diretta e profonda, più di quanto non facciano le forme di luce che si concretizzano nelle immagini. L’essere umano può chiudere gli occhi, se vuole. Inoltre per poter vedere ha bisogno di un aiuto esterno: la luce. Invece non può chiudere le orecchie. Il suono penetra nel corpo umano e quindi è collegato a esso in maniera più diretta; in effetti, il suono ha una forza di penetrazione fisica sulla quale l’essere umano non ha alcun controllo. (DB)
Dall’abisso insondabile dove ogni particola di luce non penetra, un impensabile silenzio ci strabilia nel produrre un rumore di fondo che sprigiona un inaspettato guizzo vitale. Dal suono primordiale si apre il canto della Creazione musicale, alla quale succederà, dopo indecifrabili ere, l’ultimo suono della vita, per come noi concepiamo una tale immaginale successione di tempi. E quindi
[l’] ultimo suono non è il termine della musica. Se la prima nota è collegata al silenzio che la precede, allora l’ultima deve essere collegata al silenzio che la segue. Per questo è così sgradevole quando un pubblico entusiasta applaude prima che si sia spento l’ultimo suono, perché c’è un ultimo momento di espressività, che consiste precisamente nel rapporto tra la fine del suono e l’inizio del silenzio che lo segue. (DB)
Ma cosa porta nella vita di tutti i giorni questa riflessione?
Un musicista come Baremboim ci offre la possibilità di poter osservare come una certa visione del mondo non possa prescindere da un coinvolgimento civico nella vita quotidiana. Egli lo afferma, per esempio, col Credo Civile dei suoi giorni carnali, assumendo per sé la cittadinanza israeliana e palestinese e con la fondazione, insieme a Edward Said della West Eastern Divan Orchestra (1999), composta da musicisti israeliani e palestinesi e avente lo scopo preciso di favorire il dialogo tra i due popoli. Alla West Eastern Divan Orchestra Baremboim ha dedicato il suo libro LA MUSICA SVEGLIA IL TEMPO, dal quale sono tratti appunto i passaggi contrassegnati con (DB) di questo intervento.
Una vita filosofica quella di Daniel Baremboim che avrebbe potuto far parte delle VITE IMMAGINARIE di Marcel Schwob, una vita a suo modo essenziale, di fraternità, indomabile e incontrovertibile.
Una testimonianza di Pace.
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