Real Club Ruggero II' d'Hauteville dei Normanni

Real Club Ruggero II' d'Hauteville dei Normanni Fondatore del Regno di Sicilia e del primo Parlamento del mondo, Re di Malta e capo del suo Ordine.

https://www.facebook.com/share/1G5Be5z4Rf/
07/03/2026

https://www.facebook.com/share/1G5Be5z4Rf/

ANNO 1121, LA CONQUISTA SICILIANA DEL DUCATO DI PUGLIA

- Il Conte Ruggero II di Sicilia non è disposto a riconoscere il duca di Puglia come suo signore feudale, la guerra contro Guglielmo II di Puglia -

Spesso, il più delle volte a sproposito, si parla della dipendenza feudale della Contea di Sicilia rispetto al Ducato di Puglia senza tener conto di come i Conti di Sicilia (Ruggero I e soprattutto Ruggero II) sciolsero questo legame, addirittura rovesciandolo, con la penna e con la spada.

Ruggero II non accettò mai la dipendenza feudale nei confronti di Guglielmo II di Puglia sicché invase i suoi stati e lo attaccò.

“Nel 1111 Guglielmo, un nipote di Roberto il Guiscardo, assunse il potere sul Continente. Rispetto a Ruggero II, che un anno dopo si stabilì in Sicilia, egli era una figura molto debole; Ruggero non era disposto a rispettare Guglielmo come suo signore feudale.

Così, a partire dal 1121, egli assediò i territori di quest’ultimo. In questo modo, egli ottenne che Guglielmo, non avendo figli, lo nominasse nel 1125 erede del suo ducato.

Quando Guglielmo morì, il 26 giugno 1127, Ruggero richiese, quale erede, i diritti di successione. Egli riuscì quindi ad assoggettare la Puglia e il 22 agosto 1128 ottenne da Papa Onorio II l’investitura quale “Dux Apuliae, Calabriae et Siciliae”. Anche Roberto di Capua gli si assoggettò quale vassallo.” (Dilcher)

Ben lontani da certe ricostruzioni che parlano di “fratellanze meridionali” o di “unione del Sud” siamo davanti a spregiudicate lotte per il potere che non tengono conto nemmeno della parentela.

E il Conte divenne Duca e, infine, Re.

E con la spigolatura di oggi prendiamo congedo; se volete aiutarci con l’acquisto dei libri e ad ampliare le nostre attività potete farlo con una libera donazione al link che trovate in basso; e affidando la Sicilia e i Siciliani alla Vergine Maria vi diamo appuntamento a lunedì.

RIFERIMENTI:
- H. Dilcher, Il significato storico delle Assise di Ar**no in Alle origini del costituzionalismo europeo. Le Assise di Ar**no (1140-1990) a cura di O. Zecchino, Editori Laterza

🛡 Se vuoi sostenere le attività di Storia del Regno di Sicilia, per l’acquisto di nuovi volumi e materiale di ricerca, puoi aiutarci con una libera donazione: https://www.paypal.com/donate/?hosted_button_id=RUZ7J3W83K8A4

https://www.facebook.com/share/p/1Buk5RcduP/
21/02/2026

https://www.facebook.com/share/p/1Buk5RcduP/

ALLA CORTE DELLA GRAN CONTESSA ADELASIA

- Messina Nobile, là dove i Normanni divennero Siciliani -

Quando parliamo di Adelasia (o Adelaide) del Vasto stiamo indubbiamente parlando di una delle donne più straordinarie non della Sicilia, ma di tutta l’Europa medievale; senza Adelasia non ci sarebbe stato nessun Regno di Sicilia né Ruggero II avrebbe potuto cingere il diadema regale. Una donna la cui storia sfata tante leggende nere e stupidaggini dette sulle “donne al tempo delle cattedrali” [cit.]

Se suo marito Ruggero I di Sicilia si muoveva continuamente tra la Sicilia e la Calabria, lei, la Gran Contessa, aveva scelto Messina come sede fissa della sua corte, e non certo per futili motivi (il paesaggio, il cielo, il sole, il mare come vanno ripetendo ossessivamente certi idioti italici) ma per una precisa visione strategica.

Leggiamo Salvatore Tramontana:

“Adelasia invece trasferiva la residenza della corte a Messina, la cui posizione geografica, più equilibrata rispetto ai possedimenti calabresi e a quelli siciliani, corrispondeva meglio al nuovo orientamento politico della Contea che escludeva ogni spinta a una diretta partecipazione alle questioni del Mezzogiorno peninsulare [questo tutto sottolineato n.d.r.].

Anche se si ha l’impressione che la scelta di Messina, più che corrispondere agli orientamenti di politica estera e alle necessità di centralizzare la posizione geografica della capitale, manifestasse in fondo, sia pure in termini ancora prevalentemente territoriali, i primi sintomi di una nuova evoluzione in senso sempre più siciliano della coscienza politica e unitaria dei Normanni dell’Isola e di Calabria.” (Tramontana)
..Alla faccia dell’isolamento “sicilianista”!

Con poche parole siamo riusciti a cogliere tutta l’intelligenza e la lungimiranza politica di Adelasia, la quale sembra giganteggiare persino davanti al Sacro Romano Imperatore Federico II e al suo totale e clamoroso fallimento politico (gli vogliamo bene lo stesso eh).

E chissà se è stato proprio il lascito di Adelasia del Vasto, la Gran Contessa, a far sì che Messina meritasse l’appellativo di “Nobile”. Con un retaggio così...

Chiediamo alla Beata Vergine Maria di proteggere e benedire la Sicilia e i Siciliani.

A lunedì.

RIFERIMENTI:
- S. Tramontana, La Monarchia Normanna e Sveva, UTET

https://www.facebook.com/share/1CwCcKuMA6/
18/02/2026

https://www.facebook.com/share/1CwCcKuMA6/

RUGGERO II, COLUI CHE RESE LA SICILIA UN IMPERO (I PARTE)

- La campagna siciliana d’Africa -

Se gli Spagnoli si guardavano bene dal mandare nel Regno di Sicilia un Principe del sangue come Vice Re è perché sapevano che l’identità nazionale siciliana non è seconda a nessuno in Europa nel fulgore del retaggio ruggeriano, federiciano e del Vespro.

Barattereste voi il Gran Conte Ruggero I, Ruggero II, Federico II e Federico III con un Carlo V e con tutti i Re iberici?

