15/10/2026
«Cercano sempre d'imparare e non possono mai giungere alla conoscenza della verità.»
2 Timoteo 3,7
C'è un fenomeno che trovo interessante, attribuito agli "ultimi tempi" (ti consiglio di leggere il contesto: 2Timoteo 3, 1 - 7).
Ci sono persone che ascoltano due sermoni al giorno, anzi, anche tre o quattro, e sono sempre più vuote, confuse, distratte e attratte dalle banalità.
È un fenomeno. Si può continuamente: leggere, ascoltare, studiare, cercare spiegazioni, seguire predicazioni, parlare di Dio… e, nello stesso tempo, non arrivare mai veramente a crescere nella conoscenza e a diventare più fiduciosi, più sereni e maturi nella fede. Perché?
Perché ciò che si cerca è intrattenimento spirituale.
Non si cerca tanto la verità, o la Parola, dei contenuti quanto ciò che essa fa “provare” o sentire.
Si vorrebbe una parola che consola, una parola che emoziona, una parola che dia sollievo…
Una parola che risolva qualcosa dentro di noi.
Quindi il vuoto non si colma. La fame non si sazia. L'anima non è appagata. Si ascolta e si rimane vuoti.
Quando arriva il momento in cui quella stessa Parola ci chiede qualcosa, tipo: cambiare, rinunciare, correggere, chiedere perdono, obbedire, lasciare una strada per prenderne un'altra...
allora prevalgono la propria volontà e la propria testardaggine,
a volte accompagnate da parole pie: «So che le parole che mi hai detto provengono da un uomo di Dio, MA io…» e so già cosa mi sta dicendo: «Faccio comunque quello che ho già deciso in anticipo».
Sì, a volte i colloqui pastorali, per alcuni, sono un semplice alibi per giustificarsi («Ne ho parlato anche col pastore…»).
Emerge la fondamentale differenza tra “cercare la Parola” e “voler seguire la Parola”.
«Dimmi qualcosa che mi faccia sentire bene», mi chiese una volta una giovane donna in un colloquio pastorale. Non mi domandò una Parola che le facesse da guida.
Si può ascoltare, imparare, senza che qualcosa permei la nostra vita, o senza essere disposti a lasciarsi guidare dalla conoscenza. Si impara apparentemente, apprendendo qualche nozione, ma non si ascolta.
Si cerca senza lasciarsi trovare da Colui che ci sta veramente cercando.
La domanda è: so ascoltare davvero?
Sono disposto a “sperimentare” l’effetto di ciò che ascolto nella mia vita?
Sono disposto a fare ciò che questa Parola mi chiede? E non soltanto: so cosa rispondere e cosa criticare nella vita altrui?
Conoscere la verità non significa soltanto sapere qualcosa in più.
Significa permettere alla voce di Dio di aiutarmi a crescere e a non far sempre prevalere la testarda ostinazione.
La diagnosi di Paolo a Timoteo è: «…cercano sempre d'imparare e non possono mai giungere alla conoscenza della verità.»
2 Timoteo 3,7
Si può passare tutta la vita stando seduti in chiesa tra altre persone, ascoltando la Parola, evitando accuratamente di lasciarla entrare.
Non si tratta sempre di conoscere la verità, ma di imparare ad apprezzarla e a “gustarla”, abbastanza da lasciarsi guidare da essa nella vita quotidiana.
Buona giornata.
Anthony Perretta