14/05/2026
La notizia arriva da ANSA: il Comites Madrid lancia una web radio dedicata agli italiani in Spagna. Prima ancora c’era stata l’esperienza del Belgio. Un’idea semplice, moderna, utile. Dare voce a una comunità. Creare connessione. Informare. Raccontare storie. Fare servizio.
E allora una domanda viene spontanea.
Perché altrove si prova almeno a costruire qualcosa, mentre qui in Australia troppo spesso si continua a consumarsi nelle solite guerre di cortile?
Radio comunitaria o teatro dell’assurdo?
La verità è che gli strumenti esistono già.
Le competenze pure.
Le professionalità anche.
E qui va detto con chiarezza, senza ipocrisie e senza bandierine: bisogna dare atto a SBS Italian e Rete Italia di continuare, nonostante mille difficoltà economiche e strutturali, a portare la lingua, la cultura e l’informazione italiana dentro le case degli italiani in Australia.
Lo fanno ogni giorno.
Con mezzi spesso limitati.
Con sacrifici enormi.
Con persone che credono ancora nel valore della comunicazione comunitaria.
Ed è giusto riconoscerlo. Basta.
Perché troppo spesso in questa comunità si applaude il nulla cosmico e si dimentica chi davvero produce contenuti, informazione, cultura e memoria collettiva.
Ma accanto a queste realtà, troppe volte, si assiste al solito spettacolo tragicomico degno di una commedia shakespeariana scritta dopo tre bicchieri di whisky scozzese e una riunione di condominio italiano.
Perché il problema non è la mancanza di mezzi.
Il problema è che siamo diventati professionisti della divisione.
“Much Ado About Nothing”, direbbe William Shakespeare.
Molto rumore per nulla.
O meglio: molto rumore per una candidatura.
Le elezioni? Sembrano il casting di una serie già vista
Da mesi si parla delle prossime elezioni dei Comites.
E già si sentono i sussurri nei corridoi.
Le telefonate.
Le cene strategiche.
Le alleanze improbabili.
Più che liste comunitarie sembrano liste condominiali.
Più che programmi sembrano raccolte punti del supermercato.
E puntualmente riappaiono le stesse facce.
Gli stessi nomi.
Le stesse dinamiche.
Gli stessi “professionisti della rappresentanza”.
Cambiano gli slogan, non cambia mai il copione.
Uno promette “rinnovamento”.
L’altro “ascolto”.
Un altro ancora “unità”.
Poi però, appena si spengono i microfoni, iniziano le guerre per la poltroncina, per il titolo, per quella piccola stella appuntata sul petto che in certi ambienti vale più di un servizio concreto alla comunità.
“To be, or not to be”, scriveva Shakespeare.
Qui invece la domanda sembra essere:
“To chair, or not to chair?”
Il grande equivoco della rappresentanza
Il punto centrale è uno solo.
I Comites dovrebbero essere strumenti al servizio della comunità.
Non strumenti di autocelebrazione personale.
Dovrebbero aiutare gli italiani all’estero a sentirsi meno soli.
Sostenere lingua, cultura, informazione, giovani, anziani, nuovi emigrati.
E invece troppo spesso si trasformano in piccoli parlamentini dove conta più la fotografia accanto al console che la capacità di incidere realmente nella vita delle persone.
La comunità italiana in Australia meriterebbe una visione moderna.
Una piattaforma mediatica vera.
Podcast.
Web radio.
Spazi per i giovani.
Inchieste.
Servizi utili.
Informazione accessibile.
Connessione tra generazioni.
Ma per fare questo servirebbe una parola ormai rarissima: generosità.
E la generosità mal si concilia con gli ego smisurati.
La savana italiana all’estero
A volte sembra di assistere a una versione italo-australiana del National Geographic.
Ci sono i leoni da palco.
I pavoni delle inaugurazioni.
I camaleonti politici.
E poi gli immancabili “yes men”, capaci di cambiare opinione con la velocità di un semaforo a Sydney.
I nemici di ieri diventano amici di oggi.
Gli amici di ieri diventano sacrificabili domani.
Everything changes, so that nothing changes.
E nel frattempo la comunità resta ferma.
I giovani si allontanano.
Chi ha idee nuove si stanca.
Chi prova a dire qualcosa fuori dal coro viene guardato come un problema da isolare, non come una risorsa da ascoltare.
Un percorso diverso
Forse è proprio questo il punto.
Arriva un momento in cui bisogna scegliere se continuare a recitare in un teatro consumato oppure uscire dal palco.
Non per rabbia.
Non per rancore.
Ma per dignità personale.
Perché ci sono battaglie che non vale più la pena combattere quando capisci che il sistema non vuole cambiare davvero, ma solo sostituire gli attori mantenendo identica la scenografia.
E allora sì, forse è arrivato il momento di percorsi nuovi.
Più liberi.
Più autentici.
Meno legati ai rituali dell’apparenza.
Shakespeare scriveva:
“All the world’s a stage.”
Verissimo.
Ma non tutti sono obbligati a restare nella stessa commedia.
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/news_dalle_ambasciate/2026/05/08/nasce-radio-comites-madrid-la-web-radio-degli-italiani-in-spagna_0d5fbcfd-aee7-481f-9e4f-a8d70a9c91bb.html