Noi no, per niente; anzi, va persino respinta quella pagliacciata di rendere Ruggero II (che vestiva come un Imperatore Romano) un patetico signorotto italico da quattro soldi solo perché, a forza di martellate, bisogna far entrare l’insulsa ed anonima storia del meridione d’Italia nella grande epopea siciliana. I Borbone di Napoli sostanzialmente sono questo abominevole esperimento ideologico qua.

In Italia Ruggero II poteva avere i valvassini, ma è la Sicilia la sua casa e dalla Sicilia dirige le grandi spedizioni militari, ora in Italia, ora nei Balcani ora in Africa.

“Ruggero II aveva, appena da pochi anni, allacciato le proficue relazioni di commercio con la corte di Mehdia, che assicurava al nuovo regno i ricchi proventi della dogana sul grano; e già, nel 1123, una potente flotta di 300 navi siciliane, con trenta mila uomini, di cui parte a cavallo, tentava la conquista delle ricche terre africane, delle quali si conosceva il valore.” (Solmi)

In realtà, ancora Gran Conte, Ruggero II perseguiva quella politica estera che fu degli antichi Basileus e Tiranni di Sicilia portando la guerra in Africa e facendo della Calabria una zona cuscinetto di sicurezza a difesa della Sicilia.

(fine prima parte)

RIFERIMENTI:
- A. Solmi, La politica mediterranea del regno normanno-svevo in Il Regno Normanno, Casa Editrice Giuseppe Principato

https://www.facebook.com/share/p/1CoqztXCed/
06/02/2026

https://www.facebook.com/share/p/1CoqztXCed/

GLI ALERAMICI E LA CROCIATA NORMANNA DI SICILIA (1060-1091)

- dall’Italia settentrionale alla Sicilia -

Interrogarsi sull’origine del gruppo linguistico Gallo-Italico (o Siculo-Lombardo) in Sicilia significa tornare non solo alla Crociata Normanna di Sicilia (1060-1091) e all’esigenza di ripopolare e soprattutto rilatinizzare e ricristianizzare l’Isola sconvolta dal giogo maomettano, ma anche intercettare le grandi migrazioni del nord Italia (travagliato all’epoca da profonde crisi economiche e sociali) verso la Sicilia.

Continuiamo quindi a spigolare da questa grande storia ricordando a certuni (nell'eventualità che vogliano omaggiarci nei commenti con i loro capolavori del pensiero libero) che il Siciliano è una Lingua Romanza, cioè che deriva dal Latino.

Ruggero I di Sicilia, il Gran Conte, non disdegnava certo gli aiuti militari e gli Aleramici abbandonarono il Monferrato offrendo supporto militare in cambio di terre, titoli e la speranza di una vita migliore. Il Feudalesimo è anche questa cosa qua.

“Per la crisi che travagliava, nella seconda metà del sec. XI, il mondo feudale dell'Italia settentrionale, piccoli vassalli e servi erano indotti ad espatriare per cercare altrove migliore fortuna: notevoli furono le immigrazioni nella Sicilia, poiché i Normanni, sotto la guida di Ruggero I d'Altavilla, andavano smantellando il dominio arabo nell'isola (1060-1091) e creavano in essa un nuovo assetto politico. Tra gli immigrati era anche Enrico del Vasto, figlio del defunto Manfredo: egli, dopo aver dato aiuto, insieme con suoi conterranei, al conte Ruggero, nelle ultime fasi della guerra contro i musulmani, ricevette da lui due vasti conglomerati feudali, le contee di Butera e di Paternò.” (Pontieri)

Pensate che preziosissima reliquia storica vive ancora oggi nella lingua di tanti siciliani con quell’accento strano, un po’ francese e un po’dell’Italia settentrionale.

RIFERIMENTI:
- E. Pontieri, Adelaide del Vasto, TRECCANI

https://www.facebook.com/share/18CbbSSXgG/
06/02/2026

https://www.facebook.com/share/18CbbSSXgG/

ANNO 1055, IL PIU’ PICCOLO DIVENNE IL PIU’ GRANDE

- L’arrivo di Ruggero I d’Altavilla in Sicilia -

Per noi Siciliani è molto importante, se non necessario, staccare la nostra Isola da quella categoria, da quelle etichette da Terzo Mondo che vanno sotto il nome di “Sud/Mezzogiorno” e nei casi più aberranti addirittura “siciliE” in quanto feriscono e sconvolgono la storia e l’identità nazionale siciliana.

Se la Sicilia è la terra dei grandi condottieri, dei grandi statisti e delle grandi imprese, il c.d. “sud/mezzogiorno” è la terra dei grandi fallimenti politici e militari.

Da Roberto il Guiscardo, passando per Carlo d’Angiò (la cui storia è buona per spaventare i bambini), fino a quel troglodita di Ferdinando di Borbone (che con la Sicilia aveva vinto le Guerre Napoleoniche e firmato Riforme che lo avrebbero consacrato per sempre tra i grandi statisti europei) per il c.d. “sud/mezzogiorno” si tratta solo di clamorosi fallimenti politici e militari.

Se Dante li chiama “Pugliesi bugiardi” per poi a distanza di secoli vederli dissolversi di fronte un uomo in camicia rossa armato di scacciacani, un motivo ci sarà.

Non così in Sicilia, dove un’avventura divenne una Crociata e dove il più piccolo divenne il più grande.

Una delle prodezze di colui che passerà alla storia come il “Gran Conte” fu proprio quella di approfittare della debolezza politica di Roberto il Guiscardo, gettando così le basi della sua grandezza e di quella del suo casato.

“Intorno al 1055 si trasferì in cerca di affermazione in Italia meridionale, dove già operavano con successo i fratellastri nati dal primo matrimonio del padre e, soprattutto, il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, figlio come lui di Tancredi e Fresenda. Costui era da poco succeduto al fratellastro Umfredo a capo della Contea di Puglia e Calabria, che in breve avrebbe assunto il titolo ducale cui sarebbe stato associato l’invito papale a conquistare la Sicilia musulmana.

Ruggero aiutò il Guiscardo a reprimere una ribellione in Calabria e a consolidare il controllo dell’estrema propaggine della pen*sola, aspettandosi significative ricompense, tra cui forse l’autorizzazione a costituirsi un proprio dominio indipendente.

Tali aspettative frustrate generarono profondi attriti con il fratello che tuttavia – consapevole della precarietà del consenso delle popolazioni sottomesse che già tentavano di approfittare dei dissidi – concesse a Ruggero la metà meridionale della Calabria.

