Meritocrazia Italia Coordinamento Nazionale

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17/10/2026
29/09/2026

Lavorare più a lungo non può significare rischiare di più. Serve un nuovo patto tra età, lavoro e sicurezza

C’è un dato che dovrebbe obbligarci a ripensare profondamente il rapporto tra lavoro, sicurezza e invecchiamento.
Nei primi sette mesi del 2026, in Campania, 41 persone hanno perso la vita in occasione di lavoro. La Regione è entrata nella cosiddetta “zona rossa” del rischio infortunistico, con un’incidenza superiore di almeno il 25% alla media nazionale, e presenta un elemento particolarmente significativo: sono gli ultrasessantacinquenni a registrare l’incidenza di mortalità più elevata, seguiti dai lavoratori tra i 55 e i 64 anni.
Dietro questi numeri non esiste soltanto l’ennesima emergenza sulla sicurezza.
Esiste una contraddizione che il nostro Paese, e la Campania in particolare, devono avere il coraggio di affrontare.
Abbiamo progressivamente allungato la vita lavorativa, ma non abbiamo ripensato con la stessa velocità il lavoro lungo l’intero arco della vita.
Viviamo più a lungo, entriamo spesso più tardi nel mercato del lavoro e siamo chiamati a rimanervi più a lungo. È una trasformazione inevitabilmente legata alla sostenibilità del sistema previdenziale e all’invecchiamento della popolazione. Ma se cambia l’età dei lavoratori, deve cambiare anche l’organizzazione del lavoro.
Non possiamo immaginare che una persona di 65 o 67 anni affronti necessariamente gli stessi carichi fisici, gli stessi turni, le stesse esposizioni ambientali e gli stessi fattori di rischio di quando ne aveva trenta.
E non si tratta di considerare l’età una fragilità o di espellere prematuramente i lavoratori più maturi dal sistema produttivo. Sarebbe una risposta culturalmente arretrata e socialmente insostenibile.
La questione è esattamente opposta: rendere possibile lavorare più a lungo senza pagare l’allungamento della vita professionale con la salute o, nei casi più drammatici, con la vita stessa.
È qui che la sicurezza sul lavoro deve compiere un salto di qualità.
Per troppo tempo abbiamo costruito la prevenzione prevalentemente intorno alla mansione e al luogo di lavoro. Oggi dobbiamo aggiungere una terza dimensione: la persona e l’evoluzione delle sue capacità nel corso della vita professionale.
Lo stesso lavoro può produrre livelli di rischio differenti a seconda dell’età, delle condizioni individuali, dell’usura accumulata in decenni di attività, dell’orario, dell’esposizione al caldo, della necessità di sollevare carichi o della rapidità richiesta da un processo produttivo.
Una politica moderna della sicurezza deve essere capace di riconoscere queste differenze senza trasformarle in discriminazioni.
Per Meritocrazia Italia Campania è arrivato il momento di introdurre nel dibattito regionale una vera strategia di age management del lavoro, superando l’idea che l’unica questione legata all’età sia stabilire quando una persona debba andare in pensione.
Dovremmo iniziare a chiederci anche come debba arrivarci.
La Campania dovrebbe innanzitutto costruire, insieme a INAIL, Ispettorato del Lavoro, ASL, università e parti sociali, una mappa regionale del rischio per età, settore e mansione, individuando i comparti nei quali l’invecchiamento della forza lavoro incontra livelli più elevati di esposizione. La prevenzione diventerebbe così predittiva e selettiva: più controlli e più risorse dove i dati indicano un rischio maggiore, anziché interventi indistinti sull’intero sistema produttivo.
