11/06/2026
CEDERE NON VUOL DIRE ARRENDERSI
«La persona forte sa quando usare la forza e quando cedere, e la fortuna e il disastro dipendono dal fatto che tu sappia come e quando cedere»
(Lieh Tzu)
Il “saper cedere” è una grande abilità marziale ed è parte integrante della filosofia e della strategia di molte discipline.
Nel Judo o nell’Aikido è uno dei fondamenti dell’arte e comporta l’acquisizione di una precisa attitudine mentale.
La pratica metodica ed accurata sviluppa una spiccata sensibilità percettiva che si trasforma nel tempo nella capacità di saper adottare sempre le "giuste misure" nei confronti di qualunque avversario.
Regola essenziale è quella di evitare il più possibile il contrasto diretto. Non opponendo mai “forza a forza” vengono infatti vanificati gli sforzi dell’avversario anche se è più forte fisicamente. L’opporsi frontalmente e il “resistere ad ogni costo” paga alquanto di rado, probabilmente… mai.
Da un punto di vista squisitamente neurofisiologico, il resistere, l’insistere e il contrastare ottundono la sensibilità dei recettori nervosi, pregiudicando la percezione della forza dell’antagonista. Ciò vuol dire, fra l’altro, precludersi la possibilità di armonizzarsi con il suo impeto, in altre parole: di poter “aprire la porta” proprio nell’attimo in cui il nemico la vuole sfondare.
Il principio della cedevolezza non investe però soltanto l’ambito marziale, ma qualunque confronto interpersonale, specialmente quando esso diventa particolarmente aspro.
Il confrontarsi “a muso duro” con gli altri, il contrastare smaccatamente chi la pensa diversamente da noi, il voler imporre le nostre ragioni, ritenendole più valide o più “legittime” di quelle degli altri, costituiscono le diverse sfumature del “contrastare”, del non sapere neanche immaginare che esiste una particolare specie di cedevolezza, che potremmo definire “finalizzata” o, se vogliamo, “strumentale”. I più grandi diplomatici e i più accorti statisti la applicano di continuo.
Perché è l’incapacità di esercitare un’intelligente cedevolezza che conduce le persone all’inimicizia, gli amici all’indifferenza, i familiari al disamore, i popoli alla guerra.
Esiste quindi un’enorme differenza fra il cedere e l'arrendersi, fra il saper incanalare la forza dell’avversario, per “farlo cadere nel vuoto” - come viene raccomandato nel Taijiquan - e il “rinunciare alla lotta”.
D’altra parte, la resa – nel senso di “darsi per vinto” o “sottomettersi” – non è mai stata considerata nell'etica del samurai né, più in generale, in quella di nessuna delle arti marziali tradizionali.