10/06/2026
IL CORAGGIO DI PENSARE.
LA CULTURA CHE INTERROGA.
Le parole di Massimiliano Gallo aprono una riflessione che va ben oltre il mondo dello spettacolo.
Quando afferma che un tempo artisti come Eduardo De Filippo, Giorgio Gaber, Pier Paolo Pasolini o Dario Fo partecipavano al dibattito pubblico con coraggio e senso di responsabilità, mentre oggi prevalgono paura, conformismo e ricerca del consenso, non pone soltanto una questione culturale. Pone una questione democratica. Ogni grande stagione di cambiamento è stata accompagnata da intellettuali, artisti, scrittori e uomini di cultura capaci di interpretare il proprio tempo, spesso anticipandolo.
Eduardo scriveva Napoli Milionaria mentre la città usciva dalle macerie della guerra. Pasolini denunciava con decenni di anticipo le contraddizioni del consumismo e dell’omologazione culturale. Gaber interrogava il rapporto tra individuo e società. Non erano semplicemente artisti. Erano coscienze critiche.
Oggi viviamo in una società infinitamente più connessa e infinitamente meno coraggiosa. Abbiamo accesso a ogni informazione, ma fatichiamo a prendere posizione. Assistiamo a guerre, crisi umanitarie, disuguaglianze crescenti, disagio giovanile, povertà educativa e trasformazioni sociali profonde, ma troppo spesso il dibattito pubblico si riduce a slogan, tifoserie e polemiche di breve respiro. Non è una crisi dell’arte. È una crisi del ruolo pubblico della cultura.
Per anni abbiamo trasformato gli artisti in personaggi e gli intellettuali in ospiti televisivi. Abbiamo chiesto loro di intrattenere più che di interpretare la realtà. Di essere popolari più che autorevoli. Di piacere più che interrogare. Il risultato è una società che rischia di perdere una delle sue funzioni più preziose: la capacità di leggere criticamente il presente.
Naturalmente nessun artista ha il dovere di schierarsi politicamente. Ma ogni società ha bisogno di donne e uomini capaci di esercitare la libertà del pensiero senza il timore di essere esclusi, etichettati o penalizzati. La cultura non serve a confermare ciò che già pensiamo. Serve a metterci in discussione. Ed è forse questo il punto più importante emerso dalle parole di Gallo.
Non è un caso che questa riflessione nasca in Campania, terra che ha espresso alcune delle più grandi voci della cultura italiana. Una tradizione che ha sempre considerato il teatro, la letteratura e l’arte non soltanto strumenti di intrattenimento, ma occasioni di crescita civile e partecipazione democratica.
La sfida non è chiedere agli artisti di sostituirsi alla politica, ma creare le condizioni affinché cultura, scuola, università e informazione possano tornare a essere luoghi di confronto libero e responsabile. Una comunità cresce quando favorisce il pluralismo delle idee e valorizza il contributo di chi, attraverso l’arte e il pensiero, aiuta a comprendere la complessità del presente.
Una democrazia non si indebolisce quando gli artisti parlano. Si indebolisce quando smettono di farlo. Perché una società che rinuncia alle proprie voci critiche rischia di diventare più silenziosa. Ma soprattutto rischia di diventare più povera.