A questa conoscenza dovrebbe accompagnarsi un vero programma regionale di transizione professionale per i lavoratori maturi impiegati nelle mansioni più gravose. Riqualificazione, aggiornamento delle competenze e mobilità interna possono consentire a chi ha trascorso decenni nei cantieri, nella logistica, nell’industria o in altre attività fisicamente impegnative di trasferire esperienza e competenze verso funzioni meno esposte, senza essere espulso prematuramente dal mercato del lavoro.
Occorre poi utilizzare meglio la politica industriale regionale. I finanziamenti destinati all’innovazione delle imprese dovrebbero premiare anche gli investimenti capaci di ridurre concretamente il rischio umano: automazione delle attività più pericolose, sensoristica, dispositivi intelligenti, ergonomia avanzata e tecnologie per il monitoraggio degli ambienti di lavoro. Innovazione e sicurezza non possono continuare a viaggiare su binari separati.
Meritocrazia Italia Campania propone inoltre di introdurre, negli strumenti regionali di sostegno alle imprese e laddove compatibile con la normativa nazionale ed europea, criteri premiali collegati non semplicemente all’assenza formale di violazioni, ma alla capacità documentata dell’impresa di investire in prevenzione, formazione continua e adattamento delle mansioni all’età della propria forza lavoro.
La Regione ha già annunciato nel 2026 il rafforzamento dei controlli nei cantieri e nei comparti maggiormente esposti, insieme a un maggiore coordinamento con INAIL, Ispettorato, Vigili del Fuoco e Prefetture. È una direzione necessaria, ma occorre compiere un passo ulteriore: trasformare la sicurezza da politica emergenziale a politica strutturale di sviluppo regionale.
Perché un territorio nel quale si muore più frequentemente lavorando non presenta soltanto un problema sociale. Presenta un problema di qualità del proprio sistema produttivo.
La sicurezza deve diventare uno degli indicatori attraverso i quali valutiamo la modernità di un’impresa, la qualità di una filiera, l’efficienza di un appalto e, in ultima analisi, la competitività di un territorio.
C’è infine una questione che supera la Campania e riguarda il futuro stesso del lavoro.
Il dibattito pubblico continua troppo spesso a contrapporre sostenibilità delle pensioni e tutela dei lavoratori, quasi fossimo obbligati a scegliere tra conti pubblici e sicurezza.
È una contrapposizione sbagliata.
Un sistema previdenziale sostenibile ha bisogno di persone che possano lavorare più a lungo. Ma proprio per questo ha bisogno di luoghi di lavoro capaci di accompagnarle in sicurezza durante una vita professionale più lunga.
La longevità non può essere soltanto una variabile dei sistemi pensionistici. Deve diventare una variabile delle politiche industriali, organizzative e della sicurezza.
La domanda, allora, non può essere soltanto fino a quale età sia giusto lavorare.
Dobbiamo cominciare a chiederci quale lavoro sia giusto svolgere a ogni età.
Perché il progresso non consiste semplicemente nell’avere allungato la vita. Consiste nel fare in modo che gli anni che abbiamo conquistato non diventino nuovi anni di esposizione al rischio.
Se chiediamo alle persone di lavorare più a lungo, abbiamo il dovere di costruire un lavoro capace di invecchiare insieme a loro.