La rinnovata pur se instabile concordia consentì la completa sottomissione dell’area, culminata nel giugno del 1059 nella conquista di Reggio, dove Roberto fu acclamato duca dalle truppe. Diventava così realistica una spedizione per sottomettere la Sicilia, anche alla luce del concordato di Melfi con il quale, nell’agosto del 1059, Niccolò II confermava il titolo ducale del Guiscardo estendendolo eventualmente alla Sicilia.

Non è possibile appurare se l’iniziativa di conquistare l’isola fosse una deliberazione di entrambi i fratelli, come è più probabile, o di uno solo dei due, come alternativamente vorrebbero le principali fonti latine sull’evento.” (Tocco)

RIFERIMENTI:
- F. P. Tocco, Ruggero I Conte di Sicilia e Calabria, TRECCANI

https://www.facebook.com/share/p/17ceE8TmCv/
11/01/2026

https://www.facebook.com/share/p/17ceE8TmCv/

Enrico VI di Hohenstaufen fu una delle figure più controverse e inquietanti del Medioevo europeo, un sovrano capace di incarnare insieme l’ambizione smisurata dell’impero e la violenza brutale del tiranno. Nato nel 1165, figlio di Federico I Barbarossa, ereditò dal padre non solo il prestigio della dinastia sveva, ma anche l’idea quasi ossessiva di un potere imperiale assoluto, capace di piegare re, papi e città ribelli. A differenza di Barbarossa, però, Enrico VI non seppe o non volle ammantare la sua autorità di quell’aura cavalleresca che aveva reso il padre una figura quasi leggendaria. Il suo regno fu segnato da un piglio duro, implacabile, spesso crudele, che gli valse una fama sinistra già presso i contemporanei.

Fin da giovane, Enrico dimostrò una determinazione fredda e calcolatrice. Incoronato re dei Romani nel 1169, ancora bambino, crebbe con la consapevolezza di essere destinato al vertice del mondo cristiano. Questa certezza lo rese poco incline al compromesso. L’educazione ricevuta alla corte imperiale lo formò come sovrano autoritario, convinto che il potere non dovesse essere negoziato, ma imposto. In questo senso, Enrico VI rappresentò un passo ulteriore verso un’idea di monarchia assoluta che avrebbe trovato piena espressione solo secoli dopo.

Il matrimonio con Costanza d’Altavilla, erede del Regno di Sicilia, fu un capolavoro di strategia politica, ma anche l’origine delle sue più celebri malefatte. Grazie a quell’unione, Enrico rivendicò il controllo sull’Italia meridionale, un territorio ricco e strategico, ma gelosamente difeso dalla nobiltà normanna e osservato con sospetto dal papato. Alla morte di Guglielmo II di Sicilia, Enrico non esitò a intervenire con la forza, scatenando una guerra feroce per affermare i suoi diritti. La sua prima spedizione fallì, ma rivelò già il suo carattere: saccheggi, repressioni sanguinose e un disprezzo quasi totale per le consuetudini locali.

Quando finalmente riuscì a conquistare la Sicilia nel 1194, Enrico VI mostrò il volto più oscuro del suo potere. L’incoronazione a Palermo fu seguita da una brutale epurazione dell’aristocrazia normanna. I sostenitori di Tancredi di Lecce furono imprigionati, accecati, mutilati o giustiziati senza pietà. La repressione non fu solo una vendetta politica, ma un messaggio chiaro: il nuovo re non avrebbe tollerato alcuna opposizione. Enrico governò la Sicilia come un conquistatore straniero, imponendo funzionari tedeschi e spremendo il regno per finanziare i suoi progetti imperiali.

Questa violenza sistematica gli valse la reputazione di tiranno, un’etichetta che non appare esagerata. Enrico VI non esitò a usare il terrore come strumento di governo. Celebre fu il trattamento riservato ai ribelli siciliani, rinchiusi in prigioni durissime o eliminati con esecuzioni esemplari. Secondo alcune cronache, fece addirittura rinchiudere in gabbie di ferro i suoi nemici più ostinati, esponendoli al pubblico ludibrio. Che questi racconti siano stati amplificati dalla propaganda avversa o meno, è certo che il suo governo lasciò una scia di odio profondo.

Anche nei confronti del papato, Enrico VI adottò una linea di aperta sfida. L’unione tra l’Impero e il Regno di Sicilia creava una morsa territoriale attorno allo Stato della Chiesa, alimentando il timore di un accerchiamento politico e militare. Enrico non fece nulla per dissipare queste paure, anzi le sfruttò. Si presentò come un sovrano scelto da Dio, poco incline a riconoscere l’autorità del pontefice in ambito temporale. Questa tensione contribuì a rafforzare l’immagine di Enrico come sovrano arrogante e prepotente, disposto a calpestare ogni equilibrio pur di affermare la propria supremazia.

Nonostante tutto, ridurre Enrico VI a un semplice tiranno sarebbe una semplificazione. Egli fu anche un sovrano dotato di una visione politica ampia e ambiziosa. Il suo progetto principale fu quello di rendere l’Impero una monarchia ereditaria, spezzando la tradizione elettiva che limitava il potere imperiale. In questo senso, Enrico fu un innovatore, deciso a costruire uno Stato più solido e centralizzato. Tentò di ottenere il consenso dei principi tedeschi offrendo concessioni e privilegi, dimostrando una notevole abilità diplomatica quando lo riteneva utile.

La cattura di Riccardo Cuor di Leone nel 1192 fu uno degli episodi più clamorosi del suo regno. Enrico seppe sfruttare abilmente la prigionia del re inglese, imponendo un riscatto enorme che rafforzò le casse imperiali e la sua posizione internazionale. Questo episodio rivelò un altro aspetto del suo carattere: un pragmatismo spietato, capace di trasformare ogni occasione in un vantaggio politico ed economico.

Il suo sogno più audace fu la creazione di un impero universale, che unisse Germania, Italia e Sicilia sotto un unico scettro. Per finanziare questo progetto, Enrico impose tasse pesanti e non esitò a ricorrere a confische e repressioni. Questa politica accentratrice alimentò ulteriori tensioni e ribellioni, ma mostrò anche la coerenza di un sovrano che perseguiva un disegno preciso, senza lasciarsi frenare da scrupoli morali.

