26/09/2026
La Campania non ha bisogno di amministrare la disoccupazione. Ha bisogno di costruire occupabilità.
La vicenda dei tirocini destinati ai disoccupati di lunga durata di Napoli, tornata al centro del confronto politico regionale, pone una questione che va ben oltre lo scontro interno alla maggioranza.
Il precedente progetto, finanziato dal Ministero del Lavoro, è stato interrotto dopo la revoca delle risorse disposta lo scorso luglio. La Regione Campania ha successivamente deciso di intervenire con risorse proprie, destinando circa 8,3 milioni di euro a un nuovo percorso rivolto a oltre mille persone. L’Amministrazione regionale ha precisato che il nuovo intervento sarà sottoposto a una diversa istruttoria e a verifiche individuali e che non intende sanare eventuali irregolarità della precedente gestione.
Su questi aspetti saranno gli organi competenti a effettuare le necessarie verifiche ed è giusto che il confronto politico non anticipi conclusioni che appartengono ad altre sedi.
Ma la vicenda offre l’occasione per affrontare una questione molto più importante.
Qual è l’obiettivo di una politica del lavoro?
Garantire temporaneamente un’indennità a chi non lavora oppure costruire le condizioni perché quella persona possa non averne più bisogno?
La differenza sembra sottile, ma separa due concezioni radicalmente diverse dell’intervento pubblico.
Una politica passiva interviene sulle conseguenze della disoccupazione. Una politica attiva dovrebbe invece intervenire sulle cause che rendono una persona difficilmente occupabile, accompagnandola verso competenze richieste dal mercato, esperienze formative realmente qualificanti e opportunità concrete di inserimento lavorativo.
Il problema della Campania non è soltanto il numero dei disoccupati. È la persistenza della disoccupazione, la debolezza della partecipazione al mercato del lavoro, la distanza tra competenze disponibili e competenze richieste dalle imprese e, contemporaneamente, la perdita di una parte significativa del capitale umano più giovane e qualificato.
È dentro questa contraddizione che dovrebbe essere valutato ogni euro destinato alle politiche occupazionali.
Non sulla capacità di finanziare un percorso, ma sulla capacità di modificarne l’esito.
Un tirocinio, infatti, ha senso se rappresenta un ponte. Diventa problematico quando rischia di trasformarsi in una destinazione.
E questo principio dovrebbe valere per tutti, indipendentemente dall’età, dall’appartenenza a una determinata platea, dalla capacità di organizzare una protesta o dalla forza della rappresentanza sociale di cui si dispone.
Per Meritocrazia Italia Campania, il punto centrale è proprio questo: la politica del lavoro deve tornare a essere una politica universale nelle regole, selettiva negli strumenti e misurabile nei risultati.
Non può esistere una competizione tra fragilità nella quale ottiene maggiore attenzione pubblica chi riesce a esercitare maggiore pressione. Le istituzioni devono essere capaci di riconoscere i bisogni anche quando questi non occupano una strada, non organizzano una protesta e non producono un’emergenza mediatica.
È una questione di equità, ma anche di qualità della spesa pubblica.
Per questo proponiamo di superare progressivamente la logica del finanziamento dei singoli percorsi e introdurre una vera valutazione di impatto delle politiche regionali del lavoro. Per ogni programma dovrebbero essere pubblicati, a sei, dodici e ventiquattro mesi, indicatori semplici e verificabili: quanti beneficiari hanno completato il percorso, quanti hanno trovato occupazione, con quale contratto, in quale settore, con quale durata e con quale coerenza rispetto alla formazione ricevuta.
La spesa pubblica deve poter essere giudicata non soltanto per la sua regolarità amministrativa, che resta imprescindibile, ma per la sua capacità di produrre mobilità economica e sociale.
Accanto a questo serve un sistema regionale permanente di rilevazione dei fabbisogni professionali, costruito insieme a imprese, università, ITS Academy, camere di commercio e parti sociali. Formare persone senza conoscere quali competenze saranno richieste significa rischiare di finanziare percorsi che terminano esattamente dove sono iniziati.
La Regione dovrebbe inoltre sperimentare un modello di finanziamento legato anche agli esiti occupazionali, soprattutto nei programmi affidati a soggetti formativi e intermediari: una parte delle risorse può essere collegata alla qualità del percorso, ma una quota dovrebbe dipendere dalla capacità effettiva di accompagnare la persona verso un’occupazione stabile e coerente. Naturalmente con correttivi che impediscano di escludere i soggetti più difficili da collocare.
Serve poi una presa in carico realmente individuale dei disoccupati di lunga durata. Dietro la stessa condizione amministrativa esistono persone completamente diverse: chi deve aggiornare una competenza, chi necessita di riqualificazione radicale, chi incontra ostacoli sociali o familiari, chi potrebbe avviare un’attività autonoma e chi possiede capacità che il sistema semplicemente non riesce a intercettare. Offrire a tutti la stessa misura significa spesso trattare allo stesso modo bisogni profondamente differenti.
Infine, la Campania dovrebbe costruire una infrastruttura pubblica dei dati sul lavoro, capace di integrare Centri per l’impiego, sistema della formazione, imprese e risultati occupazionali. Non per moltiplicare la burocrazia, ma per consentire alla politica di sapere quali strumenti funzionano, quali devono essere modificati e quali non meritano di essere rifinanziati.
La questione dei disoccupati di lunga durata, allora, non può essere ridotta alla contrapposizione tra assistenza e abbandono.
Esiste una terza strada, molto più impegnativa: l’attivazione.
Significa accompagnare chi è rimasto indietro senza trasformare la fragilità in una condizione permanente; proteggere durante le transizioni, ma costruire contemporaneamente gli strumenti per uscirne; utilizzare la formazione non come requisito amministrativo per accedere a un’indennità, ma come investimento collegato a una reale domanda di competenze.
È anche così che si ricostruisce la fiducia nelle istituzioni.
Perché il diritto al lavoro sancito dalla nostra Costituzione non coincide con il diritto a essere destinatari permanenti di una misura pubblica. Chiede alla Repubblica qualcosa di più difficile: creare le condizioni affinché ogni persona possa partecipare, attraverso le proprie capacità, alla vita economica e sociale del Paese.
La qualità di una politica del lavoro, quindi, non dovrebbe essere misurata da quante persone riesce a inserire in un programma, ma da quante riesce ad accompagnare fuori dalla necessità di averne ancora bisogno.
È su questo risultato, e non sulla capacità di amministrare l’emergenza, che dovrebbe misurarsi una moderna politica regionale dell’occupazione.