26/09/2026

La Campania non ha bisogno di amministrare la disoccupazione. Ha bisogno di costruire occupabilità.

La vicenda dei tirocini destinati ai disoccupati di lunga durata di Napoli, tornata al centro del confronto politico regionale, pone una questione che va ben oltre lo scontro interno alla maggioranza.
Il precedente progetto, finanziato dal Ministero del Lavoro, è stato interrotto dopo la revoca delle risorse disposta lo scorso luglio. La Regione Campania ha successivamente deciso di intervenire con risorse proprie, destinando circa 8,3 milioni di euro a un nuovo percorso rivolto a oltre mille persone. L’Amministrazione regionale ha precisato che il nuovo intervento sarà sottoposto a una diversa istruttoria e a verifiche individuali e che non intende sanare eventuali irregolarità della precedente gestione.
Su questi aspetti saranno gli organi competenti a effettuare le necessarie verifiche ed è giusto che il confronto politico non anticipi conclusioni che appartengono ad altre sedi.
Ma la vicenda offre l’occasione per affrontare una questione molto più importante.
Qual è l’obiettivo di una politica del lavoro?
Garantire temporaneamente un’indennità a chi non lavora oppure costruire le condizioni perché quella persona possa non averne più bisogno?
La differenza sembra sottile, ma separa due concezioni radicalmente diverse dell’intervento pubblico.
Una politica passiva interviene sulle conseguenze della disoccupazione. Una politica attiva dovrebbe invece intervenire sulle cause che rendono una persona difficilmente occupabile, accompagnandola verso competenze richieste dal mercato, esperienze formative realmente qualificanti e opportunità concrete di inserimento lavorativo.
Il problema della Campania non è soltanto il numero dei disoccupati. È la persistenza della disoccupazione, la debolezza della partecipazione al mercato del lavoro, la distanza tra competenze disponibili e competenze richieste dalle imprese e, contemporaneamente, la perdita di una parte significativa del capitale umano più giovane e qualificato.
È dentro questa contraddizione che dovrebbe essere valutato ogni euro destinato alle politiche occupazionali.
Non sulla capacità di finanziare un percorso, ma sulla capacità di modificarne l’esito.
Un tirocinio, infatti, ha senso se rappresenta un ponte. Diventa problematico quando rischia di trasformarsi in una destinazione.
E questo principio dovrebbe valere per tutti, indipendentemente dall’età, dall’appartenenza a una determinata platea, dalla capacità di organizzare una protesta o dalla forza della rappresentanza sociale di cui si dispone.
Per Meritocrazia Italia Campania, il punto centrale è proprio questo: la politica del lavoro deve tornare a essere una politica universale nelle regole, selettiva negli strumenti e misurabile nei risultati.
Non può esistere una competizione tra fragilità nella quale ottiene maggiore attenzione pubblica chi riesce a esercitare maggiore pressione. Le istituzioni devono essere capaci di riconoscere i bisogni anche quando questi non occupano una strada, non organizzano una protesta e non producono un’emergenza mediatica.
È una questione di equità, ma anche di qualità della spesa pubblica.
Per questo proponiamo di superare progressivamente la logica del finanziamento dei singoli percorsi e introdurre una vera valutazione di impatto delle politiche regionali del lavoro. Per ogni programma dovrebbero essere pubblicati, a sei, dodici e ventiquattro mesi, indicatori semplici e verificabili: quanti beneficiari hanno completato il percorso, quanti hanno trovato occupazione, con quale contratto, in quale settore, con quale durata e con quale coerenza rispetto alla formazione ricevuta.
La spesa pubblica deve poter essere giudicata non soltanto per la sua regolarità amministrativa, che resta imprescindibile, ma per la sua capacità di produrre mobilità economica e sociale.
Accanto a questo serve un sistema regionale permanente di rilevazione dei fabbisogni professionali, costruito insieme a imprese, università, ITS Academy, camere di commercio e parti sociali. Formare persone senza conoscere quali competenze saranno richieste significa rischiare di finanziare percorsi che terminano esattamente dove sono iniziati.
La Regione dovrebbe inoltre sperimentare un modello di finanziamento legato anche agli esiti occupazionali, soprattutto nei programmi affidati a soggetti formativi e intermediari: una parte delle risorse può essere collegata alla qualità del percorso, ma una quota dovrebbe dipendere dalla capacità effettiva di accompagnare la persona verso un’occupazione stabile e coerente. Naturalmente con correttivi che impediscano di escludere i soggetti più difficili da collocare.
Serve poi una presa in carico realmente individuale dei disoccupati di lunga durata. Dietro la stessa condizione amministrativa esistono persone completamente diverse: chi deve aggiornare una competenza, chi necessita di riqualificazione radicale, chi incontra ostacoli sociali o familiari, chi potrebbe avviare un’attività autonoma e chi possiede capacità che il sistema semplicemente non riesce a intercettare. Offrire a tutti la stessa misura significa spesso trattare allo stesso modo bisogni profondamente differenti.
Infine, la Campania dovrebbe costruire una infrastruttura pubblica dei dati sul lavoro, capace di integrare Centri per l’impiego, sistema della formazione, imprese e risultati occupazionali. Non per moltiplicare la burocrazia, ma per consentire alla politica di sapere quali strumenti funzionano, quali devono essere modificati e quali non meritano di essere rifinanziati.
La questione dei disoccupati di lunga durata, allora, non può essere ridotta alla contrapposizione tra assistenza e abbandono.
Esiste una terza strada, molto più impegnativa: l’attivazione.
Significa accompagnare chi è rimasto indietro senza trasformare la fragilità in una condizione permanente; proteggere durante le transizioni, ma costruire contemporaneamente gli strumenti per uscirne; utilizzare la formazione non come requisito amministrativo per accedere a un’indennità, ma come investimento collegato a una reale domanda di competenze.
È anche così che si ricostruisce la fiducia nelle istituzioni.
Perché il diritto al lavoro sancito dalla nostra Costituzione non coincide con il diritto a essere destinatari permanenti di una misura pubblica. Chiede alla Repubblica qualcosa di più difficile: creare le condizioni affinché ogni persona possa partecipare, attraverso le proprie capacità, alla vita economica e sociale del Paese.
La qualità di una politica del lavoro, quindi, non dovrebbe essere misurata da quante persone riesce a inserire in un programma, ma da quante riesce ad accompagnare fuori dalla necessità di averne ancora bisogno.
È su questo risultato, e non sulla capacità di amministrare l’emergenza, che dovrebbe misurarsi una moderna politica regionale dell’occupazione.