Il ruolo di Enrico VI come padre di Federico II aggiunge un ulteriore livello di complessità alla sua figura. La nascita di Federico nel 1194, a Jesi, fu celebrata come un evento dinastico di enorme importanza. Enrico vide nel figlio il compimento del suo progetto: un erede che avrebbe unito definitivamente l’Impero e la Sicilia. La sua morte prematura nel 1197, probabilmente per malaria, interruppe bruscamente questo disegno, lasciando il bambino in una posizione estremamente fragile.

Paradossalmente, proprio l’assenza di Enrico contribuì a forgiare il destino di Federico II. Il caos politico che seguì alla sua morte, con la lotta tra Svevi e guelfi e l’ingerenza papale, costrinse Federico a crescere in un ambiente ostile e complesso. In questo senso, Enrico VI fu un padre più determinante per ciò che non poté fare che per ciò che fece realmente. Tuttavia, l’eredità politica e simbolica che lasciò al figlio fu enorme: l’idea di un potere imperiale forte, autonomo dal papato, e radicato anche nel Mezzogiorno italiano.

Enrico VI resta quindi una figura difficile da giudicare. Fu senza dubbio un tiranno, capace di atrocità che anche per l’epoca apparivano eccessive. Governò con il terrore, soffocò le opposizioni e trattò i suoi nemici con una crudeltà spietata. Allo stesso tempo, fu un sovrano dotato di una visione politica moderna, che tentò di superare i limiti strutturali dell’Impero medievale. La sua ambizione sfrenata e la sua durezza lo resero temuto e odiato, ma anche rispettato come uno dei più potenti uomini del suo tempo.

Nel bilancio finale, Enrico VI appare come una figura di transizione, un anello oscuro ma fondamentale nella catena che conduce a Federico II. Senza la sua conquista della Sicilia, senza la sua volontà di unificare territori e poteri, il “puer Apuliae” non sarebbe mai diventato l’imperatore straordinario che la storia ricorda. Enrico VI fu il sovrano che osò troppo e visse troppo poco, lasciando dietro di sé un’eredità intrisa di sangue, ambizione e grandezza incompiuta.

https://www.facebook.com/100057320624843/posts/1404337788153562/?mibextid=rS40aB7S9Ucbxw6v
30/12/2025

https://www.facebook.com/100057320624843/posts/1404337788153562/?mibextid=rS40aB7S9Ucbxw6v

L'ora di Storia🚩
A partire dalla prima metà del XII secolo, la Sicilia visse una delle fasi più straordinarie della sua storia. Sotto il dominio normanno, l’isola divenne uno degli Stati più ricchi e potenti d’Europa, capace di esercitare un’influenza che si estendeva dall’Italia meridionale fino alle coste dell’Africa settentrionale.
Il punto di svolta fu la conquista normanna, culminata con la nascita del Regno di Sicilia. I Normanni non si limitarono a imporre il proprio dominio militare, ma costruirono uno Stato fortemente centralizzato, efficiente e sorprendentemente moderno per l’epoca. La Sicilia divenne il cuore politico di un territorio che comprendeva l’isola, gran parte dell’Italia meridionale e, per un periodo, anche il Regno normanno d’Africa, con basi e possedimenti lungo la costa nordafricana.
La forza del regno non risiedeva solo nelle armi. La Sicilia normanna fu un crocevia di culture, dove convivevano e collaboravano tradizioni latine, greche e arabe. Questa pluralità si rifletteva nell’amministrazione, nell’economia e nella vita di corte. Funzionari greci, giuristi latini e tecnici arabi contribuirono alla gestione dello Stato, rendendolo uno dei più avanzati del Mediterraneo.
Dal punto di vista economico, il regno beneficiava di una posizione strategica unica, al centro delle principali rotte commerciali tra Europa, Africa e Oriente. I porti siciliani erano nodi fondamentali per il commercio di grano, spezie, tessuti e metalli preziosi. Le entrate fiscali e il controllo dei traffici marittimi permisero ai sovrani normanni di accumulare immense ricchezze.
Questa potenza si tradusse anche in una straordinaria produzione artistica e architettonica. Palazzi, chiese e cattedrali divennero simboli visibili della forza dello Stato e della sua vocazione universale, fondendo stili e linguaggi diversi in un risultato unico in Europa.
Nel XII secolo, la Sicilia non fu una periferia del continente, ma uno dei suoi centri principali di potere, capace di competere con i più grandi regni del tempo e di lasciare un’eredità duratura nella storia del Mediterraneo.

Parigi il Principe S. Ecc.za Jean Francois de Hauteville Capo della famiglia de Hauteville nelle foto con il Principe di...
28/12/2025

Parigi il Principe S. Ecc.za Jean Francois de Hauteville Capo della famiglia de Hauteville nelle foto con il Principe di Monaco, e il Gr. Comm. Prof. Giorgio Sortino Trono Capo della famiglia Sortino Trono Conti di Busulmone dei Baroni di Xibini e Bimmisca, Luogotenente Generale Ordine Sacro Romano Impero d'Oriente.

https://www.facebook.com/100067027393736/posts/1147209557523280/?mibextid=rS40aB7S9Ucbxw6v
09/11/2025

https://www.facebook.com/100067027393736/posts/1147209557523280/?mibextid=rS40aB7S9Ucbxw6v

𝗜𝗟 𝗦𝗘𝗖𝗢𝗡𝗗𝗢 𝗠𝗔𝗧𝗥𝗜𝗠𝗢𝗡𝗜𝗢
𝗗𝗘𝗟𝗟`𝗜𝗠𝗣𝗘𝗥𝗔𝗧𝗢𝗥𝗘 𝗙𝗘𝗗𝗘𝗥𝗜𝗖𝗢 𝗜𝗜
Nel corso del Medioevo le unioni matrimoniali tra famiglie nobili venivano spesso combinate da sovrani e pontefici, o per motivi di opportunismo politico o di ascesa sociale, nell’ambito della cosiddetta 𝘳𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯 𝘥𝘪 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰.
Le nozze erano essenzialmente uno strumento per creare e rafforzare 𝙖𝙡𝙡𝙚𝙖𝙣𝙯𝙚 𝙩𝙧𝙖 𝙙𝙞𝙣𝙖𝙨𝙩𝙞𝙚. Per le famiglie degli sposi l’obiettivo principale del contratto matrimoniale era garantire titoli e patrimonio ai figli legittimi.