25/09/2026

NUOVA EDIZIONE DELLA CARTA ‘DEDICATA A TE’. MERITOCRAZIA ITALIA: LA POVERTÀ NON È SOLO INSUFFICIENZA DI REDDITO

La nuova edizione della Carta “Dedicata a Te” riporta al centro dell’attenzione una questione che va oltre l’entità del singolo contributo: come sostenere concretamente le famiglie in difficoltà e, al tempo stesso, creare le condizioni affinché la fragilità economica non diventi una condizione permanente.
La misura prevede un sostegno complessivo di 1.000 euro per famiglia, articolato in due tranche da 500 euro, la prima disponibile dal 4 novembre 2026 e la seconda da aprile 2027, destinato all’acquisto di beni alimentari di prima necessità. L’ISEE non superiore a 15.000 euro rappresenta uno dei requisiti di accesso, ma non determina automaticamente l’assegnazione della Carta: i beneficiari vengono individuati nei limiti delle risorse disponibili e secondo specifici criteri di priorità.

Quando il reddito disponibile non è sufficiente a garantire bisogni essenziali come l’alimentazione, il sostegno pubblico rappresenta uno strumento di tutela della dignità della persona e di coesione sociale.
Ma non può rappresentare, da solo, il punto di arrivo delle politiche di contrasto alla povertà.
Aiutare una famiglia ad affrontare l’oggi è necessario. Creare le condizioni perché domani abbia meno bisogno di essere aiutata è la sfida più importante.
La povertà non è soltanto insufficienza di reddito. Può essere legata alla precarietà lavorativa, alla difficoltà di accesso all’occupazione, a competenze professionali non più adeguate alle richieste del mercato, al costo dell’abitazione, alla presenza di figli o persone fragili nel nucleo familiare o alla difficoltà di accesso ai servizi.
Per questo una politica sociale efficace dovrebbe essere capace, ove possibile, di intervenire anche sulle cause che determinano o aggravano le condizioni di fragilità.

La nuova Carta presenta inoltre un elemento significativo sul piano amministrativo: l’individuazione dei potenziali beneficiari avviene a partire dagli ISEE già depositati e attraverso l’incrocio delle informazioni disponibili nelle banche dati pubbliche, senza necessità di presentare domanda all’INPS o al Comune.
È un modello di amministrazione proattiva che merita attenzione: la Pubblica Amministrazione utilizza le informazioni di cui già dispone per individuare chi possiede i requisiti, riducendo gli adempimenti burocratici e facilitando l’accesso al sostegno.
Digitalizzazione e interoperabilità dei dati diventano così non soltanto strumenti di efficienza amministrativa, ma anche mezzi per avvicinare concretamente le istituzioni ai cittadini.

Ma semplificare l’accesso al sostegno rappresenta soltanto una parte della sfida.
Per Meritocrazia Italia, agli strumenti di sostegno economico dovrebbero affiancarsi, quando le condizioni personali e familiari lo consentono, politiche capaci di favorire una progressiva autonomia attraverso:
– accesso effettivo ai servizi per il lavoro e percorsi personalizzati di inserimento o reinserimento professionale;
– formazione e riqualificazione delle competenze, anche in relazione alle reali opportunità occupazionali dei territori;
– maggiore coordinamento tra servizi sociali, centri per l’impiego, Comuni e soggetti impegnati nella formazione;
– strumenti di conciliazione tra lavoro e responsabilità familiari, affinché la presenza di figli o persone da assistere non costituisca un ostacolo all’occupazione;
– monitoraggio dell’efficacia delle politiche di sostegno, valutando non soltanto il numero dei beneficiari raggiunti, ma anche la capacità complessiva del sistema di ridurre nel tempo le condizioni di fragilità.

Occorre anche evitare generalizzazioni.
Non tutte le persone che ricevono un sostegno economico possono essere accompagnate verso il mercato del lavoro. Anziani, persone con disabilità, caregiver e nuclei caratterizzati da particolari condizioni di fragilità necessitano di una protezione sociale adeguata. L’autonomia non può quindi essere intesa come un obbligo indistinto, ma come un’opportunità da costruire laddove esistano concretamente le condizioni per farlo.
Per Meritocrazia Italia, la Carta “Dedicata a Te” rappresenta uno strumento di sostegno immediato e introduce un modello amministrativo interessante per semplicità e proattività. La sfida più ampia è costruire un sistema di welfare capace di proteggere chi non può farcela da solo e offrire strumenti concreti di autonomia a chi può essere accompagnato verso di essa. Perché contrastare la povertà significa aiutare chi è in difficoltà oggi, ma anche costruire le condizioni affinché, domani, sempre più persone possano non aver bisogno di quell’aiuto.
Stop war

04/08/2026

TERREMOTO AI CAMPI FLEGREI: LA PREVENZIONE È LA PRIMA FORMA DI SICUREZZA

La Campania torna a fare i conti con la fragilità del proprio territorio. La forte scossa di terremoto di magnitudo 4.7 registrata nell’area dei Campi Flegrei, seguita da uno sciame sismico con numerose repliche, ha provocato feriti, danni agli edifici e l’evacuazione di numerosi cittadini, riportando al centro dell’attenzione una condizione che da tempo accompagna la vita delle comunità flegree. L’attività sismica si inserisce in un territorio già interessato dal fenomeno del bradisismo, che da anni determina un progressivo sollevamento del suolo e rende particolarmente complessa la gestione del rischio. È una realtà che cittadini, imprese e amministrazioni locali affrontano quotidianamente e che non può più essere considerata un’emergenza occasionale. Meritocrazia Italia Campania esprime piena vicinanza alle persone coinvolte e rivolge un sentito ringraziamento alla Protezione Civile, ai Vigili del Fuoco, alle Forze dell’Ordine, al personale sanitario, ai volontari e a tutti coloro che stanno operando senza sosta per garantire assistenza e sicurezza alla popolazione. Ma è proprio nei momenti come questi che la politica è chiamata ad assumersi le proprie responsabilità. La sicurezza dei cittadini non può dipendere dalla capacità di intervenire dopo una scossa: deve essere il risultato di una programmazione costante, fondata sulla conoscenza scientifica, sulla prevenzione e sulla manutenzione del territorio. I Campi Flegrei rappresentano una delle aree vulcaniche più monitorate al mondo. Le competenze scientifiche esistono, i sistemi di osservazione sono tra i più avanzati, ma il monitoraggio, da solo, non basta. Occorre trasformare i dati in decisioni, le analisi in interventi concreti, la consapevolezza del rischio in politiche pubbliche capaci di proteggere realmente le comunità. Servono un piano straordinario per la verifica e l’adeguamento del patrimonio edilizio pubblico, procedure più rapide per gli interventi di messa in sicurezza degli edifici privati, un rafforzamento della pianificazione della Protezione Civile, investimenti stabili nelle infrastrutture strategiche e una comunicazione istituzionale uniforme, trasparente e scientificamente rigorosa, capace di informare senza alimentare paure o disorientamento. La prevenzione non è un costo, ma il più importante investimento che uno Stato possa compiere. Ogni euro destinato alla sicurezza del territorio evita costi economici, sociali e umani infinitamente superiori quando l’emergenza si manifesta. La Campania non può continuare a vivere sospesa tra l’attesa della prossima scossa e l’annuncio di nuovi provvedimenti emergenziali. Ha bisogno di una strategia stabile, di lungo periodo, che metta al centro la tutela delle persone, la continuità delle attività economiche e la salvaguardia di un territorio unico al mondo per valore storico, culturale e ambientale. Meritocrazia Italia Campania rinnova la propria vicinanza alle comunità dei Campi Flegrei e ribadisce che la buona politica si misura nella capacità di prevenire, non soltanto di intervenire. Perché la sicurezza non può essere affidata al caso, né all’emotività del momento: deve diventare una priorità permanente dell’azione pubblica.