A concedere la mano di una nobile dama, ad un cavaliere o ad un sovrano, era il padre della giovane promessa, ma dietro le quinte intervenivano quasi sempre nella decisione principi o ecclesiastici, a volte persino re e gran maestri di ordini cavallereschi.
Emblematico è il caso di 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄 𝙙𝙞 𝙃𝙤𝙝𝙚𝙣𝙨𝙩𝙖𝙪𝙛𝙚𝙣, le cui unioni matrimoniali furono sempre dettate da 𝙤𝙥𝙥𝙤𝙧𝙩𝙪𝙣𝙞𝙨𝙢𝙤 𝙥𝙤𝙡𝙞𝙩𝙞𝙘𝙤 e dalla 𝙧𝙖𝙜𝙞𝙤𝙣 𝙙𝙞 𝙎𝙩𝙖𝙩𝙤.
𝙋𝙖𝙥𝙖 𝙄𝙣𝙣𝙤𝙘𝙚𝙣𝙯𝙤 𝙄𝙄𝙄, divenuto tutore del futuro re di Sicilia, dopo la morte della 𝙧𝙚𝙜𝙞𝙣𝙖 𝙢𝙖𝙙𝙧𝙚 𝘾𝙤𝙨𝙩𝙖𝙣𝙯𝙖 𝙙`𝘼𝙡𝙩𝙖𝙫𝙞𝙡𝙡𝙖, fu l’artefice del primo matrimonio dell’allora quattordicenne 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 con l’aragonese 𝘾𝙤𝙨𝙩𝙖𝙣𝙯𝙖, di oltre dieci anni più anziana di lui.

Nel 1225, tre anni dopo la morte della prima moglie, l'𝙞𝙢𝙥𝙚𝙧𝙖𝙩𝙤𝙧𝙚 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄 dovette nuovamente unirsi in matrimonio. Questa volta la sposa era talmente giovane da sembrare una bambina: il suo nome era 𝙄𝙨𝙖𝙗𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙄𝙄 𝙙𝙞 𝙂𝙚𝙧𝙪𝙨𝙖𝙡𝙚𝙢𝙢𝙚 (ebbe i nomi di 𝙄𝙤𝙡𝙖𝙣𝙙𝙖 e 𝙄𝙨𝙖𝙗𝙚𝙡𝙡𝙖 coi quali ve𝗇𝗂𝗏𝖺 indifferentemente designata) ed era nata tredici anni prima dall’unione tra il condottiero crociato 𝙂𝙞𝙤𝙫𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙙𝙞 𝘽𝙧𝙞𝙚𝙣𝙣𝙚 e la 𝙧𝙚𝙜𝙞𝙣𝙖 𝙙𝙞 𝙂𝙚𝙧𝙪𝙨𝙖𝙡𝙚𝙢𝙢𝙚 𝙈𝙖𝙧𝙞𝙖 𝙙𝙞 𝙈𝙤𝙣𝙛𝙚𝙧𝙧𝙖𝙩𝙤 (dalla quale la piccola 𝙄𝙨𝙖𝙗𝙚𝙡𝙡𝙖 aveva ereditato la 𝙘𝙤𝙧𝙤𝙣𝙖 𝙜𝙚𝙧𝙤𝙨𝙤𝙡𝙞𝙢𝙞𝙩𝙖𝙣𝙖).

Le 𝙨𝙚𝙘𝙤𝙣𝙙𝙚 𝙣𝙤𝙯𝙯𝙚 𝙙𝙞 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 furono appoggiate da 𝙥𝙖𝙥𝙖 𝙊𝙣𝙤𝙧𝙞𝙤 𝙄𝙄𝙄, dal 𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙁𝙧𝙖𝙣𝙘𝙞𝙖 𝙁𝙞𝙡𝙞𝙥𝙥𝙤 𝙄𝙄 e dal 𝙂𝙧𝙖𝙣 𝙈𝙖𝙚𝙨𝙩𝙧𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡`𝙊𝙧𝙙𝙞𝙣𝙚 𝙙𝙚𝙞 𝘾𝙖𝙫𝙖𝙡𝙞𝙚𝙧𝙞 𝙏𝙚𝙪𝙩𝙤𝙣𝙞𝙘𝙞, il tedesco 𝙃𝙚𝙧𝙢𝙖𝙣𝙣 𝙑𝙤𝙣 𝙎𝙖𝙡𝙯𝙖. Fu infatti quest’ultimo, amico fidato e consigliere intimo dell’imperatore, a suggerire al 𝙥𝙖𝙥𝙖 l’unione tra 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 e 𝙄𝙨𝙖𝙗𝙚𝙡𝙡𝙖, in vista della 𝘾𝙧𝙤𝙘𝙞𝙖𝙩𝙖 che avrebbe dovuto portare alla 𝙧𝙞𝙘𝙤𝙣𝙦𝙪𝙞𝙨𝙩𝙖 𝙙𝙞 𝙂𝙚𝙧𝙪𝙨𝙖𝙡𝙚𝙢𝙢𝙚 che era ancora occupata da quando il 𝙎𝙖𝙡𝙖𝙙𝙞𝙣𝙤 l’aveva assediata e conquistata nel 1187.