18/07/2026

La sanità si cura con organizzazione, non con i solleciti di pagamento

Il Coordinamento Regionale di Meritocrazia Italia Campania guarda con grande attenzione alla recente nota inviata dalla Regione Campania ai direttori generali delle ASL e delle Aziende ospedaliere, volta a censire le cosiddette “visite fantasma” (prestazioni prenotate e mai effettuate) e ad avviare il recupero dei ticket non riscossi dal 2017 a oggi.
La paralisi delle liste d’attesa e il fenomeno delle prenotazioni deserte rappresentano una ferita aperta per il diritto alla salute dei cittadini campani. Le liste d’attesa non costituiscono soltanto una criticità organizzativa, ma misurano la capacità del sistema sanitario di garantire concretamente un diritto fondamentale come quello alla salute. Di fronte a questa emergenza, Meritocrazia Italia Campania propone una riflessione che superi la logica della mera sanzione e affronti le cause strutturali del problema, puntando su tre pilastri fondamentali: merito e responsabilità della governance sanitaria, semplificazione tecnologica e corresponsabilità dei cittadini.
1. Responsabilità e merito nella governance sanitaria
La richiesta di recupero dei crediti formulata dalla Regione non può tradursi in un semplice adempimento burocratico.
Valutazione reale delle performance. I direttori generali e i manager sanitari devono essere valutati sulla concreta capacità di ottimizzare le risorse, ridurre i tempi d’attesa e migliorare l’efficienza dei servizi, non esclusivamente sulla gestione del recupero dei ticket.
Trasparenza dei dati. Chiediamo che i risultati del censimento avviato dalla Regione siano resi pubblici, consentendo ai cittadini di conoscere in quali territori e in quali branche specialistiche si concentrino le maggiori criticità organizzative e quali interventi vengano adottati per superarle.
2. Semplificazione e digitalizzazione: disdire deve essere facile
Non si può chiedere ai cittadini un comportamento responsabile senza prima metterli nelle condizioni di esercitarlo.
Cancellazione in un click. Meritocrazia Italia Campania propone il potenziamento dei sistemi di recall automatici tramite SMS o WhatsApp, integrati con procedure di disdetta immediate, semplici e interattive. Se il sistema per disdire una prenotazione continua a essere complesso, il fenomeno dei “no-show” resterà inevitabilmente elevato.
Integrazione dei sistemi. È urgente un’effettiva unificazione dei sistemi di prenotazione tra sanità pubblica e strutture private accreditate, così da evitare doppie prenotazioni che finiscono per congestionare inutilmente le liste d’attesa.
3. Patto di corresponsabilità e senso civico
La tutela della sanità pubblica passa inevitabilmente attraverso un rinnovato patto di cittadinanza.
La responsabilità dei cittadini deve procedere di pari passo con quella delle istituzioni: solo un sistema semplice, accessibile ed efficiente può favorire comportamenti realmente virtuosi.
La salute è un diritto fondamentale, ma la sostenibilità del sistema sanitario è anche un dovere collettivo. Ogni visita prenotata e non disdetta rappresenta un’opportunità di cura negata a un altro cittadino, spesso più fragile o in condizioni di urgenza.
Meritocrazia Italia Campania sostiene la necessità di promuovere campagne di sensibilizzazione capillari nelle scuole, negli uffici pubblici e sul territorio, affinché il corretto utilizzo dei servizi sanitari diventi parte integrante della cultura civica.
La richiesta di Meritocrazia Italia Campania
Chiediamo alla Regione Campania e ai vertici delle aziende sanitarie l’apertura di un tavolo di confronto tecnico-sociale che non si limiti ad affrontare l’emergenza del recupero dei ticket non riscossi, ma pianifichi una riforma strutturale del sistema di prenotazione e della gestione delle liste d’attesa, fondata sull’efficienza, sulla digitalizzazione dei processi e sulla meritocrazia organizzativa.
Per Meritocrazia Italia Campania una sanità moderna non si costruisce rincorrendo le inefficienze del passato, ma prevenendole attraverso una governance valutata sui risultati, processi realmente digitalizzati e un’organizzazione capace di coniugare efficienza, trasparenza e responsabilità condivisa. Solo così sarà possibile garantire ai cittadini un servizio sanitario più efficiente, più equo e realmente orientato alla tutela del diritto alla salute.

16/07/2026

IL VERDE: L’INFRASTRUTTURA STRATEGICA PER IL FUTURO DELLA CAMPANIA


Gli alberi non sono un lusso. Sono un’infrastruttura strategica per la città.