Dopo il fallimento della 𝙌𝙪𝙞𝙣𝙩𝙖 𝘾𝙧𝙤𝙘𝙞𝙖𝙩𝙖, il 𝙍𝙚𝙜𝙣𝙤 𝙇𝙖𝙩𝙞𝙣𝙤 in Oriente era ridotto ad un’esigua fascia costiera, comprendente poco più che 𝙏𝙞𝙧𝙤 e 𝙎𝙖𝙣 𝙂𝙞𝙤𝙫𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙙`𝘼𝙘𝙧𝙞. Tuttavia, nonostante le limitate dimensioni territoriali, la corona del 𝙍𝙚𝙜𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙂𝙚𝙧𝙪𝙨𝙖𝙡𝙚𝙢𝙢𝙚 rappresentava ancora un titolo prestigioso, e soprattutto un titolo strategico in vista della riconquista della 𝘾𝙞𝙩𝙩𝙖̀ 𝙎𝙖𝙣𝙩𝙖. Sposando la regina franco-siriana 𝙄𝙨𝙖𝙗𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙄𝙄, la reggenza del regno latino sarebbe passata al 𝙨𝙤𝙫𝙧𝙖𝙣𝙤 𝙨𝙫𝙚𝙫𝙤. Le 𝙨𝙚𝙘𝙤𝙣𝙙𝙚 𝙣𝙤𝙯𝙯𝙚 𝙙𝙞 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 furono dunque determinanti, fornendo il presupposto politico per vincere la 𝘾𝙧𝙤𝙘𝙞𝙖𝙩𝙖 𝙞𝙣 𝙊𝙧𝙞𝙚𝙣𝙩𝙚.
La giovanissima regina 𝙄𝙨𝙖𝙗𝙚𝙡𝙡𝙖, vittima delle macchinazioni di uomini dallo smisurato potere, dovette quindi lasciare la Siria: 𝗇ell'agosto 1225 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄 inviò a 𝙂𝙚𝙧𝙪𝙨𝙖𝙡𝙚𝙢𝙢𝙚 venti galee per 𝗌𝖼𝗈𝗋𝗍𝖺𝗋𝖾 in Italia la tredicenne 𝙄𝙨𝙖𝙗𝙚𝙡𝙡𝙖 col padre. La spedizione, guidata da 𝙀𝙣𝙧𝙞𝙘𝙤, 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙚 𝙙𝙞 𝙈𝙖𝙡𝙩𝙖, comprendeva 𝙇𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙙𝙞 𝘼𝙣𝙖𝙜𝙣𝙞, 𝙫𝙚𝙨𝙘𝙤𝙫𝙤 𝙙𝙞 𝙍𝙚𝙜𝙜𝙞𝙤 𝘾𝙖𝙡𝙖𝙗𝙧𝙞𝙖, 𝙂𝙞𝙖𝙘𝙤𝙢𝙤 𝙫𝙚𝙨𝙘𝙤𝙫𝙤 𝙙𝙞 𝙋𝙖𝙩𝙩𝙞 e 𝙍𝙞𝙘𝙝𝙞𝙚𝙧𝙤, 𝙫𝙚𝙨𝙘𝙤𝙫𝙤 𝙙𝙞 𝙈𝙚𝙡𝙛𝙞 (𝖿𝗈𝗇𝗍𝖾: 𝘊𝘳𝘰𝘯𝘢𝘤𝘢 𝖽𝗂 𝙍𝙞𝙘𝙘𝙖𝙧𝙙𝙤 𝙙𝙞 𝙎𝙖𝙣 𝙂𝙚𝙧𝙢𝙖𝙣𝙤).

Ad 𝘼𝙘𝙧𝙞, 𝙂𝙞𝙖𝙘𝙤𝙢𝙤 𝙙𝙞 𝙋𝙖𝙩𝙩𝙞 sposò 𝙄𝙨𝙖𝙗𝙚𝙡𝙡𝙖 e 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝗉𝖾𝗋 𝙥𝙧𝙤𝙘𝙪𝙧𝙖. Le galee attraccarono al porto di 𝘽𝙧𝙞𝙣𝙙𝙞𝙨𝙞 in 𝖮ttobre e già il 9 𝖭ovembre 1225 (𝗈𝗀𝗀𝗂 𝗇𝖾 𝗋𝗂𝖼𝗈𝗋𝗋𝖾 𝗅'𝗈𝗍𝗍𝗈𝖼𝖾𝗇𝗍𝖾𝗌𝗂𝗆𝗈 𝖺𝗇𝗇𝗂𝗏𝖾𝗋𝗌𝖺𝗋𝗂𝗈) nella 𝘾𝙖𝙩𝙩𝙚𝙙𝙧𝙖𝙡𝙚 𝙙𝙞 𝘽𝙧𝙞𝙣𝙙𝙞𝙨𝙞 il vescovo brindisino unì in matrimonio 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 e 𝙄𝙨𝙖𝙗𝙚𝙡𝙡𝙖. Le cronache del tempo indul𝗌𝖾𝗋𝗈 sulla descrizione degli esotici festeggiamenti, avvenuti nel 𝘾𝙖𝙨𝙩𝙚𝙡𝙡𝙤 𝙙𝙞 𝙊𝙧𝙞𝙖.

𝖫'𝗂𝗆𝗉𝖾𝗋𝖺𝗍𝗋𝗂𝖼𝖾 𝙄𝙨𝙖𝙗𝙚𝙡𝙡𝙖 morì ad 𝘼𝙣𝙙𝙧𝙞𝙖 nel 𝖬aggio 1228, appena sedicenne, alcuni giorni dopo (sei o dieci a seconda delle fonti) aver dato alla luce 𝘾𝙤𝙧𝙧𝙖𝙙𝙤, 𝗂𝗅 𝖿𝗎𝗍𝗎𝗋𝗈 𝗂𝗆𝗉𝖾𝗋𝖺𝗍𝗈𝗋𝖾 𝘾𝙤𝙧𝙧𝙖𝙙𝙤 𝙄𝙑. 𝙄𝙨𝙖𝙗𝙚𝙡𝙡𝙖 𝗏enne sepolta nella cripta sottostante la 𝘾𝙖𝙩𝙩𝙚𝙙𝙧𝙖𝙡𝙚 𝙙𝙞 𝘼𝙣𝙙𝙧𝙞𝙖.

𝖱𝗂𝗉𝗈𝗋𝗍𝗂𝖺𝗆𝗈 𝗎𝗇 𝗉𝖺𝗌𝗌𝗈 [XVII. 1-3] 𝖽𝖾𝗅 𝘽𝙧𝙚𝙫𝙚 𝘾𝙝𝙧𝙤𝙣𝙞𝙘𝙤𝙣 𝙙𝙚 𝙍𝙚𝙗𝙪𝙨 𝙎𝙞𝙘𝙪𝙡𝙞 (𝖾𝖽𝗂𝗓𝗂𝗈𝗇𝖾 𝖼𝗋𝗂𝗍𝗂𝖼𝖺 𝖾 traduzione 𝖽𝖾𝗅 𝗉𝗋𝗈𝖿. 𝖥𝗎𝗅𝗏𝗂𝗈 𝖣𝖾𝗅𝗅𝖾 𝖣𝗈𝗇𝗇𝖾):

[XVII. 1] Anno Dominice incarnationis MCCXXVIII, mense aprilis prime indictionis, imperatrix Elisabeth, uxor Frederici imperatoris, filia regis Iohannis, apud Andriam civitatem Apulie XXVI die supradicti mensis aprilis peperit filium, quem concepit ex viro suo imperatore Frederico, quem dictus imperator pater suus statim, ut audivit eius nativitatem apud Troyam civitatem Apulie, ubi tunc erat, imposuit ei nomen Conradus. [2] Mater autem sua, X die postquam peperit eum, apud civitatem eandem migravit ad Deum. [3] In cuius obitu interfuerunt omnes prelati Regni Sicilie, qui convenerant ad generalem curiam Baroli, quam idem imperator ordinavit apud eandem terram, in qua multa disposuit de Regno suo Sicilie, eo quod ipse transire volebat ad partes Syrie, ut redimeret votum suum.
[XVII. 1] Nell’anno della incarnazione del Signore 1228, nel mese di aprile della indizione I, l’imperatrice Elisabetta, moglie dell’imperatore Federico, figlia del re Giovanni, nel giorno 26 del menzionato mese di aprile partorì ad Andria, città della Puglia, un figlio, concepito da suo marito l’imperatore Federico, e il menzionato imperatore, suo padre, come seppe della sua nascita a T***a, città della Puglia, dove si trovava, gli diede il nome di Corrado. [2] La madre, dieci giorni dopo il parto, stando nella stessa città migrò presso il Signore. [3] Alla sua morte assistettero tutti i prelati del Regno di Sicilia, che erano venuti a una curia generale a Barletta, che l’imperatore ordinò presso la stessa terra, e nella quale dispose molte cose riguardo al suo Regno di Sicilia, per il fatto che voleva passare in Siria, per adempiere al suo voto.

Nel mese di 𝖦iugno del 1228, nonostante il neonato fosse ancora in fasce e la moglie defunta da poche settimane, 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄 dovette comunque partire in tutta fretta per la 𝙎𝙚𝙨𝙩𝙖 𝘾𝙧𝙤𝙘𝙞𝙖𝙩𝙖, dopo aver fatto testamento, perché il pontefice minacciava di occupare il suo regno, cosa che poi fece approfittando della sua assenza.
Dopo una lunga sosta a 𝘾𝙞𝙥𝙧𝙤, 𝗅'𝙞𝙢𝙥𝙚𝙧𝙖𝙩𝙤𝙧𝙚 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄 raggiunse 𝘼𝙘𝙧𝙞 e si mise subito in contatto con il 𝙨𝙪𝙡𝙩𝙖𝙣𝙤 𝙙`𝙀𝙜𝙞𝙩𝙩𝙤 𝙖𝙡-𝙆𝙖𝙢𝙞𝙡 𝖼𝗈𝗇 𝖼𝗎𝗂 𝖺𝗏𝖾𝗏𝖺 𝗌𝖼𝖺𝗆𝖻𝗂𝖺𝗍𝗈 𝖽𝖾𝗅𝗅𝖾 𝖺𝗆𝖻𝖺𝗌𝖼𝖾𝗋𝗂𝖾 𝖽𝗂𝗉𝗅𝗈𝗆𝖺𝗍𝗂𝖼𝗁𝖾 𝗉𝖾𝗋 𝗎𝗇 𝖺𝖼𝖼𝗈𝗋𝖽𝗈: il 29 𝖥ebbraio 1229 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄 sottoscrisse lo storico 𝖺𝖼𝖼𝗈𝗋𝖽𝗈 di pace - 𝗂𝗅 𝙏𝙧𝙖𝙩𝙩𝙖𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙂𝙞𝙖𝙛𝙛𝙖 - considerato un miracolo divino, perché restituì alla 𝖢ristianità 𝙂𝙚𝙧𝙪𝙨𝙖𝙡𝙚𝙢𝙢𝙚 e il 𝙎𝙖𝙣𝙩𝙤 𝙎𝙚𝙥𝙤𝙡𝙘𝙧𝙤.

Dopo il fallimento della cruenta 𝙌𝙪𝙞𝙣𝙩𝙖 𝘾𝙧𝙤𝙘𝙞𝙖𝙩𝙖, che aveva portato alla perdita definitiva di 𝘿𝙖𝙢𝙞𝙚𝙩𝙩𝙖, a causa dell’intransigenza del bellicoso 𝙘𝙖𝙧𝙙𝙞𝙣𝙖𝙡𝙚 𝙋𝙚𝙡𝙖𝙜𝙞𝙤 (𝗅𝗈 𝗌𝗍𝖾𝗌𝗌𝗈 𝖼𝗁𝖾 𝖼𝗈𝗇 𝗂𝗅 𝗌𝗎𝗈𝖼𝖾𝗋𝗈 𝙂𝙞𝙤𝙫𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙙𝙞 𝘽𝙧𝙞𝙚𝙣𝙣𝙚, 𝗆𝖾𝗇𝗍𝗋𝖾 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄 𝖾𝗋𝖺 𝗂𝗇 𝙏𝙚𝙧𝙧𝙖𝙨𝙖𝙣𝙩𝙖, 𝖼𝗈𝗇 𝗆𝖺𝗇𝖽𝖺𝗍𝗈 𝗉𝖺𝗉𝖺𝗅𝖾 𝗌𝗂 𝗉𝗈𝗌𝖾𝗋𝗈 𝖺𝗅𝗅𝖺 𝗍𝖾𝗌𝗍𝖺 𝖽𝗂 𝗎𝗇 𝖾𝗌𝖾𝗋𝖼𝗂𝗍𝗈 𝖾 𝗌𝗈𝖻𝗂𝗅𝗅𝖺𝗋𝗈𝗇𝗈 𝖺𝗅𝗅𝖺 𝗋𝗂𝗏𝗈𝗅𝗍𝖺 𝗍𝗎𝗍𝗍𝖾 𝗅𝖾 𝖼𝗂𝗍𝗍𝖺̀ 𝖽𝖾𝗅 𝙍𝙚𝙜𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙎𝙞𝙘𝙞𝙡𝙞𝙖 𝖽𝖺𝗇𝖽𝗈 𝗏𝗂𝗍𝖺 𝖺 𝗊𝗎𝖾𝗅𝗅𝖺 𝖼𝗁𝖾 𝗉𝗋𝖾𝗇𝖽𝖾𝗋𝖺̀ 𝗂𝗅 𝗇𝗈𝗆𝖾 𝖽𝗂 𝘾𝙧𝙤𝙘𝙞𝙖𝙩𝙖 𝙙𝙚𝙞 𝘾𝙡𝙖𝙫𝙞𝙨𝙚𝙜𝙣𝙖𝙩𝙞), 𝗅'𝙞𝙢𝙥𝙚𝙧𝙖𝙩𝙤𝙧𝙚 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄 non solo riottenne la 𝙂𝙚𝙧𝙪𝙨𝙖𝙡𝙚𝙢𝙢𝙚, ma anche altri luoghi sacri e strategici, come 𝘽𝙚𝙩𝙡𝙚𝙢𝙢𝙚 e 𝙉𝙖𝙯𝙖𝙧𝙚𝙩𝙝, oltre ad una tregua che sarebbe durata dieci anni.