L’editoriale pubblicato da la Repubblica Napoli, che prende spunto dall’ultima rilevazione ISTAT secondo cui Napoli è tra le ultime città metropolitane italiane per numero di alberi nelle aree verdi pubbliche in rapporto agli abitanti, riporta al centro una questione troppo spesso relegata al dibattito ambientalista. In realtà, il tema riguarda la qualità della vita urbana, la salute pubblica e il modello di città che intendiamo costruire.

Gli alberi non sono elementi ornamentali: riducono le temperature, assorbono CO₂ e polveri sottili, limitano il rischio di allagamenti, migliorano il benessere psicologico e contribuiscono perfino ad aumentare il valore economico dei quartieri.

Eppure continuiamo a progettare città nelle quali il cemento prevale sul verde, dove le piazze diventano superfici impermeabili e i nuovi interventi urbanistici considerano troppo spesso gli alberi un elemento accessorio, anziché una componente essenziale dello sviluppo urbano.

Il punto, però, è ancora più profondo. La questione del verde non riguarda soltanto l’ambiente, ma il modo in cui immaginiamo la crescita delle nostre città.

Per decenni abbiamo misurato lo sviluppo attraverso il numero di edifici realizzati, di strade costruite o di metri quadrati edificabili. Oggi, invece, le città più competitive d’Europa vengono valutate anche per la loro capacità di garantire qualità ambientale, resilienza climatica, benessere diffuso e salute pubblica. Il verde, quindi, non rappresenta più un costo, ma un investimento strategico.

Le evidenze scientifiche sono ormai consolidate.

La forestazione urbana contribuisce a mitigare le isole di calore, migliora la qualità dell’aria, favorisce l’infiltrazione delle acque meteoriche riducendo il rischio di allagamenti, incrementa la biodiversità e produce benefici misurabili sulla salute fisica e mentale dei cittadini. Per questo l’Unione Europea e il PNRR hanno destinato risorse specifiche alla riforestazione urbana, riconoscendola come uno degli strumenti fondamentali di adattamento ai cambiamenti climatici.

Napoli, tuttavia, vive una contraddizione evidente.

Da un lato sono stati avviati importanti programmi di forestazione nella Città Metropolitana e un piano comunale che prevede la messa a dimora di migliaia di nuovi alberi grazie ai fondi europei. Dall’altro, tecnici e associazioni evidenziano come tali interventi non siano ancora sufficienti a colmare il deficit storico accumulato e ricordano che la vera sfida sarà garantire manutenzione, sostituzione delle essenze compromesse e una pianificazione di lungo periodo.

Questo ci porta a una riflessione fondamentale.

Piantare alberi non significa fare una campagna simbolica. Significa fare politica industriale del territorio. Perché un albero non produce soltanto ombra: produce salute, riduce i costi sanitari legati all’inquinamento, rende le città più attrattive, aumenta il valore immobiliare dei quartieri, migliora la vivibilità degli spazi pubblici e riduce il consumo energetico degli edifici durante i mesi estivi.

Per questo Meritocrazia Italia ritiene necessario un cambio di paradigma. Occorre adottare un Piano Strategico del Verde Urbano che integri pianificazione urbanistica, resilienza climatica e rigenerazione sociale.

In particolare proponiamo:

• l’approvazione e l’attuazione dei Piani comunali del Verde, con obiettivi misurabili e monitoraggio pubblico dei risultati;
• una programmazione pluriennale della manutenzione, affinché ogni nuovo albero sia accompagnato dalle risorse necessarie alla sua crescita;
• l’integrazione della forestazione urbana nei programmi di rigenerazione delle periferie, dove il verde può diventare uno strumento di inclusione sociale oltre che di riqualificazione ambientale;
• incentivi per tetti verdi, pareti vegetali e interventi di de-impermeabilizzazione degli spazi urbani;
• un sistema di collaborazione stabile tra amministrazioni, università, ordini professionali e cittadini per la gestione del patrimonio arboreo.
Il verde urbano non può più essere considerato una voce residuale dei bilanci comunali. Deve diventare un indicatore della qualità della governance. Una città che investe nei propri alberi non sta semplicemente piantando nuove essenze: sta investendo nella salute dei cittadini, nella competitività del territorio e nella capacità di affrontare le sfide climatiche dei prossimi decenni.

Le città del futuro non saranno quelle con più cemento. Saranno quelle che avranno avuto l’intelligenza di comprendere che la natura non è il limite dello sviluppo. È la sua infrastruttura più moderna.

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