Il 17 𝖬arzo del 1229 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄 entrò a 𝙂𝙚𝙧𝙪𝙨𝙖𝙡𝙚𝙢𝙢𝙚, 𝗌𝗎𝗅𝗅𝖺 𝗊𝗎𝖺𝗅𝖾 𝗂𝗅 𝙥𝙖𝙥𝙖 𝖺𝗏𝖾𝗏𝖺 𝗀𝖾𝗍𝗍𝖺𝗍𝗈 𝗎𝗇 𝙞𝙣𝙩𝙚𝙧𝙙𝙚𝙩𝙩𝙤, e il giorno seguente andò a pregare sulla 𝙏𝙤𝙢𝙗𝙖 𝙙𝙞 𝘾𝙧𝙞𝙨𝙩𝙤, nella 𝘾𝙝𝙞𝙚𝙨𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝙎𝙖𝙣𝙩𝙤 𝙎𝙚𝙥𝙤𝙡𝙘𝙧𝙤, portando con sé la sua 𝙘𝙤𝙧𝙤𝙣𝙖. Lo fece senza curarsi della 𝙨𝙘𝙤𝙢𝙪𝙣𝙞𝙘𝙖 che ancora pesava su di lui e questo fece andare su tutte le furie il 𝙥𝙖𝙥𝙖.
Nonostante ostacoli e difficoltà ancora da affrontare e risolvere, il potente imperatore aveva comunque dimostrato al mondo che era possibile difendere la propria fede e i propri territori, evitando spargimenti di sangue, devastazioni, soprusi e saccheggi. Finalmente a 𝙂𝙚𝙧𝙪𝙨𝙖𝙡𝙚𝙢𝙢𝙚 potevano nuovamente convivere fedeli appartenenti a religioni diverse, ebrei, cristiani e musulmani.

Nel mese di 𝖦iugno del 1229, rientrato vincitore nel suo 𝙍𝙚𝙜𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙎𝙞𝙘𝙞𝙡𝙞𝙖, 𝗅'𝙞𝙢𝙥𝙚𝙧𝙖𝙩𝙤𝙧𝙚 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄 fu acclamato dai sudditi, stupiti di vederlo ancora vivo, dal momento che il 𝙥𝙖𝙥𝙖 aveva ordinato di spargere la voce della sua morte avvenuta in Oriente. 𝖬𝗈𝗅𝗍𝗂 territori siciliani erano nel frattempo occupati dalle truppe papaline e dai 𝙇𝙤𝙢𝙗𝙖𝙧𝙙𝙞 alleati del pontefice e nemici di 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄. Solo a fine 𝖠gosto del 1230 fu siglata la 𝙋𝙖𝙘𝙚 𝙙𝙞 𝙎𝙖𝙣 𝙂𝙚𝙧𝙢𝙖𝙣𝙤 tra 𝙥𝙖𝙥𝙖 e 𝙞𝙢𝙥𝙚𝙧𝙖𝙩𝙤𝙧𝙚, e il 1° 𝖲ettembre, nella dimora papale di 𝘼𝙣𝙖𝙜𝙣𝙞, 𝗂𝗅 𝙥𝙖𝙥𝙖 𝙂𝙧𝙚𝙜𝙤𝙧𝙞𝙤 𝙄𝙓 e 𝗅'𝙞𝙢𝙥𝙚𝙧𝙖𝙩𝙤𝙧𝙚 𝙁𝙚𝙙𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙄𝙄 sedettero alla stessa mensa, alla presenza del solo fidato consigliere 𝙃𝙚𝙧𝙢𝙖𝙣𝙣 𝙑𝙤𝙣 𝙎𝙖𝙡𝙯𝙖. In quell’occasione il 𝙥𝙖𝙥𝙖 si riappacificò con 𝗅'𝙞𝙢𝙥𝙚𝙧𝙖𝙩𝙤𝙧𝙚, conferendogli il simbolico “𝙨𝙖𝙣𝙩𝙤 𝙗𝙖𝙘𝙞𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙥𝙖𝙘𝙚” e chiamandolo “𝙙𝙞𝙡𝙚𝙩𝙩𝙤 𝙛𝙞𝙜𝙡𝙞𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝘾𝙝𝙞𝙚𝙨𝙖”. 𝖥𝗎 𝗌𝗈𝗅𝗈 𝗎𝗇𝖺 𝖻𝗋𝖾𝗏𝖾 𝗍𝗋𝖾𝗀𝗎𝖺!

ᵐᵈᵐ
____________________________

🌟 Se ti è pi𝖺ciuto l'articolo non dimenticare di lasciare un like👍, condividere il post e seguire la nostra pagina!
Dacci una mano a far crescerci: invita i tuoi contatti a seguire la nostra pagina.
È un atto che non costa nulla, ma per noi è utilissimo.
Questa è la nostra pagina ufficiale:
https://www.facebook.com/gualdanadellorso

📌 Vai sulla nostra pagina e clicca sul link con i tre puntini, poi clicca sul link ▶️ 𝙄𝙣𝙫𝙞𝙩𝙖 𝘼𝙢𝙞𝙘𝙞 e seleziona gli amici da invitare.

🎯 Se vuoi restare sempre più informato seleziona il link ▶️ 𝙋𝙧𝙚𝙛𝙚𝙧𝙞𝙩𝙞.
📲 Segui le istruzioni sul link https://www.facebook.com/share/p/E1qgaHYMeVoREwdt/
Un ringraziamento da tutto lo Staff.

🐾𝗚𝗨𝗔𝗟𝗗𝗔𝗡𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟`𝗢𝗥𝗦𝗢🐾
🐻ᴠʙɪ ᴠʀsᴠs ᴘᴠɢɴᴀᴛ⚔
🦅sᴇᴍᴘᴇʀ ᴀǫᴠɪʟᴀ ʀᴇɢɴᴀᴛ👑

👋 𝘜𝘯 𝘤𝘢𝘳𝘰 𝘴𝘢𝘭𝘶𝘵𝘰.
Grazie. Ad Maiora.

Adresse

Paris

Site Web

Notifications

Soyez le premier à savoir et laissez-nous vous envoyer un courriel lorsque Real Club Ruggero II' d'Hauteville dei Normanni publie des nouvelles et des promotions. Votre adresse e-mail ne sera pas utilisée à d'autres fins, et vous pouvez vous désabonner à tout moment.

Partager